Vengono compiuti vari tentativi di annessione della memoria di Leonardo
Sciascia. I cattolici, con un articolo pubblicato dall'Avvenire di oggi, a firma di Vincenzo Arnone,
descrivono Sciascia alla ricerca di una fede che in effetti non ebbe mai tranne che nella Ragione; i radicali lo ricordano come membro del loro gruppo parlamentare dove lo vollero nella Commissione Moro e come uomo di punta in tante battaglie per "una giustizia giusta". In effetti Sciascia trovava congeniale i radicali nei tanti versanti dei diritti civili negati o calpestati, ma sono convinto che se ne sarebbe allontanato come a suo tempo si allontanò dal PCI. Il suo sentimento di giustizia era troppo profondo perchè continuasse un sodalizio con Pannella ed il suo Partito accettandone tutte le politiche. Non credo che avrebbe condiviso la posizione dei radicali per la spartizione della Jugoslavia e di acritico appoggio agli israeliani nella loro opera genocida del popolo palestinese nè credo che condividesse il liberismo radicale per cui i contratti di lavoro debbono essere individuali e trattati soltanto tra datore di lavoro e lavoratore. Si era allontanato dal PCI non condividendone la somiglianza di comportamenti della DC. Il compromesso storico, la teoria che con il 51% non si possa e non si debba governare, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua cultura ed intelligenza razionalista che rifiutava collaborazionismi che diventerebbero cappe di piombo e prigioni per
la società civile. I suoi libri sono popolati da figure di monaci e di preti ma la fede nel cattolicesimo non c'entra per niente. Quando scrive di Monsignor Ficarra "Dalla parte degli infedeli"parla di un Vescovo originario di Canicattì e poi a Patti che nonostante il divieto di Pio XII e le ingiunzioni mafiose del Cardinale Ruffini sposava in chiesa i comunisti e non faceva da spalla alla DC nella sua diocesi. La figura dell'Abate Vella viene disegnata come quella di un leggendario falsario che si era improvvisato conoscitore della lingua araba fino al punto di inventarsi un testo per fare saltare in aria i privilegi feudali o frate Diego La Mattina che uccide l'Inquisitore che lo tiene prigioniero e pretende
la confessione della sua eresia. Tutti i personaggi religiosi di Sciascia non c'entrano niente con la Fede
e tutta la sua opera ne è assai distante. In Todo Modo lo sfondo è l'Istituzione Religiosa dove si consumano i delitti dei tre giorni di esercizi spirituali tra politici, banchieri, industriali. Istituzione come ricettacolo e sede del Potere e della sua malvagia logica di morte.
Venti anni dopo la sua morte, la realtà ha travalicato di molto la sua visione pessimistica.
La democrazia si è mostrificata e l'Italia è diventata un paese di gran lunga più incivile e malvagio di quanto non fosse durante la vita di Sciascia. Morì poco dopo il crollo del muro di Berlino
che avrebbe salutato come fatto di liberazione e di libertà ma che, se fosse vissuto fino ai nostri giorni,avrebbe analizzato anche come il via libera ad una nuova fase di sfruttamento e di crudeltà sociali del capitalismo. In Italia stanno diventando famigerate le prigioni dove i detenuti vengono picchiati e molti di loro si uccidono. Ad oggi sono 65 dal primo gennaio di quest'anno. L'Italia si è dato leggi razziste che differenziano le pene a seconda del colore della pelle. Abbiamo un ministro
che incita ad essere "cattivi" verso gli immigrati ed i poveri. I senza casa vengono schedati dalla polizia. I rom vengono allontanati dalle ruspe e dagli incendi dei loro miseri accampamenti. I giovani italiani, a milioni, vengono sfruttati con i mille sotterfugi della legge Biagi. Il Parlamento serve soltanto per votare, senza discutere, i decreti predisposti dal Padrone dello Stato che pretende per se di stare al disopra della Legge come gli antichi Faraoni. I deputati ed i senatori sono diventati Oligarchi con privilegi scandalosi.
Venti anni dopo la sua morte tutto è degenerato e la società italiana è in avanzato stato di decomposizione. Si è realizzata nel peggiore dei modi la società asociale della signora Tatcher.
Stamane, ho visto vicino casa mia una anziana signora frugare in un cassonetto di immondezze per prendervi un vecchio e moscio broccolo buttatovi dal fruttivendolo. Una signora vestita con decenza munita di un borsone con carrello con il quale (presumo) si fa il giro dei cassonetti della città.
I mostri nascosti alla vista nel mistero del Potere al quale il nostro grande scrittore si è accostato tante volte
sono in parte usciti allo scoperto. Al suo laico civilissimo ragionare oppongono la rozzezza brutale del "me ne frego" fascista. L'Italia di oggi è distantissima dalla civiltà della Ragione di cui Leonardo Sciascia era esponente. La Mafia è al potere.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
sabato 21 novembre 2009
lettera a Mi Manda Rai Tre
Caro Vianello,
credevo che lei stesse dalla parte della giustizia e della ragione e che non usasse le disgrazie del prossimo solo per alimentare la morbosità del pubblico e quindi l'audience fino a quando non le ho sentito chiedere all'improvviso nel corso della trasmissione di ieri sera se la signora che denunziava il suicidio assai sospetto del fratello volesse stringere la mano al capo delle guardie penitenziarie. Naturalmente la signora si è rifiutata ed ha fatto bene dal momento che ha il dubbio che il fratello sia stato seviziato perchè non le hanno permesso di vederne il cadavere per intero. Dalle carceri italiane arrivano notizie inquietanti, a volte atroci, di suicidi e di maltrattamenti gravissimi sui quali sarebbe bene indagare con severità. Ma ci sarà qualcuno che lo farà?
Quella sua richiesta improvvisa
del tutto in contraddizione con la verità che scorreva davanti ai nostri occhi mi è sembrata un segno di violenza del regime che anche in presenza del male
ritiene non di dover rendere giustizia ai più deboli ma di farli
rappacificare con chi ha fatto loro torto.
Pietro Ancona
credevo che lei stesse dalla parte della giustizia e della ragione e che non usasse le disgrazie del prossimo solo per alimentare la morbosità del pubblico e quindi l'audience fino a quando non le ho sentito chiedere all'improvviso nel corso della trasmissione di ieri sera se la signora che denunziava il suicidio assai sospetto del fratello volesse stringere la mano al capo delle guardie penitenziarie. Naturalmente la signora si è rifiutata ed ha fatto bene dal momento che ha il dubbio che il fratello sia stato seviziato perchè non le hanno permesso di vederne il cadavere per intero. Dalle carceri italiane arrivano notizie inquietanti, a volte atroci, di suicidi e di maltrattamenti gravissimi sui quali sarebbe bene indagare con severità. Ma ci sarà qualcuno che lo farà?
Quella sua richiesta improvvisa
del tutto in contraddizione con la verità che scorreva davanti ai nostri occhi mi è sembrata un segno di violenza del regime che anche in presenza del male
ritiene non di dover rendere giustizia ai più deboli ma di farli
rappacificare con chi ha fatto loro torto.
Pietro Ancona
venerdì 20 novembre 2009
Venti anni dalla morte di Leonardo Sciascia. Ricordiamolo!
Luogo nascitaRacalmuto
Data nascita8 gennaio 1921
Luogo mortePalermo
Data morte20 novembre 1989
Titolo di studioDiploma magistrale
Professionescrittore
Circoscrizione
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) è stato uno scrittore, saggista e politico italiano.
Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento (allora chiamata Girgenti), primo di tre fratelli, da un impiegato, Pasquale Sciascia, e da una casalinga, Genoveffa Artorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.
Gli studi: il periodo nisseno [modifica]
A sette anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto e ben presto si dimostra intenso lettore. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio" nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere gli illuministi e la letteratura americana.
Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre ad imprimersi la sua formazione culturale.
Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene finalmente accettato e assegnato ai servizi sedentari.
Nel 1941 prende il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.
Nel 1944 si unisce in matrimonio con Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria.
Il suicidio del fratello Giuseppe, avvenuto nel 1948, sconvolge Sciascia lasciandogli un profondo segno nell'animo. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare di Racalmuto.
Le prime opere: poesie e saggi [modifica]
Nel 1950 pubblica le "Favole della dittatura", che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici.
Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.
Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio "Pirandello e il pirandellismo".
Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l'incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall'omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.
Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un'opera di Sciascia:
« Ti accludo uno scritto d'un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante »
(Lettera di Italo Calvino a Alberto Carocci, 8 ottobre 1954)
Nel 1956 pubblica "Le parrocchie di Regalpetra", una sintesi autobiografica dell'esperienza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.
A Roma: I racconti [modifica]
Gli zii di Sicilia [modifica]
Nell'anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della Pubblica Istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo "Gli zii di Sicilia". La breve raccolta si apre con la "La zia d'America", un tentativo di dissacrare il mito dello "Zio Sam", visto come dispensatore di doni e libertà.
Il secondo racconto è intitolato "La morte di Stalin", nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Il terzo racconto, "Il quarantotto", è ambientato nel periodo del Risorgimento (precisamente tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell'unificazione del Regno d'Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l'autore vuole mettere in evidenza l'indifferenza ed il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.
Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, "L'antimonio", che ebbe favorevole consenso della critica ed al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra d'Abissinia ed, in seguito, per la guerra civile in Spagna.
A Caltanissetta: i romanzi [modifica]
Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico.
Nel 1961 esce "Il giorno della civetta" con il quale lo scrittore indica nel giallo il genere di riferimento delle sue opere. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.
Gli anni '60 vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.
Nel 1963 pubblica "Il consiglio d'Egitto", ambientato in una Palermo del '700 dove vive e agisce un abile falsario, l'abate Giuseppe Vella, che "inventa" un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.
Il ritorno al saggio [modifica]
Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, "Morte dell'Inquisitore", ambientato nel '600, che prende spunto dalla figura dell'eretico siciliano Fra Diego La Matina, vittima del Tribunale dell'Inquisizione, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia.
La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena "Il giorno della civetta", con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia.
Risale al 1965 il saggio "Feste religiose in Sicilia", che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l'accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l'importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.
La commedia [modifica]
Sempre nel 1965 esce la sua commedia "L'onorevole" che è una impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.
Il ritorno al romanzo [modifica]
Statua di Sciascia a Racalmuto
Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del "giallo" già utilizzate ne "Il giorno della civetta".
La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell'amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura ed alla corruzione. Come commento alla tenacia nelle indagini del professore e alla sua tragica fine, l'explicit del libro si risolve in una frase lapidaria:
« "Era un cretino." disse don Luigi »
Dal romanzo, il regista Elio Petri trae, nel 1967, il film omonimo.
