di renato
pubblicato il 04/05/2010
Marco Biagi e il Libro bianco
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Secondo alcuni osservatori, le norme in materia di lavoro varate dal centrodestra rappresenterebbero uno stravolgimento del pensiero "riformista" di Marco Biagi
di Renato Fioretti
Come già verificatosi nel gennaio 2009, all’atto della firma dell’Accordo quadro “separato” sulla contrattazione decentrata, anche in occasione dell’approvazione del Ddl 1167 si è riproposta una (ormai) stucchevole querelle. Infatti, all’indomani del 3 marzo, è tornato in discussione il rapporto tra i provvedimenti in materia di lavoro adottati dai governi Berlusconi e le linee teoriche espresse attraverso il Libro bianco.
Da un lato si schierano coloro che ritengono non esserci alcuna relazione diretta tra le posizioni sostenute da Marco Biagi e la produzione legislativa successiva al 2001. Per alcuni, tra i sostenitori di questa tesi, le norme varate dal centrodestra rappresenterebbero, addirittura, uno stravolgimento del pensiero “riformista” dello studioso ucciso dalle Br.
Personalmente, sono sempre stato convinto del contrario.
Già in altra occasione ho rilevato che soltanto gli ottimisti “a contratto” e i distratti “per vocazione” avrebbero potuto sostenere che il decreto legislativo 276/03 rappresentasse l’atto finale del percorso avviato attraverso la legge-delega 30/03, piuttosto che il primo (fondamentale) tassello di un puzzle già ampiamente delineato. Quindi, a mio parere, le misure adottate dall’Esecutivo in carica dimostrano che siamo di fronte ad un percorso “a tappe”, teso a realizzare tutto quanto previsto dal “Libro”: vero e proprio “Manifesto per la controriforma del diritto del lavoro”!
In questo senso, anche le più recenti disposizioni, piuttosto che un’alterazione delle teorie di Biagi, rappresentano, invece, la sostanziale trasposizione in norme di legge di programmi e progetti già esplicitamente espressi nell’ottobre 2001. Ad inequivocabile conferma, è sufficiente riportare (solo) alcuni dei passaggi di quella vasta elaborazione teorica.
Il primo aspetto è rappresentato dall’insistenza con la quale nel Libro bianco veniva richiamata l’esigenza di non “comprimere” l’autonomia delle parti: laddove per “parti” si intendevano i datori di lavoro ed il singolo lavoratore, piuttosto che quelle sindacali.
Un altro indizio, che avrebbe (già) dovuto preoccupare tutti - non solo la Cgil - era contenuto nel passaggio relativo alla valutazione delle c.d. “clausole di non regressione” previste dalle Direttive comunitarie. In quel caso, attraverso un acrobatico esercizio lessicale, teso a stravolgere una consolidata prassi interpretativa, si sosteneva, in definitiva, la possibilità di modificare in peius la normativa nazionale, fermo restando il rispetto dei requisiti minimi previsti dal Legislatore comunitario.
Un’ulteriore anticipazione era rappresentata dall’inequivocabile affermazione secondo la quale, al fine di adeguare i differenziali di produttività - tra aziende e tra le diverse realtà territoriali - e, contemporaneamente, ridurre il divario occupazionale tra Nord e Sud, si rendeva necessario “aumentare la flessibilità salariale e stimolare una più accentuata differenziazione dei salari reali”.
D’altra parte, anche rispetto all’attualissimo tema della giustizia, il Libro non lasciava alcuno spazio all’immaginazione! A parte un lapidario giudizio, estremamente negativo, circa le (scadenti) qualità professionali dei giudici del lavoro, il testo redatto dall’attuale ministro del welfare e dal prof. Biagi già indicava nei collegi arbitrali le sedi più idonee a dirimere le controversie di lavoro, secondo criteri di equità ed efficienza.
E’ quindi evidente che le disposizioni previste dal Ddl 1167 non rappresentano un’improvvisa ed estemporanea iniziativa del ministro Sacconi. Esse si inseriscono, piuttosto, in un disegno organico già tracciato ed ignorato solo da coloro i quali fingevano - ed ancora fingono - di non rilevarlo tra le righe del suddetto “Manifesto”.
Tra l’altro, questi sono solo alcuni dei temi già annunciati. Sono certo che presto ne saranno posti altri all’ordine del giorno.
Penso, in particolare, al ruolo che dovrebbe assumere il contratto collettivo di lavoro - destinato a svolgere la funzione di “accordo quadro” per salvaguardare (solo) le retribuzioni minime - al ripristino delle c. d. “gabbie salariali” e all’istituzione di un salario minimo legale che, a mio avviso, piuttosto che garantire coloro i quali oggi non sono tutelati da un contratto collettivo, produrrebbe un’inevitabile “corsa al ribasso” - rispetto agli attuali minimi contrattuali - dei salari.
Termino questa prima parte tornando brevemente al Ddl 1167. Lo faccio riportando le (preoccupate) considerazioni di Vitantonio Lippolis - responsabile UO Vigilanza 2 presso la DPL di Modena - che non può certo essere annoverato tra gli oppositori “a prescindere”. Egli, concludendo un approfondito esame delle sostanziali modifiche apportate all’istituto della certificazione dei contratti di lavoro, afferma: “Un sensato giudizio al riguardo non potrà, tuttavia, essere disgiunto dall’effettivo utilizzo che si farà in futuro dello stesso istituto, auspicando che non venga impiegato con finalità potenzialmente aberranti che potrebbero comportare conseguenze anche estremamente sfavorevoli a carico dei prestatori di lavoro che, notoriamente, restano la parte più debole del rapporto”. Lascio al lettore valutare lo stridente contrasto tra quanto paventato e le dichiarazioni rilasciate dai massimi esponenti di Cisl e Uil che, del Ddl in esame, si limitano a rilevare la presenza di: ” luci ed ombre”!
In questo quadro, se, in materia di lavoro, la posizione del maggior partito di opposizione si limita alla proposta del c.d. “Contratto unico di ingresso” (CUI) - ultima versione tra il Contratto unico di Boeri ed il Contratto di transizione di Ichino - siamo davvero in una condizione di oggettiva gravità per le sorti dei lavoratori italiani!
Risale, infatti, al 5 febbraio scorso il Ddl 2000, d’iniziativa di alcuni senatori del Pd - primo firmatario Nerozzi (ex Cgil!) - per l’istituzione di un nuovo strumento contrattuale destinato a diventare “la forma tipica di prima assunzione alle dipendenze del medesimo datore o committente”.
Lo schema ricalca, sostanzialmente, la ben nota proposta elaborata da Boeri alcuni anni or sono.
In questa sede, eviterò di riproporre i motivi che mi inducono a ritenere il contratto unico - in tutte le sue versioni - un ulteriore (raffinato e subdolo) tentativo di aggiramento dell’art. 18 dello Statuto.
Mi preme evidenziare, piuttosto, la mancanza di coerenza da parte di coloro che - dal versante dell’opposizione - nel denunciare la frammentazione e le iniquità presenti nell’attuale mercato del lavoro, quali “conseguenze della proliferazione delle fattispecie legali di prestazione lavorativa”, ritengono (poi) di risolvere la condizione di apartheid, nella quale versano soprattutto le giovani generazioni, attraverso la riduzione generalizzata dei diritti e delle tutele.
