domenica 1 agosto 2010

una nota di Alfiero Grandi, già sottosegretario finanze ( Sinistra e Libertà)

Il Governo ha imposto all’Italia - con il 36° voto di fiducia in 2 anni - una pessima manovra finanziaria. E’ curioso che tra le ragioni di tensione tra Berlusconi e Fini questo argomento sia stato completamente assente, tanto è vero che la fiducia al Governo è stata data senza troppi problemi.

Eppure quella del Governo non è l’unica politica economica possibile. Piuttosto Fini e il suo gruppo si sono ben poco caratterizzati sulle materie economiche e sociali e questo è un limite non da poco. Ad esempio il Ministro che è al centro dell’iniziativa referendaria per l’acqua pubblica - Ronchi - è l’unico ministro finiano nel Governo attuale.

Si potrebbero fare altri esempi.

La ragione che fa sembrare Tremonti più forte di quanto in realtà non sia è proprio nella subalternità del resto della coalizione di Governo, finiani compresi, alle sue scelte di politica economica e sociale.

Sarebbe un errore sottovalutare il valore delle posizioni assunte da Fini e da altri sul tema legalità, sul rispetto della Costituzione, ecc. Tuttavia è certo un limite non da poco la sostanziale accondiscendenza sulle questioni economiche e sociali, temi che oggi hanno un ruolo decisivo.

Anche l’opposizione non ha brillato nella battaglia contro le scelte economiche e sociali del Governo. Sarebbe ingeneroso dire che non c’è stata opposizione, ma è un fatto che troppo spesso le voci di opposizione in parlamento erano dissonanti, troppo preoccupate del proprio posizionamento e meno dei drammi sociali che hanno colpito fascie decisive della popolazione, del mondo del lavoro e che questa manovra renderà ancora più gravi. In troppi casi l’opposizione ha adoperato argomenti difensivi e qualche volta subalterni.

Del resto per rendere esplicita un’alternativa alla destra occorre che ci siano basi credibili di linea politica e di schieramento.

Il sindacato è rimasto in difesa, diviso tra chi come la Cgil ha provato con molte difficoltà a reagire e chi invece ormai dà per scontato che questa è la minestra e a saltare dalla finestra non ci pensa proprio.

Sono convinto che vengono troppo sottovalutati gli effetti delle misure contenute nella manovra sulle pensioni (non solo l’innalzamento a 65 anni per le lavoratrici del settore pubblico) che avranno nel tempo un effetto sociale devastante perché tendono a rompere il rapporto tra lavoratore e versamento dei contributi e per di più condannano i giovani, che già non riescono ad entratre nel mercato del lavoro, ad attendere ancora più a lungo.

Se ripresa economica ci sarà - e il Governo in questo non avrà alcun merito - sarà senza occupazione. Grasso che cola se si riuscirà a recuperare parte dell’occupazione perduta. In questo c’è un parallelismo, purtroppo, con quanto sta accadendo alla Fiat. Qualcuno ha pensato che la fiom esagerasse. Certo c’erano leggi e contratti da rispettare ma forse qualche piccola deroga si poteva anche concedere, sembrava pensare qualcuno anche nel centro sinistra. Del resto basta leggere le dichiarazioni pubblicate da il Sole.24 ore per avere contezza di questi sbandamenti.

Ora, dopo il diktat di Marchionne, tutti dovrebbero avere chiaro che è iniziato a Pomigliano un percorso che se andrà fino in fondo cambierà non poco i diritti dei lavoratori (le leggi riscritte dalle imprese, in ansia di competizione ad ogni costo) e le condizioni di lavoro (con ritmi e un controllo sul lavoro sconosciuti fino ad ora) e anche le retribuzioni resteranno al palo come del resto l’occupazione. Andrà bene se si manterrà l’occupazione che c’è. Né si tratta di sacrifici temporanei, per attraversare una fase difficile.

C’è poco da illudersi, il caso Fiat farà scuola e rischia di diventare strutturale.

Verso Regioni ed Enti locali vengono fatti tagli pesantissimi che ne minano il funzionamento, gli investimenti, le attività sociali, tanto più importanti in tempi di crisi. Al bastone pesante e duro dei tagli il Governo accompagna la carota - si fa per dire - della promessa che Regioni e Autonomie locali avranno maggiore autonomia nelle entrate. In questo modo si cerca di fare accettare senza troppe proteste un cambio epocale, un’autentica controriforma della finanza pubblica in settori come sanità, assistenza, ecc. dove non ci saranno più - secondo questo schema - diritti costituzionali da garantire ma finanziamenti limitati e chi non ci sta si arrangi - aprendo una distinzione tra virtuosi e non virtuosi di cui faranno le spese i cittadini - e dovrà scegliere tra fare dei tagli e fare pagare ai cittadini la differenza.

E’ chiaro che se cambia radicalmente lo schema delle relazioni sindacali e lo stato sociale, l’Italia che conosciamo non esisterà più. Certo lo stato sociale ha difetti, ma qui il rimedio è peggiore del male che vuole curare.

Fermare questo treno in corsa - il Governo Berlusconi - sarebbe un bene per il nostro paese e forse per la prima volta con la rottura tra Berlusconi e Fini si apre una concreta possibilità di farlo.

E’ ragionevole pensare anzitutto a cambiare la legge elettorale prima di tornare a votare, dando anche il tempo necessario ai diversi soggetti politici di riorganizzarsi. La discussione sembra però troppo concentrata sulla transizione politica.

La fase di transizione non è un fine ma un mezzo per arrivare a qualcosa. Il problema da risolvere è anzitutto cosa è questo qualcosa, da questo può derivare una migliore comprensione anche della transizione.

In realtà il problema tuttora da risolvere è mettere in campo un’alternativa politica credibile per idee, capacità di iniziativa, tale da contendere il campo alla destra.

Le candidature sono importanti e si misureranno come è giusto al momento opportuno in vista di un nuovo confronto elettorale.

Tuttavia prima delle candidature e per rafforzare le stesse candidature occorre mettere in campo una visione alternativa in grado di dimostrare che quella di Tremonti non è l’unica politica economica possibile, che Marchionne non può dettare le leggi dello Stato. Per farlo occorre anzitutto mettere in discussione il paradigma che i tagli sono inevitabili nell’ampiezza e nella forma.

Visco ha avuto il merito di individuare una possibilità alternativa, attraverso la proposta di mettere in un fondo a parte i debiti che gli Stati hanno contratto per impedire il crollo del sistema finanziario e bancario e di pagarli con la tassazione delle transazioni internazionali, che è poi un altro modo per proporre la Tobin tax.

E’ un tentativo di dimostrare che la globalizzazione non porta necessariamente a queste conseguenze. E’ un tentativo di uscire da una subalternità culturale e politica. Si può discutere, come tutto. Non basta ancora perché l’orizzonte va allargato ad altri argomenti chiave di questa fase. Tuttavia è certo che allarga l’orizzonte della ricerca politica e potrebbe essere un primo punto dell’autonomia politica dell’alternativa. Infatti se alla fine dei ragionamenti la globalizzazione da un lato e i tagli ai bilanci pubblici dall’altro fosssero gli unici parametri possibili il risultato sarebbe di rendere pooco credibile, asfittica ogni alternativa alla destra. La sinistra esiste in quanto ha una diversa chiave di lettura e risposte diverse, altrimenti è destinata a navigare sul fondo della subalternità, o almeno in difensiva. La ripresa politica tra qualche settimana dovrebbe occuparsi di come archiviare la fase berluconiana ma anche di come mettere in campo un’alternativa vera e forte.

Alfiero Grandi

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