A Palermo [modifica]
Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere. Esce intanto per l'editore Mursia una antologia "Narratori di Sicilia", curata da Sciascia in collaborazione con Salvatore Guglielmino.
Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il Corriere della Sera e pubblica "Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.", che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, la controversia per la vendita di una partita di ceci per la quale il vescovado di Lipari non vuole pagare la tassa (siamo all'inizio del '700). Il vescovo aveva scomunicato i gabellieri, ma il re, mediante l'appello per abuso, aveva annullato la scomunica. La storia, apparentemente banale, in realtà denuncia i rapporti tra Stato-guida dell'ex Urss e gli Stati satelliti. Le iniziali A.D. identificano Alexander Dubček, che fu protagonista nel 1968 della Primavera di Praga.
La pensione [
Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi "La corda pazza", nella quale l'autore chiarisce la propria idea di "sicilitudine" e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Quest'opera riporta, già dal titolo, a Luigi Pirandello che nel suo libro "Berretto a sonagli" sostiene che ognuno di noi ha in testa "come tre corde d'orologio, quella "seria", quella "civile", quella "pazza"".
Sciascia vuole indagare sulla "corda pazza" che, a suo parere, coglie le contraddizioni e le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi.
Il ritorno al genere poliziesco [modifica]
Il 1971 è l'anno de "Il contesto", con il quale l'autore ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l'Italia contemporanea. Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare, ritirando così la candidatura del romanzo al premio Campiello.
Dal romanzo venne ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976 ed intitolato Cadaveri eccellenti.
Con gli "Atti relativi alla morte di Raymond Roussel" del 1971, si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Così sarà ne "I pugnalatori" del 1976 e ne "L'affaire Moro" del 1978.
Nel 1973 pubblica "Il mare colore del vino" e scrive la prefazione ad un'edizione della "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni.
Nel 1974 pubblica la prefazione ad una ristampa dei "Dialoghi" dello scrittore greco Luciano di Samosata dal titolo "Luciano e le fedi".
Esce intanto Todo modo, un libro che parla "di cattolici che fanno politica" e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il racconto, di genere poliziesco, è ambientato in un eremo/albergo dove si effettuano esercizi spirituali. In questo luogo, durante il ritiro annuale di un gruppo di "potenti", tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti.
Anche da questo romanzo verrà tratto un film dallo stesso titolo diretto dal regista Elio Petri nel 1976.
L'incarico politico
Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno 1975 lo scrittore si candida come indipendente nelle liste del PCI e viene eletto con un forte numero di preferenze come consigliere al comune.
Nello stesso anno pubblica "La scomparsa di Majorana", una indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni '30.
Nel 1976 esce una ristampa delle commedie "L'onorevole" e "Recitazione della controversia liparitana" con l'aggiunta de "I mafiosi".
Nello stesso anno pubblica l'indagine "I pugnalatori", un libro inchiesta su una vicenda avvenuta a Palermo nel 1862 che vide uccise a pugnalate 13 persone.
All'inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del PCI. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portano infatti a scontri molto duri con la dirigenza del Partito comunista[1].
Successivamente sarà parlamentare nazionale ed europeo per il Partito Radicale.
Pubblica in quell'anno "Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia", dove è chiaro il riferimento al "Candido" di Voltaire.
I contatti con la cultura francese
In questi anni aumenta i suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese e nel 1978 pubblica "L'affaire Moro" sul sequestro e il processo nella cosiddetta "prigione del popolo" ad Aldo Moro organizzato dalle Brigate Rosse.
L'inchiesta sulla strage di via Fani [modifica]
Nel 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro.
Esce in quell'anno "Nero su Nero", una raccolta di commenti ai fatti relativi al decennio precedente, "La Sicilia come metafora", un'intervista a Marcelle Padovani e "Dalle parti degli infedeli", lettere di persecuzione politica inviate negli anni '50 dalle alte gerarchie ecclesiastiche al vescovo Patti, con il quale inaugura la collana della casa editrice Sellerio intitolata "La memoria" che festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione con le sue "Cronachette".
Nel 1980 pubblica "Il volto sulla maschera" e la traduzione di un'opera di Anatole France, "Il procuratore della Giudea".
Nel 1981 pubblica "Il teatro della memoria" e, in collaborazione con Davide Lajolo, "Conversazioni in una stanza chiusa".
Nel 1982 esce "Kermesse" e "La sentenza memorabile", nel 1983 "Cruciverba", una raccolta di suoi scritti già pubblicati su riviste, giornali e prefazioni a libri.
Pubblica nel 1984 "Stendhal e la Sicilia", un saggio per commemorare la nascita dello scrittore francese.
Gli ultimi anni di vita ]
Ricordo di Sciascia a Racalmuto
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi ma egli continua, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore.
Nel 1985 pubblica "Cronachette" e "Occhio di capra", una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani, e nel 1986 "La strega e il capitano", un saggio per commemorare la nascita di Alessandro Manzoni.
Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli "Porte aperte" del 1987, "Il cavaliere e la morte" del 1988 e "Una storia semplice", che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte.
Nel 1986 Sciascia scrive a Bettino Craxi, comunicandogli di aver votato per il PSI nelle elezioni regionali siciliane di quell'anno ed invitando il leader socialista a favorire il ricambio della classe dirigente siciliana del partito.
Nel 1987 cura una mostra molto suggestiva, all'interno della Mole Antonelliana a Torino, dal titolo "Ignoto a me stesso" (aprile-giugno). Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia e concesse in originale da importanti istituzioni di tutto il mondo. Si tratta di ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri, da Edgar Allan Poe a Rabindranath Tagore a Gorkij a Jorge Luis Borges. Il catalogo viene stampato da Bompiani e oltre il saggio di Sciascia "Il ritratto fotografico come entelechia" contiene 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. La chiave della mostra è forse la citazione di Antoine de Saint-Exupéry:
« Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere. Scrivere è una conseguenza »
Dopo la pubblicazione dell'articolo "I professionisti dell'antimafia", apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, Sciascia subisce attacchi da molte personalità della cultura italiana a causa delle accuse rivolte al pool di magistrati dell'antimafia palermitana: a suo dire, alcuni di essi si sarebbero macchiati di carrierismo, utilizzando la sacrosanta battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all'interno del sistema correntizio delle promozioni in magistratura. A causa di questo, Sciascia viene isolato da più parti eccezion fatta per i Radicali ed i Socialisti. Solo di recente è stata proposta una rivalutazione dell'intervento sciasciano al quale hanno aderito Leoluca Orlando (favorevole), allora sindaco di Palermo, e Nando Dalla Chiesa (contrario), fra gli altri.
Pochi mesi prima di morire scrive "Alfabeto pirandelliano", "A futura memoria (se la memoria ha un futuro)", che verrà pubblicato postumo, e "Fatti diversi di storia letteraria e civile" edito da Sellerio.
La morte [modifica]
Leonardo Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989 e chiede i funerali in Chiesa. Con lui nella sua bara si volle portare un crocifisso d'argento. Al funerale viene ricordato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino.
È sepolto a Racalmuto, suo paese natale, all'ingresso del cimitero. Sulla lapide bianca una sola frase:
« Ce ne ricorderemo di questo pianeta »
Il senso di una frase simile su una tomba per la verità appare già molto chiaro e ben poco "laico e agnostico". Su un manoscritto, conservato dalla famiglia, Sciascia scrive:
« Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Villiers de l'Isle-Adam: "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta". E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano »
Amici di Leonardo Sciascia
Fondata il 26 giugno 1993 a Milano, nella sede storica presso la Biblioteca Comunale, Palazzo Sormani, l'associazione degli Amici di Leonardo Sciascia si propone di incoraggiare la lettura e la ricerca in merito al pensiero e all'opera dello scrittore. È attualmente presieduta (2008) da Salvatore Silvano Nigro, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'associazione è priva di scopi di lucro e si autofinanzia con i contributi dei soci e di terzi.
Tra le attività più importanti dell'Associazione vi sono la realizzazione dei Quaderni Leonardo Sciascia, rivista annuale che ospita scritti monografici o di rassegna, atti di convegni, contributi originali, studi, ricerche, riflessioni, dibattiti sui diversi aspetti dell'opera di Sciascia. La collana Porte aperte, che alterna testi di autori particolarmente amati da Sciascia a saggi critici sulla sua opera; le cartelle annuali di Omaggio a Sciascia, contenenti un'incisione a tiratura limitata e un breve testo letterario.
Il Premio internazionale e biennale Leonardo Sciascia Amateur d'Estampes per ricordare la passione di Leonardo Sciascia per l'incisione originale d'arte, il servizio Internet del Leonardo Sciascia Web che offre, tra l'altro, l'opportunità di consultare La memoria di carta, la bibliografia più completa ad oggi realizzata (ed in costante aggiornamento) sulle opere dello scrittore; Seminari di studio e incontri pubblici per avvicinare soprattutto i giovani all'opera di Sciascia. È in preparazione per la conclusione dell'anno sciasciano (20 novembre 2008-20 novembre 2009) la pubblicazione dell'Enciclopedia di Leonardo Sciascia.
Il 30 ottobre 2008 è stato lanciato ufficialmente a Firenze un manifesto per ricordare Leonardo Sciascia dal titolo Ce ne ricorderemo di questo maestro che è stato firmato da decine di uomini di cultura in varie parti del mondo: il Nobel 2006 per la letteratura, Orhan Pamuk, il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis, scrittori come Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Mario Andrea Rigoni e Vincenzo Consolo, filosofi come Fernando Savater e Massimo Piattelli-Palmarini, il senatore ed ex-presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, uomini politici come Marco Pannella ed Emanuele Macaluso, l'editore Elvira Sellerio, pittori come Piero Guccione e Bruno Caruso, ecc.
Riconoscimenti [modifica]
Gli è stato dedicato un asteroide, 12380 Sciascia.