Personalmente, considero prioritario ricondurre a norma di civiltà l’insopportabile incipit dell’art. 1 del decreto legislativo 276/03, laddove prevede che le norme in esso contenute sono intese a rendere compatibili le esigenze delle aziende alle aspirazioni dei lavoratori. E’ necessario, in questo senso, ripristinare il riequilibrio dei poteri tra le parti.
Per cercare di fare questo, è opportuno, a mio parere, agire con coerenza e battersi, da sinistra, per conquistare misure tese a:
- ridefinizione della “centralità” del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le possibili tipologie contrattuali stipulabili tra le parti;
- ripristino di causali “oggettive”, previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva di settore e territoriale, per la stipula di rapporti di lavoro a termine;
- esclusione della possibilità del ricorso a forme di lavoro parasubordinato in tutti i casi in cui esse coincidano con l’oggetto sociale delle imprese;
- riferimento ai parametri contrattuali del corrispondente settore produttivo per la determinazione dei compensi spettanti ai lavoratori a progetto;
- rivisitazione di alcune norme del contratto di lavoro a tempo parziale, in particolare di quelle relative al lavoro supplementare ed alle clausole elastiche e flessibili;
- adeguamento a quelli del lavoro subordinato di tutti i costi fiscali e contributivi a carico delle aziende, a prescindere dalla tipologia contrattuale sottoscritta;
- ripristino della clausola relativa allo stato di “attività preesistente”, nei casi di cessione di ramo d’azienda.
Resto convinto che solo così, rifuggendo da una condizione di oggettiva subalternità - che induce l’opposizione a proporre “riforme” che nulla hanno a che vedere con qualsiasi programma politico alternativo realisticamente riformatore - sarà possibile tentare di evitare che si realizzi compiutamente un progetto che si prospetta drammatico per le sorti dei lavoratori.
Renato Fioretti
04/05/2010 15:28
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E' verissimo. E' una menata quanto si favoleggia sul libro Bianco. La dottrina di spezzare le reni alle generazioni di lavoratori rendendoli giuridicamente ricattabili, precari, mal pagati è contenuta tutta nella elaborazione Biagi e nel vasto supermercato di strumenti di tortura inventati o copiati dal peggio della subcultura liberista anglosassone. La legge trenta è espressione del libro bianco.
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venerdì 21 maggio 2010
una supposizione: Santoro fonda un Partito?
Una supposizione: Santoro fonda un Partito?
Credo che l'idea gli sia venuta con l'enorme successo ottenuto al PalaDozza. Grande parte del popolo di sinistra non si riconosce più nel PD, giudica perdente votare per i comunisti cacciati via dal Parlamento, vorrebbe una alternativa concreta a Berlusconi. Un personaggio
capace di sconfiggerlo in campo aperto e che conosce tutti i meccanismi ed i marchingegni del consenso mediatico. Santoro sente oramai strettissima la rete TV, Anno Zero non gli basta più, credo che lo abbia anche stufato e si vedeva dal modo di condurre la scottante trasmissione di ieri sera sul pedofilismo nella Chiesa Cattolica. Vuole molto di più, scendere in campo come fece nel 94 il Cavaliere. Ha per l'appunto quindici anni in meno di Berlusconi e sembra godere di buona salute.
Perchè non provare? Grillo ha avuto successo. E' un predicatore via internet mentre Santoro è un telepredicatore. Entrambi godono di seguiti fidelizzati, di persone disposte a buttarsi sul fuoco per loro.
Berlusconi ha un seguito di fanatici che, se gli vede commettere un delitto, lo sostiene lo stesso. Quasi lo stesso si può dire di Santoro anche se i suoi sostenitori sono più colti e più dotati di ragione critica. Sebbene esca per la seconda volta dalla Rai con un gruzzolo miliardario in un contesto in cui la gente si uccide prima di morire di fame, i suoi fans non lo abbandonano e anzi ritengono che percepisca poco in confronto a Vespa ed altri. Insomma Santoro gode di una fidelizzazione a prova di qualsiasi evidenza o argomenti. Noto anche che scatena una certa aggressività nei suoi sostenitori non proprio come Berlusconi ma rilevante.
Se la fine delle ideologia ci porta a questo, mille volte meglio le ideologie ed il pensiero forte. I personaggi, i telepredicatori, i demagoghi di provincia, che invadono la politica e la occupano sono
manifestazioni di un degrado della politica che prima o poi ci priverà delle residue libertà e della democrazia. Guardavo esterrefatto la conferenza-stampa congiunta tra il Ministro Calderoli, piromane di leggi e della Costituzione, pascolatore di maiali antislamici ed Antonio Di Pietro dal multiforme
ingegno e dagli interessi molto articolati. Entrambi sostenevano il federalismo demaniale, il prossimo
sacco delle oligarchie regionali con la svendita e la privatizzazione del patrimonio ambientale, paesaggistico culturale dell'Italia regalata a voracissime bande territoriali. Anche Di Pietro prende voti dell'elettorato democratico e di sinistra, ma non renderà conto a nessuno dei suoi intrighi con Bossi.
Santoro fa parte da sempre della Oligarchia. Nel periodo di esilio impostogli da Berlusconi fu eletto
dal PD al Parlamento Europeo, dal quale si è dimesso dopo aver ricevuto anche qui una liquidazione
succulenta. Ora ha alzato lo sguardo verso un orizzonte più lontano. Perchè non incrociare la spada con Berlusconi contendendogli il controllo dell'Italia?
Può darsi che le mie supposizioni almanaccate dopo la trasmissione di ieri sera di "AnnoZero" siano prive di fondamento. Me lo auguro. L'Italia non ha bisogno di nuovi Dei nell'Olimpo ma di un rientro alle regole ed alla sostanza della democrazia a cominciare dal ripristino della proporzionale e della elezione dei parlamentari per scelta degli elettori e non delle segreterie dei partiti. Il personalismo patologico al quale approdiamo dopo la involuzione leaderistica dei partiti italiani è il peggio della nostra storia politica.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
Credo che l'idea gli sia venuta con l'enorme successo ottenuto al PalaDozza. Grande parte del popolo di sinistra non si riconosce più nel PD, giudica perdente votare per i comunisti cacciati via dal Parlamento, vorrebbe una alternativa concreta a Berlusconi. Un personaggio
capace di sconfiggerlo in campo aperto e che conosce tutti i meccanismi ed i marchingegni del consenso mediatico. Santoro sente oramai strettissima la rete TV, Anno Zero non gli basta più, credo che lo abbia anche stufato e si vedeva dal modo di condurre la scottante trasmissione di ieri sera sul pedofilismo nella Chiesa Cattolica. Vuole molto di più, scendere in campo come fece nel 94 il Cavaliere. Ha per l'appunto quindici anni in meno di Berlusconi e sembra godere di buona salute.
Perchè non provare? Grillo ha avuto successo. E' un predicatore via internet mentre Santoro è un telepredicatore. Entrambi godono di seguiti fidelizzati, di persone disposte a buttarsi sul fuoco per loro.
