venerdì 4 febbraio 2011

le bandiere che non vengono bruciate

Le bandiere che non vengono bruciate



Uno dei più autorevoli giornali statunitensi, il Washington post, si domanda sconcertato e indispettito perchè mai nelle piazze che sono state infiammate dalla rivoluzione araba in Tunisia, in Egitto, nello Yemen, in Giordania, in Algeria i manifestanti non ripetano il rito di bruciare la bandiera a stella e strisce. Ne deduce da questo una diminuzione dell'influenza politica degli States sull'area medioorientale e mediterranea e si chiede come è possibile che questo sia accaduto.

In effetti, i regimi tirannici messi in discussione dalle folle in rivolta hanno tutti un comune denominatore: sono sostenuti dall'Occidente e spesso sono stati e sono attivi nello svolgimento della politica occidentale o, meglio, imperialistica. Hanno avuto una funzione di contrasto ed addirittura di gendarmeria verso i popoli oppressi e ribelli, contro i palestinesi o l'Iran o quanti sono in disgrazia presso lo zio Sam. L'Egitto da trenta anni assolve al ruolo di Stato-Gendarme che Kissinger aveva inventato a suo tempo per l'Iran dello Scià. Partecipa alla costruzione del mostruoso muro di acciaio, finanziato anche dall'Europa che per trenta metri è sotterraneo e congegnato per l'emissione di gas velenosi capaci di uccidere i malcapitati che tentassero di uscire da Gaza. Le sue forze armate sono integrate con quelle americane ed israeliane e lo stesso dicasi dei servizi segreti. Se si analizzano le situazioni della Tunisia o dello Yemen si scoprono più o meno le stesse cose. I blocchi sociali che hanno sostenuto le tirannidi di Mubarak, di Ben Alì e degli altri sono costituiti dalla borghesia parassitaria imprenditora e mercantile in ottimi rapporti con le multinazionali europee e con le banche occidentali. Insomma, i regimi che oggi sono nella tempesta della contestazione sono organici agli USA e ricavano gran parte della loro forza dal loro appoggio. Perchè quindi non vengono chiamati in causa? Perchè le bandiere non vengono bruciate?

E' difficile dare una risposta a questo interrogativo. Non credo che si tratti tuttavia del segno di un declino dell'influenza yanchee. Si possono cominciare ad azzardare alcune spiegazioni che tuttavia non sono esaurienti. Innanzitutto è scomparsa dalla zona l'influenza ideologica che per molti decenni è stata esercitata dai palestinesi. Il mito di Arafat era un sicuro punto ideologico e politico di riferimento per tutte la masse araba e per la loro intellighentia democratica. Ora la questione palestinese è ridotta ad un grosso problema umanitario di due milioni di persone rinchiuse nel lager di Gaza mentre il partito di Abu Mazen è oramai la legione straniera di Israele, qualcosa di più e di peggio dell'ascarismo che gli italiani creammo in Etiopia. Anni ed anni di persecuzioni, omicidi, carcerazioni hanno reso quasi clandestino ed assai cauto il partito dei fratelli musulmani. In ogni caso, non c'è una possibilità di leadership religiosa in nazioni che sono state spinte alla rivolta dagli effetti feroci della globalizzazione del capitalismo, dalla fame, dalla disoc cupazione di massa. L'Iran non è in grado di influenzare un vasto movimento rivoluzionario dal momento che il komeinismo appare oggi una opzione assurda presente soltanto nella propaganda della Cia e del Mossad. I partiti comunisti dell'area non sono in grado di esercitare un ruolo, una egemonia. L'antiamericanismo da sempre presente nella area non risorge ed i movimenti in corso appaiono tutti concentrati a contestare la tirannia dei governanti quasi monarchi ed a rivendicare diritti civili e cambio di regime.

In sostanza i movimenti appaiono acefali e coloro che si offrono di rappresentarli sono membri dell'establiscement graditi all'Occidente come il premio nobel El Baradei che si premura rassicurare Israele che non gli è ostile. Una offerta del tutto insignificante dal momento che Israele è assai garantita nel governo Mubarak, da Omar Soleiman e dal rapporto con le forze armate egiziane.

In sostanza non c'è antiamericanismo nelle rivoluzioni non certo per quello che pensa l'indispettito Washington Post e cioè del declino politico ed ideologico degli USA che non li farebbe più percepire come nemici ma soltanto perchè il movimento che si è creato non va lontano dalla rivendicazione di diritti civili e di un miglioramento delle condizioni economiche. Non ha un progetto politico ed è composto da milioni di giovani in gran parte laureati, colti, destinati ad espatriare come schiavi in Europa, ma che non si rendono conto che il buon governo che auspicano non risolverà alla radice il loro problema e non li grazierà dalla condanna alla disoccupazione perpetua ed alla delusione esistenziale. Giovani che non si identificano nel fondamentalismo islamico, che peraltro esiste solo nella fantasia dei cultori dello scontro di civiltà, ma che non hanno ancora elaborato un progetto socialista di uso diverso delle risorse della loro terra e di affrancamento dal dominio del capitalismo mondiale.

Per questo cambieranno i Governi ma non si volterà pagina. Il Bilderbeg può stare ancora tranquillo per qualche tempo. Anche senza bandiere bruciate, Rochfeller e i suoi colleghi banchieri e militari continueranno a spadroneggiare sul mondo. La nefasta influenza USA continuerà.

Pietro Ancon a

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/02/03/AR2011020306882.html?hpid=topnews

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