Bibliografia [modifica]
Opere di Leonardo Sciascia [modifica]
Le favole della dittatura, Bardi, Roma 1950
La Sicilia, il suo cuore, Bardi, Roma, 1952
Pirandello e il pirandellismo, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1953
Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1956 e 1967
Gli zii di Sicilia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1958 e Einaudi, Torino, 1960 con l'aggiunta de L'antimonio
Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961
Il consiglio d'Egitto, Einaudi, Torino, 1963
Morte dell'Inquisitore, Laterza, Bari, 1964
L'Onorevole, Einaudi, Torino, 1965
Feste religiose in Sicilia (fotografie di Ferdinando Scianna), Leonardo da Vinci, Bari, 1965
A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966
Narratori in Sicilia, (in collaborazione con S. Guglielmino), Mursia, milano, 1967
Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Einaudi, Torino, 1969
La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Esse Editrice, Palermo, 1971
Il contesto, Einaudi, Torino, 1971
Il mare color del vino, Einaudi, Torino, 1973
Todo modo, Einaudi, Torino, 1974
Luciano e le fedi (Prefazione ai Dialoghi di Luciano), Einaudi, Torino, 1974
La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino, 1975
Cola di pesce, Emme Edizioni, 1975
I pugnalatori, Einaudi, Torino, 1976
Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia, Einaudi, Torino, 1977
L'affaire Moro, Sellerio, Palermo, 1978
Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979
Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo, 1979
Il teatro della memoria, Einaudi, Torino, 1981
Conversazioni in una stanza chiusa, (con Davide Lajolo), Sperling & Kupfer, Milano, 1981
Kermesse, Sellerio, Palermo, 1982
La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo, 1982
Cruciverba, Einaudi, Torino, 1983
Cronachette, Sellerio, Palermo, 1983
Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sellerio, Palermo, 1985
La strega e il capitano, Bompiani, Milano, 1986
1912+1, Adelphi, Milano, 1986
Porte aperte, Adelphi, Milano, 1987
Il cavaliere e la morte, Adelphi, Milano, 1988
Ore di Spagna, Pungitopo, Marina di Patti, 1988
Alfabeto pirandelliano, Adelphi, Milano, 1989
Una storia semplice, Adelphi, Milano 1989
Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo, 1989
A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano, 1989
Occhio di capra, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, Milano, 1990
Opere – 1956.1971, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-4413-X
Opere – 1971.1983, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-5001-6
Opere – 1984.1989, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-5302-3
Monografie dedicate a Leonardo Sciascia [modifica]
Filippo Cilluffo, Leonardo Sciascia: cinque immagini della Sicilia, Fondazione Ignazio Mormino, Palermo, 1965
Walter Mauro, Leonardo Sciascia, La Nuova Italia, Firenze, 1970 (e poi 1973, edizione ampliata e riveduta)
Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano, 1974 (e poi 1983, edizione riveduta e ampliata)
Antonio Di Grado, "Leonardo Sciascia. La figura e l'opera", Il Pungitopo, Marina di Patti, 1992.
Antonio Di Grado, "Quale in lui stesso alfine l'eternità lo muta", Sciascia, Caltanissetta, 1999.
Gaetano Compagnino, Leonardo Sciascia nella terra dei letterati, Catania, Bonanno Editore, 1994.
Massimo Onofri, "Storia di Sciascia", Laterza, Roma, 1994, nuova edizione 2004
Matteo Collura, "Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia", Longanesi, (1996).
V. Fascia, F. Izzo, A. Maori, La memoria di carta: Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia, Edizioni Otto/Novecento, Milano, 1998
Leonardo Sciascia di Giuseppe Traina, Bruno Mondadori,1992
Valter Vecellio (a cura di), L'uomo solo: L'Affaire Moro di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2002
Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2003
G. Jackson, Nel labirinto di Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2004
Lanfranco Palazzolo. Leonardo Sciascia. Deputato Radicale, 1979-1983. Kaos edizioni, 2004. ISBN 88-7953-128-X.
E. Palazzolo, Sciascia. Il romanzo quotidiano, Edizioni Kalós, 2005
L. Pogliaghi (a cura di), Giustizia come ossessione: forme della giustizia nella pagina di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2005
J. Cannon, The Novel As Investigation: Leonardo Sciascia, Dacia Maraini, and Antonio Tabucchi, Toronto Italian studies, Toronto: University of Toronto Press, 2006.
M. D'Alessandra e S. Salis (a cura di), Nero su giallo: Leonardo Sciascia eretico del genere poliziesco, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2006.
P. Milone, L'enciclopedia di Leonardo Sciascia: caos, ordine e caso : atti del 10 ciclo di incontri (Roma, gennaio-aprile 2006). Quaderni Leonardo Sciascia, 11. Milano: La Vita Felice, 2007.
G. Lombardo, Il critico collaterale: Leonardo Sciascia e i suoi editori, Collana Porte Aperte. Milano: La Vita Felice, 2008.
Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano. Le inchieste parlamentari di Leonardo Sciascia, Milano, Bompiani, 2009. ISBN 9788845263514.
Articoli su testate nazionali [modifica]
Corriere della Sera - 10 gennaio 1987 - "I professionisti dell'Antimafia" Secondo Sciascia il protagonismo e la spettacolarità delle indagini inquinano un serio e doveroso contrasto a Cosa Nostra.
Articoli, recensioni, testi su Il giorno della civetta [modifica]
M. Prisco, "Il giorno della civetta", in Baretti, n°8, marzo-aprile, 1961
D. Giuliana, "Sicilia di Sciascia", in La Fiera Letteraria, 28 maggio 1961
P. Milano, "Un carabiniere di sinistra", in L'Espresso, 4 giugno 1961
P. Dallamano, "L'ora della civetta", in L'Ora, 8 luglio 1961
V. De Martinis, "Il giorno della civetta", in Letture, n°7, luglio 1961.
Recensioni e studi sull'opera di Sciascia [modifica]
Giorgio Trombatore, "Sicilia amara", in Scrittori del nostro tempo, Palermo, Manfredi, 1959
Carlo Salinari, "L'Ironia di Sciascia", in Vie Nuove, 12 marzo 1960
Alessandro Galante Garrone, "Quasi un anti-Gattopardo l'ultimo racconto di Sciascia", in La Stampa, 27 febbraio 1963
Giorgio Manacorda, "Il Consiglio d'Egitto", in Il Contemporaneo , n° 62, luglio 1963
Giuliano Gramigna, "Il professore indaga", in La Fiera Letteraria , 31 marzo 1966
Geno Pampaloni, "La prigione dei moralisti", in L'espresso, 24 aprile 1966
Salvatore Battaglia, "La verità pubblica di Leonardo Sciascia", in Il Dramma, n°5, maggio 1970
Ferdinando Camon, "Il contesto di Leonardo Sciascia", in Nuovi Argomenti, n°26 marzo 1972
Giovanni Raboni, "Amarezze poliziesche", in Quaderni Piacentini, n°46, marzo 1972
Carlo Bo, "Todo modo", in Interventi sulla narrativa italiana contemporanea 1973-1975, Treviso, Matteo Editore, 1976
Furio Colombo, «"Il contesto" di Sciascia e "I cadaveri" di Rosi» in La Stampa (Tuttolibri), 28 febbraio 1976
Enzo Siciliano, "Candido in Sicilia", in Corriere della Sera, 28 dicembre 1977
Eugenio Scalfari, "La passione di Moro secondo Sciascia", in La Repubblica, 17-18 settembre 1978
Angelo Guglielmi, "Leonardo Sciascia", in Il piacere della letteratura, Feltrinelli, Milano, 1981
Giulio Nascimbeni, "Sciascia alla festa della memoria" in Corriere della Sera, 22 maggio 1982
Nello Ajello, "Parola di Sciascia", in La Repubblica, 5 gennaio 1985
Giovanni Raboni, "Un filo di speranza", in L'Europeo, 2 febbraio 1990
Pino Arlacchi, "Perché non amo Sciascia", in La Repubblica, 14 dicembre 1993
Sciascia al cinema [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Elenco_di_film_tratti_da_opere_letterarie#Leonardo_Sciascia.
1967: A ciascuno il suo di Elio Petri
1968: Il giorno della civetta di Damiano Damiani
1969: Un caso di coscienza di Giovanni Grimaldi
1976:
Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto
Todo modo di Elio Petri
Una vita venduta di Aldo Florio, dalla novella L'antimonio
1990: Porte aperte di Gianni Amelio
1991: Una storia semplice di Emidio Greco
2000: Ce ne ricorderemo, di questo pianeta. Un sogno di Sciascia in Sicilia di Davide Camarrone e Salvo Cuccia
2001: Il consiglio d'Egitto di Emidio Greco
Note [modifica]
^ Sciascia e il PCI
Altri progetti [modifica]
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Curiosità [modifica]
"Leonardo Sciascia" è il nome di una immaginaria scuola pubblica secondaria di 2° grado presente nella fiction Agrodolce.
Voci correlate [modifica]
Le parrocchie di Regalpetra
Il giorno della civetta
A ciascuno il suo
Porte aperte
Una storia semplice
Caltanissetta
Provincia di Caltanissetta
Racalmuto
Provincia di Agrigento
Controversie Liparitane
Data nascita8 gennaio 1921
Luogo mortePalermo
Data morte20 novembre 1989
Titolo di studioDiploma magistrale
Professionescrittore
Circoscrizione
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) è stato uno scrittore, saggista e politico italiano.
Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento (allora chiamata Girgenti), primo di tre fratelli, da un impiegato, Pasquale Sciascia, e da una casalinga, Genoveffa Artorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.
Gli studi: il periodo nisseno [modifica]
A sette anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto e ben presto si dimostra intenso lettore. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio" nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere gli illuministi e la letteratura americana.
Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre ad imprimersi la sua formazione culturale.
Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene finalmente accettato e assegnato ai servizi sedentari.
Nel 1941 prende il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.
Nel 1944 si unisce in matrimonio con Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria.
Il suicidio del fratello Giuseppe, avvenuto nel 1948, sconvolge Sciascia lasciandogli un profondo segno nell'animo. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare di Racalmuto.
Le prime opere: poesie e saggi [modifica]
Nel 1950 pubblica le "Favole della dittatura", che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici.
Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.
Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio "Pirandello e il pirandellismo".
Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l'incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall'omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.
Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un'opera di Sciascia:
« Ti accludo uno scritto d'un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante »
(Lettera di Italo Calvino a Alberto Carocci, 8 ottobre 1954)
Nel 1956 pubblica "Le parrocchie di Regalpetra", una sintesi autobiografica dell'esperienza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.
A Roma: I racconti [modifica]
Gli zii di Sicilia [modifica]
Nell'anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della Pubblica Istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo "Gli zii di Sicilia". La breve raccolta si apre con la "La zia d'America", un tentativo di dissacrare il mito dello "Zio Sam", visto come dispensatore di doni e libertà.
Il secondo racconto è intitolato "La morte di Stalin", nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Il terzo racconto, "Il quarantotto", è ambientato nel periodo del Risorgimento (precisamente tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell'unificazione del Regno d'Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l'autore vuole mettere in evidenza l'indifferenza ed il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.
Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, "L'antimonio", che ebbe favorevole consenso della critica ed al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra d'Abissinia ed, in seguito, per la guerra civile in Spagna.
A Caltanissetta: i romanzi [modifica]
Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico.
Nel 1961 esce "Il giorno della civetta" con il quale lo scrittore indica nel giallo il genere di riferimento delle sue opere. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.