Berlusconi ha un seguito di fanatici che, se gli vede commettere un delitto, lo sostiene lo stesso. Quasi lo stesso si può dire di Santoro anche se i suoi sostenitori sono più colti e più dotati di ragione critica. Sebbene esca per la seconda volta dalla Rai con un gruzzolo miliardario in un contesto in cui la gente si uccide prima di morire di fame, i suoi fans non lo abbandonano e anzi ritengono che percepisca poco in confronto a Vespa ed altri. Insomma Santoro gode di una fidelizzazione a prova di qualsiasi evidenza o argomenti. Noto anche che scatena una certa aggressività nei suoi sostenitori non proprio come Berlusconi ma rilevante.
Se la fine delle ideologia ci porta a questo, mille volte meglio le ideologie ed il pensiero forte. I personaggi, i telepredicatori, i demagoghi di provincia, che invadono la politica e la occupano sono
manifestazioni di un degrado della politica che prima o poi ci priverà delle residue libertà e della democrazia. Guardavo esterrefatto la conferenza-stampa congiunta tra il Ministro Calderoli, piromane di leggi e della Costituzione, pascolatore di maiali antislamici ed Antonio Di Pietro dal multiforme
ingegno e dagli interessi molto articolati. Entrambi sostenevano il federalismo demaniale, il prossimo
sacco delle oligarchie regionali con la svendita e la privatizzazione del patrimonio ambientale, paesaggistico culturale dell'Italia regalata a voracissime bande territoriali. Anche Di Pietro prende voti dell'elettorato democratico e di sinistra, ma non renderà conto a nessuno dei suoi intrighi con Bossi.
Santoro fa parte da sempre della Oligarchia. Nel periodo di esilio impostogli da Berlusconi fu eletto
dal PD al Parlamento Europeo, dal quale si è dimesso dopo aver ricevuto anche qui una liquidazione
succulenta. Ora ha alzato lo sguardo verso un orizzonte più lontano. Perchè non incrociare la spada con Berlusconi contendendogli il controllo dell'Italia?
Può darsi che le mie supposizioni almanaccate dopo la trasmissione di ieri sera di "AnnoZero" siano prive di fondamento. Me lo auguro. L'Italia non ha bisogno di nuovi Dei nell'Olimpo ma di un rientro alle regole ed alla sostanza della democrazia a cominciare dal ripristino della proporzionale e della elezione dei parlamentari per scelta degli elettori e non delle segreterie dei partiti. Il personalismo patologico al quale approdiamo dopo la involuzione leaderistica dei partiti italiani è il peggio della nostra storia politica.
Pietro Ancona
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giovedì 20 maggio 2010
La sofferenza della CGIL
La sofferenza della CGIL
Nel giorno del quarantesimo anniversario dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori realizzato in una stagione di grande temperie sociale e culturale che spingeva in alto la figura del lavoratore e ne faceva
soggetto della storia dopo i secoli terribili aperti dalla rivoluzione industriale in cui fu soltanto "utensile umano", alla CGIL che, assieme ai socialisti di Giacomo Brodolini e Pietro Nenni, ne fu artefice si infligge l'offesa della sua esclusione dagli incontri che il Governo ha il dovere di fare con le parti sociali per concordare il prelievo di 26 miliardi di euro.
La CGIL non è stata invitata dal Ministro del tesoro che si è riunito con Confindustria Cisl ed Uil
per stabilire norme che peseranno su tutti i lavoratori. Con ipocrisia l'incontro viene definito "informale" tanto per mettere le carte in ordine e fare finta di non volere discriminare.
Trattasi del secondo incontro "informale" sulla materia. Il Governo ritiene di potersi comportare
in modo tanto villano nei confronti della più grande Confederazione dei Lavoratori italiani ritenendo di poterne neutralizzare, dopo, la reazione con l'aiuto del PD che non smentisce la Cisl e l'UIL nella loro opera di assecondamento degli interessi della Confindustria e della destra. Magari pensa di poterla recuperare successivamente come è stato fatto con la riforma del contratto nazionale.
Questo accade all'indomani del più moderato Congresso della storia della CGIL. Un Congresso
che ha ribadito il valore dell'unità con Cisl e UIL nonostante questa da molto tempo sia diventata
un disvalore, un diabolico mezzo per sottrarre diritti e salari e riversarli a vantaggio dei ceti imprenditoriali e finanziari. Un Congresso che ha evitato di darsi obiettivi sulle questioni essenziali del
salario, del precariato, delle pensioni, del welfare.
La destra italiana non si fida. Sa che, per quanto possano essere moderati ed in difficoltà suoi gruppi dirigenti, la CGIL non può tradire se stessa, la sua storia, il suo ruolo di organizzazione che incarna le aspirazioni più profonde dei lavoratori. Tremonti, Sacconi e la Mercegaglia tengono fuori dall'uscio la CGIL per umiliare le ragioni delle classi lavoratrici . Mi auguro che Epifani non resti dietro l'uscio a fare anticamera, non pietisca per essere ammesso al tavolo della trattativa, riunisca d'urgenza il Comitato Direttivo della CGIL per un esame della terribile cura da cavallo che si vuole imporre alle famiglie italiane. Prenda esempio dalla Grecia che è al quarto sciopero generale e rivendichi con chiarezza l'intangibilità dello Statuto dei Diritti, dell'art.18, che uno stuolo di commercialisti delle imprese, che hanno preso il posto dei grandi giuslavoristi che vanno da Gino Giugni a Luciano Gallino, vorrebbe liquidare.
La destra italiana, con l'aiuto di Cisl e Uil, vuole la rottura. Deve imporre una camicia di forza
alla libertà ed alla democrazia che non potrebbe mai essere accettata dalla CGIL anche se il PD
mostra disponibilità anche con atti concreti come il ddl Nerozzi-Marini sul Cui.
Non si vuole alcun dialogo sociale. La destra utilizza la crisi mondiale per spingere ancora più
in basso i lavoratori caricandoli di tutto il peso di un reiquilibrio delle classi sociali ancora più duro per chi vive di lavoro dipendente.
Chieda la CGIL una verifica della rappresentatività. Cisl e UIL sono "bolle" sindacali gonfiate da decenni di unità sindacale che li ha accreditati anche con una legislazione di favore. La CGIL era e resta la Confederazione di gran lunga più rappresentativa. I suoi iscritti, sommati a quelli del sindacalismo di base, sono la stragrande maggioranza che non può e non deve essere esclusa
dal diritto di essere sentita, trattare, concludere accordi.
Si proclami subito uno sciopero generale contro le misure che stanno per essere concordate e che
mirano a criminalizzare i pensionati di invalidità ed imporre un congelamento delle retribuzioni coperto
dalla foglia di fico di modestissime, retrattili ed insignificanti correzioni delle enormi prebende degli Oligarchi della politica e dei Managers.
Pietro Ancona
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http://tg24.sky.it/tg24/economia/2010/05/19/quarantesimo_anniversario_statuto_dei_lavoratori.html
http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-813488/manovra-parti-sociali-colloquio/
Nel giorno del quarantesimo anniversario dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori realizzato in una stagione di grande temperie sociale e culturale che spingeva in alto la figura del lavoratore e ne faceva
soggetto della storia dopo i secoli terribili aperti dalla rivoluzione industriale in cui fu soltanto "utensile umano", alla CGIL che, assieme ai socialisti di Giacomo Brodolini e Pietro Nenni, ne fu artefice si infligge l'offesa della sua esclusione dagli incontri che il Governo ha il dovere di fare con le parti sociali per concordare il prelievo di 26 miliardi di euro.
La CGIL non è stata invitata dal Ministro del tesoro che si è riunito con Confindustria Cisl ed Uil
per stabilire norme che peseranno su tutti i lavoratori. Con ipocrisia l'incontro viene definito "informale" tanto per mettere le carte in ordine e fare finta di non volere discriminare.
Trattasi del secondo incontro "informale" sulla materia. Il Governo ritiene di potersi comportare
in modo tanto villano nei confronti della più grande Confederazione dei Lavoratori italiani ritenendo di poterne neutralizzare, dopo, la reazione con l'aiuto del PD che non smentisce la Cisl e l'UIL nella loro opera di assecondamento degli interessi della Confindustria e della destra. Magari pensa di poterla recuperare successivamente come è stato fatto con la riforma del contratto nazionale.
Questo accade all'indomani del più moderato Congresso della storia della CGIL. Un Congresso
che ha ribadito il valore dell'unità con Cisl e UIL nonostante questa da molto tempo sia diventata
un disvalore, un diabolico mezzo per sottrarre diritti e salari e riversarli a vantaggio dei ceti imprenditoriali e finanziari. Un Congresso che ha evitato di darsi obiettivi sulle questioni essenziali del
salario, del precariato, delle pensioni, del welfare.
La destra italiana non si fida. Sa che, per quanto possano essere moderati ed in difficoltà suoi gruppi dirigenti, la CGIL non può tradire se stessa, la sua storia, il suo ruolo di organizzazione che incarna le aspirazioni più profonde dei lavoratori. Tremonti, Sacconi e la Mercegaglia tengono fuori dall'uscio la CGIL per umiliare le ragioni delle classi lavoratrici . Mi auguro che Epifani non resti dietro l'uscio a fare anticamera, non pietisca per essere ammesso al tavolo della trattativa, riunisca d'urgenza il Comitato Direttivo della CGIL per un esame della terribile cura da cavallo che si vuole imporre alle famiglie italiane. Prenda esempio dalla Grecia che è al quarto sciopero generale e rivendichi con chiarezza l'intangibilità dello Statuto dei Diritti, dell'art.18, che uno stuolo di commercialisti delle imprese, che hanno preso il posto dei grandi giuslavoristi che vanno da Gino Giugni a Luciano Gallino, vorrebbe liquidare.
La destra italiana, con l'aiuto di Cisl e Uil, vuole la rottura. Deve imporre una camicia di forza
alla libertà ed alla democrazia che non potrebbe mai essere accettata dalla CGIL anche se il PD
mostra disponibilità anche con atti concreti come il ddl Nerozzi-Marini sul Cui.
Non si vuole alcun dialogo sociale. La destra utilizza la crisi mondiale per spingere ancora più
in basso i lavoratori caricandoli di tutto il peso di un reiquilibrio delle classi sociali ancora più duro per chi vive di lavoro dipendente.
Chieda la CGIL una verifica della rappresentatività. Cisl e UIL sono "bolle" sindacali gonfiate da decenni di unità sindacale che li ha accreditati anche con una legislazione di favore. La CGIL era e resta la Confederazione di gran lunga più rappresentativa. I suoi iscritti, sommati a quelli del sindacalismo di base, sono la stragrande maggioranza che non può e non deve essere esclusa
dal diritto di essere sentita, trattare, concludere accordi.
Si proclami subito uno sciopero generale contro le misure che stanno per essere concordate e che
mirano a criminalizzare i pensionati di invalidità ed imporre un congelamento delle retribuzioni coperto
dalla foglia di fico di modestissime, retrattili ed insignificanti correzioni delle enormi prebende degli Oligarchi della politica e dei Managers.
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mercoledì 19 maggio 2010
una generazione sconfitta. Sette anni terribili
Cara Dott.ssa De Gregorio,
ieri sera, a Ballarò, lei paventava una imminente rivolta sociale e raccontava di essere stata fortemente impressionata da assemblee di giovani precari con scene drammatiche di pianto,disperazione,sofferenza.
Cinque milioni di giovani, praticamente tutti i nuovi occupati, si trovano in regime di precariato. Ma forse sono molto di più se aggiungiamo le partite IVA. Anche nel suo giornale probabilmente ci sarà una certa percentuale di giovani giornalisti assunti con una delle diavolerie della legge trenta. Precariato vuol dire anche salario da schiavi, disconoscimento dei titoli di studio o altro. Vuol dire niente welfare. Abbiamo casi di ingegneri pagati a settecento euro al mese oppure di persone assunte per cinque giorni la settimana esclusi il sabato e la domenica.
Questa situazione infernale esiste da sette anni ed è legale dal momento che la legge Biagi ha fornito un fumus giuridico di legalizzazione a quanto già avveniva seppur in misura certamente minore.
Nel 2007 è stata resa definitiva da Prodi con gli accordi sindacali del 23 luglio che hanno di fatto chiuso negativamente la promessa fatta dallo stesso Prodi nella campagna elettorale. Ricorda: diceva di voler liberare i giovani dal precariato.
Qualche giorno fa il gruppo senatoriale del PD ha presentato il disegno di legge Nerozzi-Marini che correda il precariato con la liquidazione dell'art.18. La legge sull'arbitrato in discussione al senato è stata contrastata molto debolmente dal PD che in grande parte la condivide.
L'Unità o il PD non hanno mai fatto un esame delle conseguenze della legge Biagi nonostante la sofferenza che giunge da milioni e milioni di ragazze e ragazze a cui è stato cancellato il futuro.
Non capisco, quindi, la schizzofrenia di una condivisione del disagio dei precari e di una partecipazione attiva ai progetti per rendere definitiva e senza alcuna possibilità di cambiamento la loro condizione. La rivolta che lei paventa probabilmente non ci sarà perchè l'isolamento di questa massa enorme di giovani è assoluto. Nessuno li ascolta. Il liberismo selvaggio è diventata dottrina generale nel Parlamento e nel sindacalismo confederale. Ma la disperazione che cova nella società italiana è terribile.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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ieri sera, a Ballarò, lei paventava una imminente rivolta sociale e raccontava di essere stata fortemente impressionata da assemblee di giovani precari con scene drammatiche di pianto,disperazione,sofferenza.
Cinque milioni di giovani, praticamente tutti i nuovi occupati, si trovano in regime di precariato. Ma forse sono molto di più se aggiungiamo le partite IVA. Anche nel suo giornale probabilmente ci sarà una certa percentuale di giovani giornalisti assunti con una delle diavolerie della legge trenta. Precariato vuol dire anche salario da schiavi, disconoscimento dei titoli di studio o altro. Vuol dire niente welfare. Abbiamo casi di ingegneri pagati a settecento euro al mese oppure di persone assunte per cinque giorni la settimana esclusi il sabato e la domenica.