Gli anni '60 vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.
Nel 1963 pubblica "Il consiglio d'Egitto", ambientato in una Palermo del '700 dove vive e agisce un abile falsario, l'abate Giuseppe Vella, che "inventa" un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.
Il ritorno al saggio [modifica]
Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, "Morte dell'Inquisitore", ambientato nel '600, che prende spunto dalla figura dell'eretico siciliano Fra Diego La Matina, vittima del Tribunale dell'Inquisizione, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia.
La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena "Il giorno della civetta", con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia.
Risale al 1965 il saggio "Feste religiose in Sicilia", che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l'accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l'importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.
La commedia [modifica]
Sempre nel 1965 esce la sua commedia "L'onorevole" che è una impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.
Il ritorno al romanzo [modifica]
Statua di Sciascia a Racalmuto
Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del "giallo" già utilizzate ne "Il giorno della civetta".
La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell'amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura ed alla corruzione. Come commento alla tenacia nelle indagini del professore e alla sua tragica fine, l'explicit del libro si risolve in una frase lapidaria:
« "Era un cretino." disse don Luigi »
Dal romanzo, il regista Elio Petri trae, nel 1967, il film omonimo.
A Palermo [modifica]
Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere. Esce intanto per l'editore Mursia una antologia "Narratori di Sicilia", curata da Sciascia in collaborazione con Salvatore Guglielmino.
Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il Corriere della Sera e pubblica "Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.", che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, la controversia per la vendita di una partita di ceci per la quale il vescovado di Lipari non vuole pagare la tassa (siamo all'inizio del '700). Il vescovo aveva scomunicato i gabellieri, ma il re, mediante l'appello per abuso, aveva annullato la scomunica. La storia, apparentemente banale, in realtà denuncia i rapporti tra Stato-guida dell'ex Urss e gli Stati satelliti. Le iniziali A.D. identificano Alexander Dubček, che fu protagonista nel 1968 della Primavera di Praga.
La pensione [
Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi "La corda pazza", nella quale l'autore chiarisce la propria idea di "sicilitudine" e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Quest'opera riporta, già dal titolo, a Luigi Pirandello che nel suo libro "Berretto a sonagli" sostiene che ognuno di noi ha in testa "come tre corde d'orologio, quella "seria", quella "civile", quella "pazza"".
Sciascia vuole indagare sulla "corda pazza" che, a suo parere, coglie le contraddizioni e le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi.
Il ritorno al genere poliziesco [modifica]
Il 1971 è l'anno de "Il contesto", con il quale l'autore ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l'Italia contemporanea. Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare, ritirando così la candidatura del romanzo al premio Campiello.
Dal romanzo venne ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976 ed intitolato Cadaveri eccellenti.
Con gli "Atti relativi alla morte di Raymond Roussel" del 1971, si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Così sarà ne "I pugnalatori" del 1976 e ne "L'affaire Moro" del 1978.
Nel 1973 pubblica "Il mare colore del vino" e scrive la prefazione ad un'edizione della "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni.
Nel 1974 pubblica la prefazione ad una ristampa dei "Dialoghi" dello scrittore greco Luciano di Samosata dal titolo "Luciano e le fedi".
Esce intanto Todo modo, un libro che parla "di cattolici che fanno politica" e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il racconto, di genere poliziesco, è ambientato in un eremo/albergo dove si effettuano esercizi spirituali. In questo luogo, durante il ritiro annuale di un gruppo di "potenti", tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti.
Anche da questo romanzo verrà tratto un film dallo stesso titolo diretto dal regista Elio Petri nel 1976.
L'incarico politico
Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno 1975 lo scrittore si candida come indipendente nelle liste del PCI e viene eletto con un forte numero di preferenze come consigliere al comune.
Nello stesso anno pubblica "La scomparsa di Majorana", una indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni '30.
Nel 1976 esce una ristampa delle commedie "L'onorevole" e "Recitazione della controversia liparitana" con l'aggiunta de "I mafiosi".
Nello stesso anno pubblica l'indagine "I pugnalatori", un libro inchiesta su una vicenda avvenuta a Palermo nel 1862 che vide uccise a pugnalate 13 persone.
All'inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del PCI. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portano infatti a scontri molto duri con la dirigenza del Partito comunista[1].
Successivamente sarà parlamentare nazionale ed europeo per il Partito Radicale.
Pubblica in quell'anno "Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia", dove è chiaro il riferimento al "Candido" di Voltaire.
I contatti con la cultura francese
In questi anni aumenta i suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese e nel 1978 pubblica "L'affaire Moro" sul sequestro e il processo nella cosiddetta "prigione del popolo" ad Aldo Moro organizzato dalle Brigate Rosse.
L'inchiesta sulla strage di via Fani [modifica]
Nel 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro.
Esce in quell'anno "Nero su Nero", una raccolta di commenti ai fatti relativi al decennio precedente, "La Sicilia come metafora", un'intervista a Marcelle Padovani e "Dalle parti degli infedeli", lettere di persecuzione politica inviate negli anni '50 dalle alte gerarchie ecclesiastiche al vescovo Patti, con il quale inaugura la collana della casa editrice Sellerio intitolata "La memoria" che festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione con le sue "Cronachette".
Nel 1980 pubblica "Il volto sulla maschera" e la traduzione di un'opera di Anatole France, "Il procuratore della Giudea".
Nel 1981 pubblica "Il teatro della memoria" e, in collaborazione con Davide Lajolo, "Conversazioni in una stanza chiusa".
Nel 1982 esce "Kermesse" e "La sentenza memorabile", nel 1983 "Cruciverba", una raccolta di suoi scritti già pubblicati su riviste, giornali e prefazioni a libri.
Pubblica nel 1984 "Stendhal e la Sicilia", un saggio per commemorare la nascita dello scrittore francese.
Gli ultimi anni di vita ]
Ricordo di Sciascia a Racalmuto
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi ma egli continua, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore.
Nel 1985 pubblica "Cronachette" e "Occhio di capra", una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani, e nel 1986 "La strega e il capitano", un saggio per commemorare la nascita di Alessandro Manzoni.
Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli "Porte aperte" del 1987, "Il cavaliere e la morte" del 1988 e "Una storia semplice", che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte.
Nel 1986 Sciascia scrive a Bettino Craxi, comunicandogli di aver votato per il PSI nelle elezioni regionali siciliane di quell'anno ed invitando il leader socialista a favorire il ricambio della classe dirigente siciliana del partito.
Nel 1987 cura una mostra molto suggestiva, all'interno della Mole Antonelliana a Torino, dal titolo "Ignoto a me stesso" (aprile-giugno). Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia e concesse in originale da importanti istituzioni di tutto il mondo. Si tratta di ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri, da Edgar Allan Poe a Rabindranath Tagore a Gorkij a Jorge Luis Borges. Il catalogo viene stampato da Bompiani e oltre il saggio di Sciascia "Il ritratto fotografico come entelechia" contiene 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. La chiave della mostra è forse la citazione di Antoine de Saint-Exupéry:
« Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere. Scrivere è una conseguenza »
Dopo la pubblicazione dell'articolo "I professionisti dell'antimafia", apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, Sciascia subisce attacchi da molte personalità della cultura italiana a causa delle accuse rivolte al pool di magistrati dell'antimafia palermitana: a suo dire, alcuni di essi si sarebbero macchiati di carrierismo, utilizzando la sacrosanta battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all'interno del sistema correntizio delle promozioni in magistratura. A causa di questo, Sciascia viene isolato da più parti eccezion fatta per i Radicali ed i Socialisti. Solo di recente è stata proposta una rivalutazione dell'intervento sciasciano al quale hanno aderito Leoluca Orlando (favorevole), allora sindaco di Palermo, e Nando Dalla Chiesa (contrario), fra gli altri.
Pochi mesi prima di morire scrive "Alfabeto pirandelliano", "A futura memoria (se la memoria ha un futuro)", che verrà pubblicato postumo, e "Fatti diversi di storia letteraria e civile" edito da Sellerio.
La morte [modifica]
Leonardo Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989 e chiede i funerali in Chiesa. Con lui nella sua bara si volle portare un crocifisso d'argento. Al funerale viene ricordato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino.
È sepolto a Racalmuto, suo paese natale, all'ingresso del cimitero. Sulla lapide bianca una sola frase:
« Ce ne ricorderemo di questo pianeta »
Il senso di una frase simile su una tomba per la verità appare già molto chiaro e ben poco "laico e agnostico". Su un manoscritto, conservato dalla famiglia, Sciascia scrive:
« Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Villiers de l'Isle-Adam: "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta". E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano »
Amici di Leonardo Sciascia
Fondata il 26 giugno 1993 a Milano, nella sede storica presso la Biblioteca Comunale, Palazzo Sormani, l'associazione degli Amici di Leonardo Sciascia si propone di incoraggiare la lettura e la ricerca in merito al pensiero e all'opera dello scrittore. È attualmente presieduta (2008) da Salvatore Silvano Nigro, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'associazione è priva di scopi di lucro e si autofinanzia con i contributi dei soci e di terzi.
Tra le attività più importanti dell'Associazione vi sono la realizzazione dei Quaderni Leonardo Sciascia, rivista annuale che ospita scritti monografici o di rassegna, atti di convegni, contributi originali, studi, ricerche, riflessioni, dibattiti sui diversi aspetti dell'opera di Sciascia. La collana Porte aperte, che alterna testi di autori particolarmente amati da Sciascia a saggi critici sulla sua opera; le cartelle annuali di Omaggio a Sciascia, contenenti un'incisione a tiratura limitata e un breve testo letterario.
Il Premio internazionale e biennale Leonardo Sciascia Amateur d'Estampes per ricordare la passione di Leonardo Sciascia per l'incisione originale d'arte, il servizio Internet del Leonardo Sciascia Web che offre, tra l'altro, l'opportunità di consultare La memoria di carta, la bibliografia più completa ad oggi realizzata (ed in costante aggiornamento) sulle opere dello scrittore; Seminari di studio e incontri pubblici per avvicinare soprattutto i giovani all'opera di Sciascia. È in preparazione per la conclusione dell'anno sciasciano (20 novembre 2008-20 novembre 2009) la pubblicazione dell'Enciclopedia di Leonardo Sciascia.
Il 30 ottobre 2008 è stato lanciato ufficialmente a Firenze un manifesto per ricordare Leonardo Sciascia dal titolo Ce ne ricorderemo di questo maestro che è stato firmato da decine di uomini di cultura in varie parti del mondo: il Nobel 2006 per la letteratura, Orhan Pamuk, il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis, scrittori come Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Mario Andrea Rigoni e Vincenzo Consolo, filosofi come Fernando Savater e Massimo Piattelli-Palmarini, il senatore ed ex-presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, uomini politici come Marco Pannella ed Emanuele Macaluso, l'editore Elvira Sellerio, pittori come Piero Guccione e Bruno Caruso, ecc.
Riconoscimenti [modifica]
Gli è stato dedicato un asteroide, 12380 Sciascia.
Bibliografia [modifica]
Opere di Leonardo Sciascia [modifica]
Le favole della dittatura, Bardi, Roma 1950
La Sicilia, il suo cuore, Bardi, Roma, 1952
Pirandello e il pirandellismo, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1953
Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1956 e 1967
Gli zii di Sicilia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1958 e Einaudi, Torino, 1960 con l'aggiunta de L'antimonio
Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961
Il consiglio d'Egitto, Einaudi, Torino, 1963
Morte dell'Inquisitore, Laterza, Bari, 1964
L'Onorevole, Einaudi, Torino, 1965
Feste religiose in Sicilia (fotografie di Ferdinando Scianna), Leonardo da Vinci, Bari, 1965
A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966
Narratori in Sicilia, (in collaborazione con S. Guglielmino), Mursia, milano, 1967
Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Einaudi, Torino, 1969
La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Esse Editrice, Palermo, 1971
Il contesto, Einaudi, Torino, 1971
Il mare color del vino, Einaudi, Torino, 1973
Todo modo, Einaudi, Torino, 1974
Luciano e le fedi (Prefazione ai Dialoghi di Luciano), Einaudi, Torino, 1974
La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino, 1975
Cola di pesce, Emme Edizioni, 1975
I pugnalatori, Einaudi, Torino, 1976
Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia, Einaudi, Torino, 1977
L'affaire Moro, Sellerio, Palermo, 1978
Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979
Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo, 1979
Il teatro della memoria, Einaudi, Torino, 1981
Conversazioni in una stanza chiusa, (con Davide Lajolo), Sperling & Kupfer, Milano, 1981
Kermesse, Sellerio, Palermo, 1982
La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo, 1982
Cruciverba, Einaudi, Torino, 1983
Cronachette, Sellerio, Palermo, 1983
Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sellerio, Palermo, 1985
La strega e il capitano, Bompiani, Milano, 1986
1912+1, Adelphi, Milano, 1986
Porte aperte, Adelphi, Milano, 1987
Il cavaliere e la morte, Adelphi, Milano, 1988
Ore di Spagna, Pungitopo, Marina di Patti, 1988
Alfabeto pirandelliano, Adelphi, Milano, 1989
Una storia semplice, Adelphi, Milano 1989
Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo, 1989
A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano, 1989
Occhio di capra, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, Milano, 1990
Opere – 1956.1971, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-4413-X
Opere – 1971.1983, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-5001-6
Opere – 1984.1989, A cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, ISBN 88-452-5302-3
Monografie dedicate a Leonardo Sciascia [modifica]
Filippo Cilluffo, Leonardo Sciascia: cinque immagini della Sicilia, Fondazione Ignazio Mormino, Palermo, 1965
Walter Mauro, Leonardo Sciascia, La Nuova Italia, Firenze, 1970 (e poi 1973, edizione ampliata e riveduta)
Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano, 1974 (e poi 1983, edizione riveduta e ampliata)
Antonio Di Grado, "Leonardo Sciascia. La figura e l'opera", Il Pungitopo, Marina di Patti, 1992.
Antonio Di Grado, "Quale in lui stesso alfine l'eternità lo muta", Sciascia, Caltanissetta, 1999.
Gaetano Compagnino, Leonardo Sciascia nella terra dei letterati, Catania, Bonanno Editore, 1994.
Massimo Onofri, "Storia di Sciascia", Laterza, Roma, 1994, nuova edizione 2004
Matteo Collura, "Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia", Longanesi, (1996).
V. Fascia, F. Izzo, A. Maori, La memoria di carta: Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia, Edizioni Otto/Novecento, Milano, 1998
Leonardo Sciascia di Giuseppe Traina, Bruno Mondadori,1992
Valter Vecellio (a cura di), L'uomo solo: L'Affaire Moro di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2002
Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2003
G. Jackson, Nel labirinto di Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2004
Lanfranco Palazzolo. Leonardo Sciascia. Deputato Radicale, 1979-1983. Kaos edizioni, 2004. ISBN 88-7953-128-X.
E. Palazzolo, Sciascia. Il romanzo quotidiano, Edizioni Kalós, 2005
L. Pogliaghi (a cura di), Giustizia come ossessione: forme della giustizia nella pagina di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2005
J. Cannon, The Novel As Investigation: Leonardo Sciascia, Dacia Maraini, and Antonio Tabucchi, Toronto Italian studies, Toronto: University of Toronto Press, 2006.
M. D'Alessandra e S. Salis (a cura di), Nero su giallo: Leonardo Sciascia eretico del genere poliziesco, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2006.
P. Milone, L'enciclopedia di Leonardo Sciascia: caos, ordine e caso : atti del 10 ciclo di incontri (Roma, gennaio-aprile 2006). Quaderni Leonardo Sciascia, 11. Milano: La Vita Felice, 2007.
G. Lombardo, Il critico collaterale: Leonardo Sciascia e i suoi editori, Collana Porte Aperte. Milano: La Vita Felice, 2008.
Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano. Le inchieste parlamentari di Leonardo Sciascia, Milano, Bompiani, 2009. ISBN 9788845263514.
Articoli su testate nazionali [modifica]
Corriere della Sera - 10 gennaio 1987 - "I professionisti dell'Antimafia" Secondo Sciascia il protagonismo e la spettacolarità delle indagini inquinano un serio e doveroso contrasto a Cosa Nostra.
Articoli, recensioni, testi su Il giorno della civetta [modifica]
M. Prisco, "Il giorno della civetta", in Baretti, n°8, marzo-aprile, 1961
D. Giuliana, "Sicilia di Sciascia", in La Fiera Letteraria, 28 maggio 1961
P. Milano, "Un carabiniere di sinistra", in L'Espresso, 4 giugno 1961
P. Dallamano, "L'ora della civetta", in L'Ora, 8 luglio 1961
V. De Martinis, "Il giorno della civetta", in Letture, n°7, luglio 1961.
Recensioni e studi sull'opera di Sciascia [modifica]
Giorgio Trombatore, "Sicilia amara", in Scrittori del nostro tempo, Palermo, Manfredi, 1959
Carlo Salinari, "L'Ironia di Sciascia", in Vie Nuove, 12 marzo 1960
Alessandro Galante Garrone, "Quasi un anti-Gattopardo l'ultimo racconto di Sciascia", in La Stampa, 27 febbraio 1963
Giorgio Manacorda, "Il Consiglio d'Egitto", in Il Contemporaneo , n° 62, luglio 1963
Giuliano Gramigna, "Il professore indaga", in La Fiera Letteraria , 31 marzo 1966
Geno Pampaloni, "La prigione dei moralisti", in L'espresso, 24 aprile 1966
Salvatore Battaglia, "La verità pubblica di Leonardo Sciascia", in Il Dramma, n°5, maggio 1970
Ferdinando Camon, "Il contesto di Leonardo Sciascia", in Nuovi Argomenti, n°26 marzo 1972
Giovanni Raboni, "Amarezze poliziesche", in Quaderni Piacentini, n°46, marzo 1972
Carlo Bo, "Todo modo", in Interventi sulla narrativa italiana contemporanea 1973-1975, Treviso, Matteo Editore, 1976
Furio Colombo, «"Il contesto" di Sciascia e "I cadaveri" di Rosi» in La Stampa (Tuttolibri), 28 febbraio 1976
Enzo Siciliano, "Candido in Sicilia", in Corriere della Sera, 28 dicembre 1977
Eugenio Scalfari, "La passione di Moro secondo Sciascia", in La Repubblica, 17-18 settembre 1978
Angelo Guglielmi, "Leonardo Sciascia", in Il piacere della letteratura, Feltrinelli, Milano, 1981
Giulio Nascimbeni, "Sciascia alla festa della memoria" in Corriere della Sera, 22 maggio 1982
Nello Ajello, "Parola di Sciascia", in La Repubblica, 5 gennaio 1985
Giovanni Raboni, "Un filo di speranza", in L'Europeo, 2 febbraio 1990
Pino Arlacchi, "Perché non amo Sciascia", in La Repubblica, 14 dicembre 1993
Sciascia al cinema [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Elenco_di_film_tratti_da_opere_letterarie#Leonardo_Sciascia.
1967: A ciascuno il suo di Elio Petri
1968: Il giorno della civetta di Damiano Damiani
1969: Un caso di coscienza di Giovanni Grimaldi
1976:
Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto
Todo modo di Elio Petri
Una vita venduta di Aldo Florio, dalla novella L'antimonio
1990: Porte aperte di Gianni Amelio
1991: Una storia semplice di Emidio Greco
2000: Ce ne ricorderemo, di questo pianeta. Un sogno di Sciascia in Sicilia di Davide Camarrone e Salvo Cuccia
2001: Il consiglio d'Egitto di Emidio Greco
Note [modifica]
^ Sciascia e il PCI
Altri progetti [modifica]
Commons
Wikiquote
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Leonardo Sciascia
Wikiquote contiene citazioni di o su Leonardo Sciascia
Curiosità [modifica]
"Leonardo Sciascia" è il nome di una immaginaria scuola pubblica secondaria di 2° grado presente nella fiction Agrodolce.
Voci correlate [modifica]
Le parrocchie di Regalpetra
Il giorno della civetta
A ciascuno il suo
Porte aperte
Una storia semplice
Caltanissetta
Provincia di Caltanissetta
Racalmuto
Provincia di Agrigento
Controversie Liparitane
giovedì 19 novembre 2009
Francis ford Coppola ed i giovani italiani
FRANCIS FORD COPPOLA ED I GIOVANI ITALIANI
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Francis Coppola, il regista italo-americano ha detto alla "Stampa" parlando dell'Italia:
«Non offre opportunità ai giovani. ( Questo è vero, verissimo!!) In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in “Tetro”». (E questo non è assolutamente vero!)
Questa affermazione del famoso regista del "Padrino" e di di "Apocalisse New" è stata subito
legata dalla stampa di destra alla campagna aperta anni orsono dai liberisti della Bocconi di Milano sul conflitto generazionale, sui padri che tolgono spazio ai figli, sulle pensioni che mangiano le risorse che dovrebbero essere destinate ai giovani. Insomma sulla contrapposizione genitori privilegiati e protetti
contro figli precari, insicuri e senza rete.