Questa situazione infernale esiste da sette anni ed è legale dal momento che la legge Biagi ha fornito un fumus giuridico di legalizzazione a quanto già avveniva seppur in misura certamente minore.
Nel 2007 è stata resa definitiva da Prodi con gli accordi sindacali del 23 luglio che hanno di fatto chiuso negativamente la promessa fatta dallo stesso Prodi nella campagna elettorale. Ricorda: diceva di voler liberare i giovani dal precariato.
Qualche giorno fa il gruppo senatoriale del PD ha presentato il disegno di legge Nerozzi-Marini che correda il precariato con la liquidazione dell'art.18. La legge sull'arbitrato in discussione al senato è stata contrastata molto debolmente dal PD che in grande parte la condivide.
L'Unità o il PD non hanno mai fatto un esame delle conseguenze della legge Biagi nonostante la sofferenza che giunge da milioni e milioni di ragazze e ragazze a cui è stato cancellato il futuro.
Non capisco, quindi, la schizzofrenia di una condivisione del disagio dei precari e di una partecipazione attiva ai progetti per rendere definitiva e senza alcuna possibilità di cambiamento la loro condizione. La rivolta che lei paventa probabilmente non ci sarà perchè l'isolamento di questa massa enorme di giovani è assoluto. Nessuno li ascolta. Il liberismo selvaggio è diventata dottrina generale nel Parlamento e nel sindacalismo confederale. Ma la disperazione che cova nella società italiana è terribile.
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martedì 18 maggio 2010
Fenestrelle: Napolitano come Willy Brandt
Napolitano come Willy Brandt
Il Presidente Napolitano dovrebbe ispirarsi al grande statista socialdemocratico europeo Willy Brand
che si inginocchiò davanti il monumento del ghetto di Varsavia e chiese perdono per i crimini dei nazisti. Dovrebbe inginocchiarsi davanti la fortezza di Fenestrelle nell'alto Piemonte dove venivano deportati i resistenti meridionali i tantissimi contadini definiti "briganti" per morirvi squagliati nella calce viva o di fame e di freddo.L'unità d'Italia non si fa con la retorica patriottarda o intonando tutti insieme l'inno di Mameli. Si fa facendo conoscere la verità finora nascosta agli italiani da una storiografia fatta di menzogne. Soltanto la verità accompagnata da un atto di riconoscimento delle terribili colpe del genocidio nordista può mettere le basi, a 150 anni della fondazione dello Stato, di una vera nazione. La partecipazione alla prima guerra mondiale del tutto inutile e priva di senso non
ha avvicinato gli italiani sebbene abbia compiuto fraternizzazioni specialmente tra i soldati. La prima guerra mondiale fu la guerra dei feroci ufficiali dello Stato Sabaudo contro i loro soldati che venivano mandati deliberatamente al massacro oppure decimati e fucilati per futili motivi. Non è bastata a fare dell'Italia una Nazione.
Bisogna quindi fare piena luce sugli anni che vanno dal 1861 alla grande emigrazione transeoceanica del novecento. Elencare tutti i delitti ad uno ad uno. Rievocare i paesi rasi al suolo, le famiglie distrutte,le devastazioni e le ruberie in danno degli sventurati abitanti del Regno delle Due Sicilie. Tutto avvenne dopo la spedizione dei Mille ma già se ne sentivano i presagi nella strage di Bronte.
Si dovrebbero rimuovere i resti umani dei combattenti meridionali dal Museo Lombrosiano. Una vera vergogna che Borghezio vorrebbe conservare a dimostrazione della inferiorità etnica della gente del Sud.
Pietro Ancona
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mercoledì, ottobre 21, 2009By Web & Books
La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali detta Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1862 “…per la repressione del brigantaggio nel Meridione”
Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O brigante o emigrante”
Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “….genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni mirati a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali….Migliaia i soldati dell’esercito borbonico massacrati nel lager di Fenestrelle in Piemonte (nella foto). E ad osservare la foto la momoria riporta subito ad Auschswitz. E invece no. Non c’erano le camere a gas? I prigionieri, portati al Nord con quattro stracci addosso, a 2000 metri d’altezza, venivano gettati nella calce viva. Antonio Gramsci (1920): “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”. Giuseppe Garibaldi Lettera ad Adelaide Cairoli, 1868 “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio” Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel 1863 dichiarò in Parlamento: “Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue”. On.le Ferrari, liberale, nel novembre 1862 grida in aula: “Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 14 agosto 1861, 1250 morti). Nell’agosto del 1862 i paesi del SUD in rivolta contro l’invasione italiana erano 1.500 e fu dichiarato lo stato d’assedio e legge marziale, inizia violenta e dura la repressione dei paesi liberati dai partigiani Borbonici. La guerra di conquista durò oltre il 1880 e causò al Regno delle Due Sicilie 1.000.000 di morti, centinaia di paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte/Italia ebbe oltre 23.000 morti il doppio di quelle subite in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza. Le atrocità compiute, ancora secretate per la vergogna, impedendo così l’imputazione di genocidio, primeggiano su quelle naziste e competono con quelle giacobine rivoluzionare in Vandea (1793), quando cuocevano a vapore anche preti e suore.
Il Presidente Napolitano dovrebbe ispirarsi al grande statista socialdemocratico europeo Willy Brand
che si inginocchiò davanti il monumento del ghetto di Varsavia e chiese perdono per i crimini dei nazisti. Dovrebbe inginocchiarsi davanti la fortezza di Fenestrelle nell'alto Piemonte dove venivano deportati i resistenti meridionali i tantissimi contadini definiti "briganti" per morirvi squagliati nella calce viva o di fame e di freddo.L'unità d'Italia non si fa con la retorica patriottarda o intonando tutti insieme l'inno di Mameli. Si fa facendo conoscere la verità finora nascosta agli italiani da una storiografia fatta di menzogne. Soltanto la verità accompagnata da un atto di riconoscimento delle terribili colpe del genocidio nordista può mettere le basi, a 150 anni della fondazione dello Stato, di una vera nazione. La partecipazione alla prima guerra mondiale del tutto inutile e priva di senso non
ha avvicinato gli italiani sebbene abbia compiuto fraternizzazioni specialmente tra i soldati. La prima guerra mondiale fu la guerra dei feroci ufficiali dello Stato Sabaudo contro i loro soldati che venivano mandati deliberatamente al massacro oppure decimati e fucilati per futili motivi. Non è bastata a fare dell'Italia una Nazione.
Bisogna quindi fare piena luce sugli anni che vanno dal 1861 alla grande emigrazione transeoceanica del novecento. Elencare tutti i delitti ad uno ad uno. Rievocare i paesi rasi al suolo, le famiglie distrutte,le devastazioni e le ruberie in danno degli sventurati abitanti del Regno delle Due Sicilie. Tutto avvenne dopo la spedizione dei Mille ma già se ne sentivano i presagi nella strage di Bronte.