La generalizzazione di Francis Coppola è del tutto campata in aria. Non è vera in generale e, se ci avviciniamo di molto alla questione ed ingrandiamo per vedere meglio, neppure in particolare. Le nuove generazioni italiane sopravvivono alla crudele legge del lavoro imposta dal potere dei liberisti soltanto perchè esiste una fortissima solidarietà parentale intergenerazionale. Proprio il contrario dei figli divorati dai padri evocati daL regista!Milioni di giovani con retribuzioni basse fino al ridicolo sopravvivono con le integrazioni dei loro genitori o dei loro nonni, due generazioni precedenti al profondo e radicale sconvolgimento introdotto dagli accordi concertativi del 1993, dalla destrutturazione del contratto di lavoro in lavoro precario variamente denominato, dalla legge sacconi-maroni e prima di questa dal cosidetto pacchetto Treu, dalla alienazione della loro personalità. Il mercato manipolato dice loro: non mi interessa se hai due lauree e sei musicologo. a me occorre un domestico! Vieni a fare il domestico!!
La voracità cannibalesca dell'imprenditoria italiana contagiata anche allo Stato è giunta financo ad andare oltre il contratto a tempo determinato. Non gli basta più. Oggi è assai gettonato il rapporto di collaborazione, a progetto, un fumus che, dietro l'autonomia della prestazione "professionale" fasulla
nasconde il disimpegno datoriale da ogni sia pur minimo welfare.
Le famiglie italiane hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l' avvenire migliore. Molti ragazze e ragazze si sono laureati con difficoltà e sacrifici enormi dei genitori. Ma anche questa porta, questo passaggio ad una condizione di relativa sicurezza sociale si è chiusa con i ridimensionamenti imposti dalla privatizzazione dei servizi scolastici e sanitari ed ora della privatizzazione dei servizi pubblici locali. Un giovane professore può aspirare a guadagnare 5 euro l'ora in una struttura scolastica privata! La modesta ma tranquilla posizione assicurata dal concorso pubblico fino ad ieri non esiste più! Un acquedotto municipale a gestione pubblica garantiva un decente stipendio ad un
biologo, un ingegnere, un ragioniere. La privatizzazione fa subentrare stipendi e salari bassissimi, insufficienti per il mantenimento di una famiglia,e naturalmente la precarizzazione...
Il Ministro Padoa Schioppa aveva definito i giovani italiani che fino ai 35 anni si trattengono ancora nella casa paterna "bamboccioni" imputando loro mancanza di coraggio nell'affrontare la vita.
Ai giovani meridionali è stata imputata - in passato- la mancanza di mobilità, il restare in casa per non trasferirsi al Nord dove ci sono le opportunità. Ma come si fa ad andare al Nord quando l'affitto di una stanza costa più di quanto si ricaverebbe da uno "stipendio"?
Insomma, Francis Coppola esprime un giudizio sbagliato. Non deve imputare ai genitori la cattiva condizione economica e sociale dei figli ma chiedersi quali siano le responsabilità del Governo e come si sia trasformato ed involuto il sistema economico italiano che si è ridotto oramai a produrre infelicità e non soltanto per i giovani ma per quanti non appartengono ai gruppi sociali del privilegio.
Dovrebbe fare l'elogio ai genitori ed ai nonni per l'aiuto che danno nel tenere a galla i loro figli e nipoti. Questi affonderebbero nel girone degli schiavi se qualcuno non provvedesse a pagare l'assicurazione della loro auto, le medicine e quanto serve ai loro bambini, le spese straordinarie che non mancano mai. Cinque milioni di precari a vita non sarebbero sopravvissuti senza l'aiuto delle loro famiglie. Precipiterebbero tutti nella miseria più nero se venisse meno l'aiuto familiare. Ma questo ora è diventato ancora più difficile per la prolungata erosione delle pensioni e dei vecchi stipendi prodotta dal fisco, dal mercato sempre più oligopolistico, dal costo dei servizi locali, dalla vita in città sempre più cara....
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/torino-film-festival/speciale/articolo/lstp/90902/
http://italia2013.wordpress.com/2009/09/30/quei-poveracci-dei-precari-italiani/
http://www.finanzautile.org/lavoro-in-forte-crescita-il-numero-dei-precari-in-maggioranza-sono-donne-del-mezzogiorno.htm
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Francis Coppola, il regista italo-americano ha detto alla "Stampa" parlando dell'Italia:
«Non offre opportunità ai giovani. ( Questo è vero, verissimo!!) In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in “Tetro”». (E questo non è assolutamente vero!)
Questa affermazione del famoso regista del "Padrino" e di di "Apocalisse New" è stata subito
legata dalla stampa di destra alla campagna aperta anni orsono dai liberisti della Bocconi di Milano sul conflitto generazionale, sui padri che tolgono spazio ai figli, sulle pensioni che mangiano le risorse che dovrebbero essere destinate ai giovani. Insomma sulla contrapposizione genitori privilegiati e protetti
contro figli precari, insicuri e senza rete.
La generalizzazione di Francis Coppola è del tutto campata in aria. Non è vera in generale e, se ci avviciniamo di molto alla questione ed ingrandiamo per vedere meglio, neppure in particolare. Le nuove generazioni italiane sopravvivono alla crudele legge del lavoro imposta dal potere dei liberisti soltanto perchè esiste una fortissima solidarietà parentale intergenerazionale. Proprio il contrario dei figli divorati dai padri evocati daL regista!Milioni di giovani con retribuzioni basse fino al ridicolo sopravvivono con le integrazioni dei loro genitori o dei loro nonni, due generazioni precedenti al profondo e radicale sconvolgimento introdotto dagli accordi concertativi del 1993, dalla destrutturazione del contratto di lavoro in lavoro precario variamente denominato, dalla legge sacconi-maroni e prima di questa dal cosidetto pacchetto Treu, dalla alienazione della loro personalità. Il mercato manipolato dice loro: non mi interessa se hai due lauree e sei musicologo. a me occorre un domestico! Vieni a fare il domestico!!
La voracità cannibalesca dell'imprenditoria italiana contagiata anche allo Stato è giunta financo ad andare oltre il contratto a tempo determinato. Non gli basta più. Oggi è assai gettonato il rapporto di collaborazione, a progetto, un fumus che, dietro l'autonomia della prestazione "professionale" fasulla
nasconde il disimpegno datoriale da ogni sia pur minimo welfare.
Le famiglie italiane hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l' avvenire migliore. Molti ragazze e ragazze si sono laureati con difficoltà e sacrifici enormi dei genitori. Ma anche questa porta, questo passaggio ad una condizione di relativa sicurezza sociale si è chiusa con i ridimensionamenti imposti dalla privatizzazione dei servizi scolastici e sanitari ed ora della privatizzazione dei servizi pubblici locali. Un giovane professore può aspirare a guadagnare 5 euro l'ora in una struttura scolastica privata! La modesta ma tranquilla posizione assicurata dal concorso pubblico fino ad ieri non esiste più! Un acquedotto municipale a gestione pubblica garantiva un decente stipendio ad un
biologo, un ingegnere, un ragioniere. La privatizzazione fa subentrare stipendi e salari bassissimi, insufficienti per il mantenimento di una famiglia,e naturalmente la precarizzazione...
Il Ministro Padoa Schioppa aveva definito i giovani italiani che fino ai 35 anni si trattengono ancora nella casa paterna "bamboccioni" imputando loro mancanza di coraggio nell'affrontare la vita.
Ai giovani meridionali è stata imputata - in passato- la mancanza di mobilità, il restare in casa per non trasferirsi al Nord dove ci sono le opportunità. Ma come si fa ad andare al Nord quando l'affitto di una stanza costa più di quanto si ricaverebbe da uno "stipendio"?
Insomma, Francis Coppola esprime un giudizio sbagliato. Non deve imputare ai genitori la cattiva condizione economica e sociale dei figli ma chiedersi quali siano le responsabilità del Governo e come si sia trasformato ed involuto il sistema economico italiano che si è ridotto oramai a produrre infelicità e non soltanto per i giovani ma per quanti non appartengono ai gruppi sociali del privilegio.
Dovrebbe fare l'elogio ai genitori ed ai nonni per l'aiuto che danno nel tenere a galla i loro figli e nipoti. Questi affonderebbero nel girone degli schiavi se qualcuno non provvedesse a pagare l'assicurazione della loro auto, le medicine e quanto serve ai loro bambini, le spese straordinarie che non mancano mai. Cinque milioni di precari a vita non sarebbero sopravvissuti senza l'aiuto delle loro famiglie. Precipiterebbero tutti nella miseria più nero se venisse meno l'aiuto familiare. Ma questo ora è diventato ancora più difficile per la prolungata erosione delle pensioni e dei vecchi stipendi prodotta dal fisco, dal mercato sempre più oligopolistico, dal costo dei servizi locali, dalla vita in città sempre più cara....
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/torino-film-festival/speciale/articolo/lstp/90902/
http://italia2013.wordpress.com/2009/09/30/quei-poveracci-dei-precari-italiani/
http://www.finanzautile.org/lavoro-in-forte-crescita-il-numero-dei-precari-in-maggioranza-sono-donne-del-mezzogiorno.htm
mercoledì 18 novembre 2009
analisi della crisi di Giorgio Ruffolo
Crisi globale
Il debito del capitalismo. Marco d’Eramo intervista Giorgio Ruffolo
di Marco d'Eramo, da il manifesto, 1 novembre 2009
Un acume scanzonato, è questa la caratteristica che da più di trent'anni ritrovo intatta in Giorgio Ruffolo. Una qualità di cui c'è tanto bisogno oggi, quando siamo sballottati dalle vicissitudini economiche che ci cadono addosso o si allontanano senza che ne riusciamo a coglierne la logica soggiacente. Tra il 2007 e il 2008 la recessione è piombata sull'economia occidentale, tanto da far gridare alla crisi del capitalismo; ora - all'improvviso - molti dicono che stiamo vedendo la luce alla fine del tunnel (a meno che non si tratti del classico treno che arriva dall'altra parte), il tutto senza che riusciamo a realmente a capire. Ci proviamo con questa conversazione.
La recessione è stata attribuita allo scoppio della bolla creditizia. Si tratta allora di una crisi semplicemente finanziaria?
L'origine della crisi è reale, non è finanziaria. Sta nella distribuzione del reddito squilibrata. Certo, la crisi è esplosa quando è scoppiata la bolla creditizia, che però a sua volta è stata una conseguenza della stagnazione, negli ultimi decenni, dei salari reali per la gran massa dei consumatori: per alimentare la domanda, visto che i salari non crescevano, si è ricorso sempre più al credito facile. Si è reagito con un'inflazione finanziaria, che è diversa dall'inflazione normale, da aumento dei prezzi: in quest'ultima, quando cresce la domanda di patate, le patate rincarano, allora la gente compra meno patate; c'è quindi un'autocorrezione del sistema. Invece quando si tratta di finanza e i titoli aumentano, la gente compra ancora più titoli in attesa che aumentino ancora. La distinzione fondamentale è che l'inflazione dei titoli ha in sé un meccanismo cumulativo, e non ha un meccanismo compensativo come quella normale, dei beni. Dell'inflazione finanziaria ci si accorge quando i guai sono già prodotti.