Si dovrebbero rimuovere i resti umani dei combattenti meridionali dal Museo Lombrosiano. Una vera vergogna che Borghezio vorrebbe conservare a dimostrazione della inferiorità etnica della gente del Sud.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
mercoledì, ottobre 21, 2009By Web & Books
La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali detta Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1862 “…per la repressione del brigantaggio nel Meridione”
Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O brigante o emigrante”
Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “….genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni mirati a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali….Migliaia i soldati dell’esercito borbonico massacrati nel lager di Fenestrelle in Piemonte (nella foto). E ad osservare la foto la momoria riporta subito ad Auschswitz. E invece no. Non c’erano le camere a gas? I prigionieri, portati al Nord con quattro stracci addosso, a 2000 metri d’altezza, venivano gettati nella calce viva. Antonio Gramsci (1920): “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”. Giuseppe Garibaldi Lettera ad Adelaide Cairoli, 1868 “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio” Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel 1863 dichiarò in Parlamento: “Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue”. On.le Ferrari, liberale, nel novembre 1862 grida in aula: “Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 14 agosto 1861, 1250 morti). Nell’agosto del 1862 i paesi del SUD in rivolta contro l’invasione italiana erano 1.500 e fu dichiarato lo stato d’assedio e legge marziale, inizia violenta e dura la repressione dei paesi liberati dai partigiani Borbonici. La guerra di conquista durò oltre il 1880 e causò al Regno delle Due Sicilie 1.000.000 di morti, centinaia di paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte/Italia ebbe oltre 23.000 morti il doppio di quelle subite in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza. Le atrocità compiute, ancora secretate per la vergogna, impedendo così l’imputazione di genocidio, primeggiano su quelle naziste e competono con quelle giacobine rivoluzionare in Vandea (1793), quando cuocevano a vapore anche preti e suore.
lunedì 17 maggio 2010
Umberto Bossi pedagogo
Bossi pedagogo
Il capo della lega Nord ritiene che il federalismo servirà al Sud per educarlo ad usare meglio e con maggiore rispetto i soldi del prelievo fiscale del suo territorio, a non parassitarsi sulle regioni e sugli uomini operosi della Valle Padana, ad imparare a vivere con i propri mezzi. Insomma, il federalismo sarà sopratutto uno strumento educativo per i meridionali fannulloni e scrocconi e Bossi ne è il grande pedagogo.
Il Nord è assai più ricco del Sud ma non dà proprio niente a questo. Se desse come sostengono i
tronfi separatisti della Lega il livello della popolazione del sud dovrebbe essere eguale o vicino a quello del Nord. In effetti non è così. La popolazione meridionale è più povera appunto perchè meno ricca e non assistita nè dal Nord nè da chicchesia.
La leggenda del Nord che mantiene il Sud viene alimentata da intense campagne propagandistiche che impegnano i massmedia quasi quotidianamente. Il prof. Luca Ricolfi ha addirittura scritto un libro diventato cult per i leghisti: " Il sacco del Nord" nel quale viene spiegato come i virtuosi abitanti della Padania si siano accollati per quasi cinquanta anni il peso di una zavorra fatta di tutto l'ex Regno delle Due Sicilie e di parte dell'ex Stato della Chiesa. In sostanza, mentre il Nord consuma meno di quello che produce, al Sud avverrebbe il contrario attraverso, appunto, il salasso delle risorse guadagnate dal Nord.
In effetti, questa tesi è infondata. Se il Nord ha contribuito a pagare più tasse per il mantenimento dello Stato questo è esclusivamente dovuto alla sua maggiore ricchezza, alla sua straordinaria (fino a ieri) densità industriale. E' falso che le risorse prodotte dal Nord vengano stornate al Sud . Nella distribuzione delle risorse attraverso i trasferimenti lo Stato si comporta riferendosi a parametri che non sono certamente di favoritismo per il Sud.. La Lombardia, il Piemonte, il Veneto non sono in grado di dimostrare di avere ceduto risorse a vantaggio del Sud ed anzi hanno ricevuto molto di più di quanto non abbia avuto il Sud. Il Nord ha un sistema infrastrutturale finanziato dallo Stato che è di almeno dieci volte migliore per qualità ed efficienza di quello meridionale. Basti pensare al sistema autostradale. Inoltre la più grande industria del Nord e dell'Italia la Fiat di Torino è stata sostenuta per decenni da cospicui contributi statali in parte sotto forma di CIG usata per integrare i bilanci della azienda scaricandola dei periodi di magra commerciale.
Il progetto ideato da un economista di indubbio valore quale fu il Prof.Saraceno di industrializzazione del Sud con la Cassa per il Mezzogiorno (CASMEZ) fu vanificato dall'uso che torme di pirana ne fecero. Grande parte dei soldi erogati sono finiti ad aziende come l'Eni, la Montecatini, alle acciaierie di Stato. I beneficiari della Casmez furono per il 95% industrie ed industriali del Nord. Siamo giunti financo all'intervento corsaro e truffaldino di imprese padane che venivano a compiere scorrerie fingendo di impiantare fabbriche per impadronirsi dei cospicui incentivi e fuggire immediatamente lasciandosi macerie alle spalle.
I benefici dei salari erogati dalla Italcementi e dalla Montedison o dall'Eni a Gela e Siracusa, della Fiat a Termini, dell'ILva a Taranto non valgono i terribili e duraturi danni provocati dall'inquinamento
e dall'oscuramento della vocazione turistica e agricola dei luoghi.
In ogni caso, come dimostrano i documenti che corredano questo scritto, nella ripartizione delle risorse nazionali la parte leonina è stata ed è delle regioni del Nord. Che poi il Nord non riesca a smaltire quanto produce e riceve non è prova delle sue virtù sparagnine e di pratiche austere
di vita quanto di un surplus di risorse che, purtroppo, non credo avrà ancora in futuro neppure col federalismo fiscale separatista. Soltanto una nuova fase della economia, dopo il giro di boa della crisi in atto (se ci sarà) potrà riprendere e conservare i dati di prosperità attuali.
La classe dirigente del Nord non sta dando una grande prova di sè. Avvelena l'opinione pubblica e la istiga contro i meridionali e contro gli extracomunitari. Nei confronti di questi ha ispirato alla destra che controlla il Paese leggi di stampo nazista ed attua persecuzioni e campagne di odio che giungono financo all'omicidio. Naturalmente si serve della manodopera importata per la sua agricoltura che fallirebbe subito se ne fosse improvvisamente privata. Chi mungerebbe le vacche di padron Bertoldo se gli indiani sikh rientrassero in patria? Lo stesso dicasi per le sue concerie dove impiega manodopera dell'est europeo in condizioni ottocentesche di sfruttamento. Un operaio delle concerie non campa più di dieci-quindici anni dentro le esalazioni di acidi ed il grande calore in cui fatica anche per dieci ore al giorno per i pochi euro concessi dai terribili imprenditori locali.
Ritiene anche di poter fare a meno dei meridionali negli uffici e nelle scuole. Formigoni propone una radicale pulizia etnica già avviata dalla Gelmini. Pensa di avere i magistrati ed i professori sufficienti per sostituire i meridionali? Soltanto il certificato di nascita deciderà dell'impiego.
Il contesto politico e sociale in cui si avvia l'operazione "federalismo" è di odio e di cacciata dal Nord dei meridionali. Sbaglia Napolitano a non tenerne conto ed a pensare che l'Italia che uscirà da questa temperie non sarà ancora più avvelenata di quanto non sia oggi.
Il professore Giorgio Ruffolo, rendendosi conto che il federalismo di venti regioni che hanno dato pessima prova di se a cominciare dalla Lombardia non potrà che rendere irreversibile la crisi italiana,
propone tre grandi macroregioni. Sarebbe peggio che andar di notte!
Penso che dovremmo fermarci tutti. Analizzare criticamente che cosa sono diventate le Regioni dalla loro istituzione ad oggi. Prendere atto che hanno moltiplicato per venti i vizi dello statalismo e reso quasi insostenibile il peso fiscale, prendere atto che producono nuove entità istituzionali per via dei tumori oligarchici che tendono a riprodursi con le province e la istituzione di nuove regioni. Una si è fatta avanti: la Romagna ed altre sono pronte per il riconoscimento. Possiamo escludere che Catania rivendichi di diventare Regione autonoma?
Se l'Italia decidesse di sopprimere le Regioni e si potesse togliere il loro peso diventerebbe sicuramente migliore di quella che oggi è. Ma questo non è possibile e corriamo tutti verso il precipizio del federalismo che affosserà tutto e tutti se prima una grande ondata della crisi mondiale non ci avrà travolto.
La prima operazione da fare è riconvertire in classe dirigente l'oligarchia che oggi divora oltre cento miliardi di euro l'anno. Ridurre il costo della politica di almeno il settanta per cento. Non andare avanti con le privatizzazioni. Queste due misure aiuterebbero a recuperare il rispetto della popolazione e maggiori risorse per le riforme "giuste" da fare. Ma è possibile? Purtroppo non è possibile. Quando si tratta dei privilegi dell'Oligarchia, della casta, governo ed opposizione si stringono e fanno muro.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www.finanzalocale.interno.it/docum/studi/varie/formez03.html
http://www.mit.gov.it/mit/mop_all.php?p_id=07073
http://finanziamentipubblici.it/category/categoria-notizia/miccich%C3%A8-cipe?page=1
http://www.regioni.it/mhonarc/details_misc.aspx?id=4644
http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/26/Ricolfi_attenti_Gattopardo_fara_boccone_co_9_100126031.shtml
Il capo della lega Nord ritiene che il federalismo servirà al Sud per educarlo ad usare meglio e con maggiore rispetto i soldi del prelievo fiscale del suo territorio, a non parassitarsi sulle regioni e sugli uomini operosi della Valle Padana, ad imparare a vivere con i propri mezzi. Insomma, il federalismo sarà sopratutto uno strumento educativo per i meridionali fannulloni e scrocconi e Bossi ne è il grande pedagogo.
Il Nord è assai più ricco del Sud ma non dà proprio niente a questo. Se desse come sostengono i
tronfi separatisti della Lega il livello della popolazione del sud dovrebbe essere eguale o vicino a quello del Nord. In effetti non è così. La popolazione meridionale è più povera appunto perchè meno ricca e non assistita nè dal Nord nè da chicchesia.
La leggenda del Nord che mantiene il Sud viene alimentata da intense campagne propagandistiche che impegnano i massmedia quasi quotidianamente. Il prof. Luca Ricolfi ha addirittura scritto un libro diventato cult per i leghisti: " Il sacco del Nord" nel quale viene spiegato come i virtuosi abitanti della Padania si siano accollati per quasi cinquanta anni il peso di una zavorra fatta di tutto l'ex Regno delle Due Sicilie e di parte dell'ex Stato della Chiesa. In sostanza, mentre il Nord consuma meno di quello che produce, al Sud avverrebbe il contrario attraverso, appunto, il salasso delle risorse guadagnate dal Nord.
In effetti, questa tesi è infondata. Se il Nord ha contribuito a pagare più tasse per il mantenimento dello Stato questo è esclusivamente dovuto alla sua maggiore ricchezza, alla sua straordinaria (fino a ieri) densità industriale. E' falso che le risorse prodotte dal Nord vengano stornate al Sud . Nella distribuzione delle risorse attraverso i trasferimenti lo Stato si comporta riferendosi a parametri che non sono certamente di favoritismo per il Sud.. La Lombardia, il Piemonte, il Veneto non sono in grado di dimostrare di avere ceduto risorse a vantaggio del Sud ed anzi hanno ricevuto molto di più di quanto non abbia avuto il Sud. Il Nord ha un sistema infrastrutturale finanziato dallo Stato che è di almeno dieci volte migliore per qualità ed efficienza di quello meridionale. Basti pensare al sistema autostradale. Inoltre la più grande industria del Nord e dell'Italia la Fiat di Torino è stata sostenuta per decenni da cospicui contributi statali in parte sotto forma di CIG usata per integrare i bilanci della azienda scaricandola dei periodi di magra commerciale.
Il progetto ideato da un economista di indubbio valore quale fu il Prof.Saraceno di industrializzazione del Sud con la Cassa per il Mezzogiorno (CASMEZ) fu vanificato dall'uso che torme di pirana ne fecero. Grande parte dei soldi erogati sono finiti ad aziende come l'Eni, la Montecatini, alle acciaierie di Stato. I beneficiari della Casmez furono per il 95% industrie ed industriali del Nord. Siamo giunti financo all'intervento corsaro e truffaldino di imprese padane che venivano a compiere scorrerie fingendo di impiantare fabbriche per impadronirsi dei cospicui incentivi e fuggire immediatamente lasciandosi macerie alle spalle.
I benefici dei salari erogati dalla Italcementi e dalla Montedison o dall'Eni a Gela e Siracusa, della Fiat a Termini, dell'ILva a Taranto non valgono i terribili e duraturi danni provocati dall'inquinamento
e dall'oscuramento della vocazione turistica e agricola dei luoghi.
In ogni caso, come dimostrano i documenti che corredano questo scritto, nella ripartizione delle risorse nazionali la parte leonina è stata ed è delle regioni del Nord. Che poi il Nord non riesca a smaltire quanto produce e riceve non è prova delle sue virtù sparagnine e di pratiche austere
di vita quanto di un surplus di risorse che, purtroppo, non credo avrà ancora in futuro neppure col federalismo fiscale separatista. Soltanto una nuova fase della economia, dopo il giro di boa della crisi in atto (se ci sarà) potrà riprendere e conservare i dati di prosperità attuali.
La classe dirigente del Nord non sta dando una grande prova di sè. Avvelena l'opinione pubblica e la istiga contro i meridionali e contro gli extracomunitari. Nei confronti di questi ha ispirato alla destra che controlla il Paese leggi di stampo nazista ed attua persecuzioni e campagne di odio che giungono financo all'omicidio. Naturalmente si serve della manodopera importata per la sua agricoltura che fallirebbe subito se ne fosse improvvisamente privata. Chi mungerebbe le vacche di padron Bertoldo se gli indiani sikh rientrassero in patria? Lo stesso dicasi per le sue concerie dove impiega manodopera dell'est europeo in condizioni ottocentesche di sfruttamento. Un operaio delle concerie non campa più di dieci-quindici anni dentro le esalazioni di acidi ed il grande calore in cui fatica anche per dieci ore al giorno per i pochi euro concessi dai terribili imprenditori locali.