Si dice che c'è ripresa, ma i salari non aumentano, né l'occupazione cresce. Cosa alimenta allora la ripresa, se c'è?
I governi hanno iniettato enorme liquidità nell'economia. Nel caso degli Stati uniti siamo a più di un quarto del Pil (3.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche, 700 miliardi per il rilancio dell'economia, cui andrebbero aggiunte altre voci, su un Pil Usa di 14.000 miliardi di dollari, ndr). Certo, prima o poi, il rifornimento di liquidità da parte degli stati deve esaurirsi, quindi la ripresa può essere effimera, ma se riuscisse a rimettere in moto i consumi e anche i salari, allora avrebbe svolto la sua funzione. Ma di aumenti salariali non si vede traccia.
I soldi sono andati quasi tutti alle banche.
Lo dice anche l'Economist che le cose non stanno andando bene: stiamo rifinanziando l'economia attraverso quelli che l'hanno mandata in tilt.
Ma così tutto riparte come prima, con un altra bolla di credito
Esattamente, ma questa è la storia delle ultime crisi capitalistiche, è una storia di bolle.
Da più parti si dice che c'è un ritorno in auge del keynesismo e che la risposta alla crisi è stata keynesiana.
Ritorno in auge un accidenti. Qui c'è stata una socializzazione delle perdite: "buttate fuori i soldi mascalzoni che non siete altro, cercate di rifinanziarci e levatevi di torno". Se questo è Keynes, allora io letto male Keynes.
Insomma, cosa ci insegna questa crisi?
L'insegnamento non è nuovo: è la fragilità del capitalismo. Sempre le crisi capitalistiche sono state fronteggiate con aumenti di liquidità e sempre i debiti sono stati ripagati con altri debiti. E' un meccanismo intrinseco al capitalismo moderno.
Ma questi debiti vengono poi bruciati con l'inflazione.
Sì, ma l'inflazione è come le onde del mare che si accavallano l'una con l'altra, finché poi vanno a sbattere contro la riva e i debiti devono essere pagati. Il capitalismo è una serie di accavallamenti di orde che generano la sua forza espansiva, ma anche la sua estrema vulnerabilità. Un economista francese, Marc Bloch, ha detto che il capitalismo è un regime in cui i debiti non si ripagano mai, perché se si dovessero ripagare tutti, il capitalismo crollerebbe. Quando i debiti devono essere ripagati, è il momento della crisi, è il momento che - dice Galbraith - separa gli sciocchi dal loro denaro, ma anche gli operai dal loro lavoro. Il capitalismo si fonda su iniezioni progressive di liquidità, e questo dipende dalla sua malattia originaria, che è di mercificare tutto. La moneta è un'istituzione; non può essere trattata come una merce da comprare e da vendere. Invece la moneta è stata mercificata, come la terra e il lavoro. Quindi, oltre alle sue funzioni di unità di conto e di mezzo di pagamento, la moneta ne ha assunto una terza, legata alla sua mercificazione, e cioè di riserva di valore. Ciò ha fatto sì che la moneta fosse trattenuta a fini di accumulazione, diminuendo la liquidità esistente e quindi obbligando a una continua iniezione di liquidità. Il capitalismo si regge grazie a questo continuo flusso di liquidità che deve essere regolato. Certo, ci sono stati degli ancoraggi: l'ancoraggio della convertibilità in oro, il tallone aureo, che per due secoli ha retto il sistema ed è naufragato nel 1971 con il famoso disancoraggio del dollaro. E poi c'era un altro ancoraggio: la redimibilità del credito; il credito poteva essere erogato fino a un tetto in rapporto fisso con il capitale, che era stabilito per legge: anche queste limitazioni sono state non abolite ma allentate progressivamente. E la storia della finanza mondiale è la storia di questi disancoraggi. Non a caso, oggi sono due le scuole per uscire dalla crisi, una è quella «anglosassone» che fa leva sulla liquidità: che gli stati facciano quello che devono fare (immettano nuova liquidità) e poi tolgano il disturbo; l'altra, la scuola «renana» fa leva sugli ancoraggi e dice: rafforziamo le regole. Il problema è che in ogni caso la moneta è diventata qualcosa che si regge su stessa, è diventata una prerogativa delle banche e della élite finanziaria che è diventata plutocrazia.
Quando sento la distinzione tra cattivo capitale finanziario e sano capitale industriale, m'insospettisco, perché mi ricorda il complotto della finanza pluto-giudaica di cui parlava la destra degli anni '30.
In qualche modo «pluto» lo è. Giudaico no, ma nell'ultimo secolo la ricchezza finanziaria è esplosa in maniera anomala rispetto a quella reale. Non è solo una litania. Il ruolo fondamentale della finanza è d'indirizzare il risparmio verso gli investimenti veri; ma grazie ai disancoraggi e alle continue iniezioni di liquidità, questa funzione è venuta meno e si è rovesciata: ora è la liquidità che domina il risparmio e lo dirotta verso gli impieghi finanziari, e non verso gli investimenti. C'è un'effettiva finanziarizzazione dell'economia.
Ma allora come si dovrebbe uscire dalla crisi?
Qui si rasenta l'utopia: non attraverso un aumento o una restrizione di liquidità, ma - scusa il gioco di parole - attraverso una liquidazione della liquidità. Alcuni economisti non ortodossi, liberals come John Maynard Keynes, ma anche conservatori come Irving Fisher, hanno sostenuto che la moneta non può essere riserva di valore, ma deve essere svalutata nel tempo. Silvio Gesell, curioso personaggio ma economista assai apprezzato sia da Keynes, sia da Fischer, propose un «bollo di svalutazione della moneta» ('stamped' money), cioè una moneta che per poter essere scambiata doveva portare un bollino di circolazione che andava acquistato periodicamente, cioè un disincentivo all'accumulazione di moneta. Vallo a dire a Franceschini o a Bersani che bisogna svalutare la moneta! In realtà questa proposta scandalosa non fece scandalo perché nessuno la riprese, tranne Keynes e Fischer.
Da come se ne parla adesso, sembra che la crisi sia stata solo un incidente di percorso: Ma è stata grave o no?
I due effetti duraturi e gravi, secolari, della crisi, sono uno l'ingiustizia sociale, cioè una distribuzione del reddito sempre più concentrata, e l'altro l'enorme impoverimento dei beni pubblici rispetto ai beni privati. Con questo tipo di economia, sempre meno risorse sono allocate ai beni pubblici, l'istruzione, la sanità, la sicurezza stessa. L'impoverimento sociale è il vero costo che stiamo pagando della crisi, non è solo che l'economia si ferma o rallenta. Il costo storico è un impoverimento sociale dell'economia, una diminuzione della felicità. E questo mostra come non ci sia proprio niente di keynesiano nelle ricette attuali. Nel keynesismo, lo stato si sostituiva come fattore produttivo a un capitalismo che aveva fallito e quindi lo ricostituiva sì, ma attraverso forme di ricchezza sociale, identificate in termini di welfare, di beni sociali e non beni privati. Quindi anche dal punto della economia sociale era un progresso, accentuava la ripresa, ma attraverso la dotazione di beni pubblici. Qui non c'è nulla di tutto questo, c'è un rifinanziamento delle banche e del ceto finanziario che hanno provocato questo sconquasso.
Però non c'è stata nessuna rivolta, persino in società storicamente battagliere: questo dimostrerebbe secondo alcuni che la crisi non era poi così grave.
Le conseguenze sociali di enorme ingiustizia sono state fronteggiate grazie alla collusione della gente, che ha accettato il meccanismo di avere i propri soldi non dal lavoro, ma dal credito e questo ha sancito una forte alleanza tra capitalismo e ceti medi, una collusione.
Di solito le crisi generano nuove idee. Questa non sembra.
Non c'è una visione della storia. Diceva Sweezy che il presente bisogna viverlo come storia e invece oggi non lo si vive più come storia. Dove stiamo andando? è una domanda che nessuno si pone più. Si tira avanti. La coscienza della storia dava alla società politica una direzionalità: bisognava spiegare alla gente verso dove si andava. Ma tutti quelli che predicavano la progettazione, la programmazione, sono stati completamente surclassati (Ruffolo evidentemente annovera se stesso tra costoro, ndr), perché il tirare a campare è meno costoso dell'impegno politico. Ero accusato di tradimento del proletariato perché sostenevo il mercato, adesso sono accusato di sovversivismo perché parlo di demercatizzazione. La sinistra si è mercatizzata completamente. Al dogmatismo statalista è subentrato un mimetismo, un fideismo di mercato.
Ma non è puro conformismo? erano di sinistra quando la sinistra era egemone, mentre ora sono di destra: seguono il vento.
Seguono la moda. Nel primo centrosinistra, io stavo lì a fare il «tecnocrate», ma senza potere, «tecno» ma non «crate» e coloro (allora erano i socialisti) che arrivavano al cosiddetto «potere» (anche se non contavano assolutamente niente e non se ne accorgevano), erano estasiati quando potevano incontrare Gianni Agnelli: c'era un complesso d'inferiorità nei confronti del capitalismo, anche nei confronti della cultura liberista. La vera rivoluzione la fece Milton Friedman contro Keynes e contro la socialdemocrazia. Questi abbandonarono l'unico vero socialismo reale che ci sia mai stato: quello del welfare. Non è che abbandonarono il comunismo, abbandonarono il socialismo. Perché è avvenuto? In qualche modo è misterioso, forse perché non ci sono state guerre. Certo, c'è stata un'enorme promozione culturale della destra, una progettualità, in qualche modo un indottrinamento.
(3 novembre 2009)
Il debito del capitalismo. Marco d’Eramo intervista Giorgio Ruffolo
di Marco d'Eramo, da il manifesto, 1 novembre 2009
Un acume scanzonato, è questa la caratteristica che da più di trent'anni ritrovo intatta in Giorgio Ruffolo. Una qualità di cui c'è tanto bisogno oggi, quando siamo sballottati dalle vicissitudini economiche che ci cadono addosso o si allontanano senza che ne riusciamo a coglierne la logica soggiacente. Tra il 2007 e il 2008 la recessione è piombata sull'economia occidentale, tanto da far gridare alla crisi del capitalismo; ora - all'improvviso - molti dicono che stiamo vedendo la luce alla fine del tunnel (a meno che non si tratti del classico treno che arriva dall'altra parte), il tutto senza che riusciamo a realmente a capire. Ci proviamo con questa conversazione.