Ritiene anche di poter fare a meno dei meridionali negli uffici e nelle scuole. Formigoni propone una radicale pulizia etnica già avviata dalla Gelmini. Pensa di avere i magistrati ed i professori sufficienti per sostituire i meridionali? Soltanto il certificato di nascita deciderà dell'impiego.
Il contesto politico e sociale in cui si avvia l'operazione "federalismo" è di odio e di cacciata dal Nord dei meridionali. Sbaglia Napolitano a non tenerne conto ed a pensare che l'Italia che uscirà da questa temperie non sarà ancora più avvelenata di quanto non sia oggi.
Il professore Giorgio Ruffolo, rendendosi conto che il federalismo di venti regioni che hanno dato pessima prova di se a cominciare dalla Lombardia non potrà che rendere irreversibile la crisi italiana,
propone tre grandi macroregioni. Sarebbe peggio che andar di notte!
Penso che dovremmo fermarci tutti. Analizzare criticamente che cosa sono diventate le Regioni dalla loro istituzione ad oggi. Prendere atto che hanno moltiplicato per venti i vizi dello statalismo e reso quasi insostenibile il peso fiscale, prendere atto che producono nuove entità istituzionali per via dei tumori oligarchici che tendono a riprodursi con le province e la istituzione di nuove regioni. Una si è fatta avanti: la Romagna ed altre sono pronte per il riconoscimento. Possiamo escludere che Catania rivendichi di diventare Regione autonoma?
Se l'Italia decidesse di sopprimere le Regioni e si potesse togliere il loro peso diventerebbe sicuramente migliore di quella che oggi è. Ma questo non è possibile e corriamo tutti verso il precipizio del federalismo che affosserà tutto e tutti se prima una grande ondata della crisi mondiale non ci avrà travolto.
La prima operazione da fare è riconvertire in classe dirigente l'oligarchia che oggi divora oltre cento miliardi di euro l'anno. Ridurre il costo della politica di almeno il settanta per cento. Non andare avanti con le privatizzazioni. Queste due misure aiuterebbero a recuperare il rispetto della popolazione e maggiori risorse per le riforme "giuste" da fare. Ma è possibile? Purtroppo non è possibile. Quando si tratta dei privilegi dell'Oligarchia, della casta, governo ed opposizione si stringono e fanno muro.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www.finanzalocale.interno.it/docum/studi/varie/formez03.html
http://www.mit.gov.it/mit/mop_all.php?p_id=07073
http://finanziamentipubblici.it/category/categoria-notizia/miccich%C3%A8-cipe?page=1
http://www.regioni.it/mhonarc/details_misc.aspx?id=4644
http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/26/Ricolfi_attenti_Gattopardo_fara_boccone_co_9_100126031.shtml
domenica 16 maggio 2010
Il Museo della Mafia a Salemi
Un museo della mafia a Salemi nel cuore di una delle mafie più "blasonate" ed antiche della Sicilia, quella di Trapani, tra le meglio attorcigliate a massoneria e grandi potentati, può essere una buona idea
che io, comunque, non condivido. Per quanto ho potuto capire da ciò che ho letto dai giornali e dalla proibizione che il Sindaco Sgarbi ne ha fatto ai minori di sedici anni trattasi di una struttura progettata per colpire violentemente i sensi dei visitatori con una rappresentazione degli orrori dei cervelli che penzolano fuori dalla testa di persone crivellate dalla lupara oppure dalla ricostruzione della vasca dell'acido in cui venivano sciolte le carni delle vittime strangolate da qualcuno mentre altri
si masturbavano godendo dell'agonia dei mortituri (brancaccio). Questa rappresentazione della mafia
per quanto vera ne falsifica profondamente la realtà ed il significato. Ne fa un fenomeno, un Mostro da baraccone e si invitano le persone a vederla come se si trattasse dell'Uomo Elefante. Ne fa anche
un fenomeno antropologico del quale si mostrano i reperti come purtroppo ancora usano certi musei
italiani con i corpi o il cranio di famosi criminali esaminati da Lombroso o uccisi dalle nostre truppe coloniali.
Piuttosto che un Museo della Mafia sarebbe stato preferibile un memorial delle vittime della mafia con la ricostruzione della vita e della morte dei tantissimi martiri ed eroi della guerra senza quartiere che sindacalisti come Salvatore Carnevale o Placido Rizzotto magistrati come Rocco Chinnici o Falcone, poliziotti come Piazza e Agostino o Carlo Alberto Della Chiesa o politici come Pio La Torre
hanno combattuto perdendoci la vita. Trovandoci nel Trapanese ricorderei anche Rita Atria ed il suo difficile sofferto cammino di emancipazione pagato con la vita.
In ogni caso, nel museo della mafia di Salemi, mancano i capitoli della politica e dello Stato. Il recente libro di Massimo Ciancimino e di Francesco La Licata, "Don Vito", descrive il mostruoso connubio tra mafia e Stato, mafia e borghesia e la natura criminale del potere italiano.
Pietro Ancona
http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_14/sgarbi-museo-mafia_07345140-5f84-11df-8c6e-00144f02aabe.shtml
che io, comunque, non condivido. Per quanto ho potuto capire da ciò che ho letto dai giornali e dalla proibizione che il Sindaco Sgarbi ne ha fatto ai minori di sedici anni trattasi di una struttura progettata per colpire violentemente i sensi dei visitatori con una rappresentazione degli orrori dei cervelli che penzolano fuori dalla testa di persone crivellate dalla lupara oppure dalla ricostruzione della vasca dell'acido in cui venivano sciolte le carni delle vittime strangolate da qualcuno mentre altri
si masturbavano godendo dell'agonia dei mortituri (brancaccio). Questa rappresentazione della mafia
per quanto vera ne falsifica profondamente la realtà ed il significato. Ne fa un fenomeno, un Mostro da baraccone e si invitano le persone a vederla come se si trattasse dell'Uomo Elefante. Ne fa anche
un fenomeno antropologico del quale si mostrano i reperti come purtroppo ancora usano certi musei
italiani con i corpi o il cranio di famosi criminali esaminati da Lombroso o uccisi dalle nostre truppe coloniali.
Piuttosto che un Museo della Mafia sarebbe stato preferibile un memorial delle vittime della mafia con la ricostruzione della vita e della morte dei tantissimi martiri ed eroi della guerra senza quartiere che sindacalisti come Salvatore Carnevale o Placido Rizzotto magistrati come Rocco Chinnici o Falcone, poliziotti come Piazza e Agostino o Carlo Alberto Della Chiesa o politici come Pio La Torre
hanno combattuto perdendoci la vita. Trovandoci nel Trapanese ricorderei anche Rita Atria ed il suo difficile sofferto cammino di emancipazione pagato con la vita.
In ogni caso, nel museo della mafia di Salemi, mancano i capitoli della politica e dello Stato. Il recente libro di Massimo Ciancimino e di Francesco La Licata, "Don Vito", descrive il mostruoso connubio tra mafia e Stato, mafia e borghesia e la natura criminale del potere italiano.
Pietro Ancona
http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_14/sgarbi-museo-mafia_07345140-5f84-11df-8c6e-00144f02aabe.shtml
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