La recessione è stata attribuita allo scoppio della bolla creditizia. Si tratta allora di una crisi semplicemente finanziaria?
L'origine della crisi è reale, non è finanziaria. Sta nella distribuzione del reddito squilibrata. Certo, la crisi è esplosa quando è scoppiata la bolla creditizia, che però a sua volta è stata una conseguenza della stagnazione, negli ultimi decenni, dei salari reali per la gran massa dei consumatori: per alimentare la domanda, visto che i salari non crescevano, si è ricorso sempre più al credito facile. Si è reagito con un'inflazione finanziaria, che è diversa dall'inflazione normale, da aumento dei prezzi: in quest'ultima, quando cresce la domanda di patate, le patate rincarano, allora la gente compra meno patate; c'è quindi un'autocorrezione del sistema. Invece quando si tratta di finanza e i titoli aumentano, la gente compra ancora più titoli in attesa che aumentino ancora. La distinzione fondamentale è che l'inflazione dei titoli ha in sé un meccanismo cumulativo, e non ha un meccanismo compensativo come quella normale, dei beni. Dell'inflazione finanziaria ci si accorge quando i guai sono già prodotti.
Si dice che c'è ripresa, ma i salari non aumentano, né l'occupazione cresce. Cosa alimenta allora la ripresa, se c'è?
I governi hanno iniettato enorme liquidità nell'economia. Nel caso degli Stati uniti siamo a più di un quarto del Pil (3.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche, 700 miliardi per il rilancio dell'economia, cui andrebbero aggiunte altre voci, su un Pil Usa di 14.000 miliardi di dollari, ndr). Certo, prima o poi, il rifornimento di liquidità da parte degli stati deve esaurirsi, quindi la ripresa può essere effimera, ma se riuscisse a rimettere in moto i consumi e anche i salari, allora avrebbe svolto la sua funzione. Ma di aumenti salariali non si vede traccia.
I soldi sono andati quasi tutti alle banche.
Lo dice anche l'Economist che le cose non stanno andando bene: stiamo rifinanziando l'economia attraverso quelli che l'hanno mandata in tilt.
Ma così tutto riparte come prima, con un altra bolla di credito
Esattamente, ma questa è la storia delle ultime crisi capitalistiche, è una storia di bolle.
Da più parti si dice che c'è un ritorno in auge del keynesismo e che la risposta alla crisi è stata keynesiana.
Ritorno in auge un accidenti. Qui c'è stata una socializzazione delle perdite: "buttate fuori i soldi mascalzoni che non siete altro, cercate di rifinanziarci e levatevi di torno". Se questo è Keynes, allora io letto male Keynes.
Insomma, cosa ci insegna questa crisi?
L'insegnamento non è nuovo: è la fragilità del capitalismo. Sempre le crisi capitalistiche sono state fronteggiate con aumenti di liquidità e sempre i debiti sono stati ripagati con altri debiti. E' un meccanismo intrinseco al capitalismo moderno.
Ma questi debiti vengono poi bruciati con l'inflazione.
Sì, ma l'inflazione è come le onde del mare che si accavallano l'una con l'altra, finché poi vanno a sbattere contro la riva e i debiti devono essere pagati. Il capitalismo è una serie di accavallamenti di orde che generano la sua forza espansiva, ma anche la sua estrema vulnerabilità. Un economista francese, Marc Bloch, ha detto che il capitalismo è un regime in cui i debiti non si ripagano mai, perché se si dovessero ripagare tutti, il capitalismo crollerebbe. Quando i debiti devono essere ripagati, è il momento della crisi, è il momento che - dice Galbraith - separa gli sciocchi dal loro denaro, ma anche gli operai dal loro lavoro. Il capitalismo si fonda su iniezioni progressive di liquidità, e questo dipende dalla sua malattia originaria, che è di mercificare tutto. La moneta è un'istituzione; non può essere trattata come una merce da comprare e da vendere. Invece la moneta è stata mercificata, come la terra e il lavoro. Quindi, oltre alle sue funzioni di unità di conto e di mezzo di pagamento, la moneta ne ha assunto una terza, legata alla sua mercificazione, e cioè di riserva di valore. Ciò ha fatto sì che la moneta fosse trattenuta a fini di accumulazione, diminuendo la liquidità esistente e quindi obbligando a una continua iniezione di liquidità. Il capitalismo si regge grazie a questo continuo flusso di liquidità che deve essere regolato. Certo, ci sono stati degli ancoraggi: l'ancoraggio della convertibilità in oro, il tallone aureo, che per due secoli ha retto il sistema ed è naufragato nel 1971 con il famoso disancoraggio del dollaro. E poi c'era un altro ancoraggio: la redimibilità del credito; il credito poteva essere erogato fino a un tetto in rapporto fisso con il capitale, che era stabilito per legge: anche queste limitazioni sono state non abolite ma allentate progressivamente. E la storia della finanza mondiale è la storia di questi disancoraggi. Non a caso, oggi sono due le scuole per uscire dalla crisi, una è quella «anglosassone» che fa leva sulla liquidità: che gli stati facciano quello che devono fare (immettano nuova liquidità) e poi tolgano il disturbo; l'altra, la scuola «renana» fa leva sugli ancoraggi e dice: rafforziamo le regole. Il problema è che in ogni caso la moneta è diventata qualcosa che si regge su stessa, è diventata una prerogativa delle banche e della élite finanziaria che è diventata plutocrazia.
Quando sento la distinzione tra cattivo capitale finanziario e sano capitale industriale, m'insospettisco, perché mi ricorda il complotto della finanza pluto-giudaica di cui parlava la destra degli anni '30.
In qualche modo «pluto» lo è. Giudaico no, ma nell'ultimo secolo la ricchezza finanziaria è esplosa in maniera anomala rispetto a quella reale. Non è solo una litania. Il ruolo fondamentale della finanza è d'indirizzare il risparmio verso gli investimenti veri; ma grazie ai disancoraggi e alle continue iniezioni di liquidità, questa funzione è venuta meno e si è rovesciata: ora è la liquidità che domina il risparmio e lo dirotta verso gli impieghi finanziari, e non verso gli investimenti. C'è un'effettiva finanziarizzazione dell'economia.
Ma allora come si dovrebbe uscire dalla crisi?
Qui si rasenta l'utopia: non attraverso un aumento o una restrizione di liquidità, ma - scusa il gioco di parole - attraverso una liquidazione della liquidità. Alcuni economisti non ortodossi, liberals come John Maynard Keynes, ma anche conservatori come Irving Fisher, hanno sostenuto che la moneta non può essere riserva di valore, ma deve essere svalutata nel tempo. Silvio Gesell, curioso personaggio ma economista assai apprezzato sia da Keynes, sia da Fischer, propose un «bollo di svalutazione della moneta» ('stamped' money), cioè una moneta che per poter essere scambiata doveva portare un bollino di circolazione che andava acquistato periodicamente, cioè un disincentivo all'accumulazione di moneta. Vallo a dire a Franceschini o a Bersani che bisogna svalutare la moneta! In realtà questa proposta scandalosa non fece scandalo perché nessuno la riprese, tranne Keynes e Fischer.
Da come se ne parla adesso, sembra che la crisi sia stata solo un incidente di percorso: Ma è stata grave o no?
I due effetti duraturi e gravi, secolari, della crisi, sono uno l'ingiustizia sociale, cioè una distribuzione del reddito sempre più concentrata, e l'altro l'enorme impoverimento dei beni pubblici rispetto ai beni privati. Con questo tipo di economia, sempre meno risorse sono allocate ai beni pubblici, l'istruzione, la sanità, la sicurezza stessa. L'impoverimento sociale è il vero costo che stiamo pagando della crisi, non è solo che l'economia si ferma o rallenta. Il costo storico è un impoverimento sociale dell'economia, una diminuzione della felicità. E questo mostra come non ci sia proprio niente di keynesiano nelle ricette attuali. Nel keynesismo, lo stato si sostituiva come fattore produttivo a un capitalismo che aveva fallito e quindi lo ricostituiva sì, ma attraverso forme di ricchezza sociale, identificate in termini di welfare, di beni sociali e non beni privati. Quindi anche dal punto della economia sociale era un progresso, accentuava la ripresa, ma attraverso la dotazione di beni pubblici. Qui non c'è nulla di tutto questo, c'è un rifinanziamento delle banche e del ceto finanziario che hanno provocato questo sconquasso.
Però non c'è stata nessuna rivolta, persino in società storicamente battagliere: questo dimostrerebbe secondo alcuni che la crisi non era poi così grave.
Le conseguenze sociali di enorme ingiustizia sono state fronteggiate grazie alla collusione della gente, che ha accettato il meccanismo di avere i propri soldi non dal lavoro, ma dal credito e questo ha sancito una forte alleanza tra capitalismo e ceti medi, una collusione.
Di solito le crisi generano nuove idee. Questa non sembra.
Non c'è una visione della storia. Diceva Sweezy che il presente bisogna viverlo come storia e invece oggi non lo si vive più come storia. Dove stiamo andando? è una domanda che nessuno si pone più. Si tira avanti. La coscienza della storia dava alla società politica una direzionalità: bisognava spiegare alla gente verso dove si andava. Ma tutti quelli che predicavano la progettazione, la programmazione, sono stati completamente surclassati (Ruffolo evidentemente annovera se stesso tra costoro, ndr), perché il tirare a campare è meno costoso dell'impegno politico. Ero accusato di tradimento del proletariato perché sostenevo il mercato, adesso sono accusato di sovversivismo perché parlo di demercatizzazione. La sinistra si è mercatizzata completamente. Al dogmatismo statalista è subentrato un mimetismo, un fideismo di mercato.
Ma non è puro conformismo? erano di sinistra quando la sinistra era egemone, mentre ora sono di destra: seguono il vento.
Seguono la moda. Nel primo centrosinistra, io stavo lì a fare il «tecnocrate», ma senza potere, «tecno» ma non «crate» e coloro (allora erano i socialisti) che arrivavano al cosiddetto «potere» (anche se non contavano assolutamente niente e non se ne accorgevano), erano estasiati quando potevano incontrare Gianni Agnelli: c'era un complesso d'inferiorità nei confronti del capitalismo, anche nei confronti della cultura liberista. La vera rivoluzione la fece Milton Friedman contro Keynes e contro la socialdemocrazia. Questi abbandonarono l'unico vero socialismo reale che ci sia mai stato: quello del welfare. Non è che abbandonarono il comunismo, abbandonarono il socialismo. Perché è avvenuto? In qualche modo è misterioso, forse perché non ci sono state guerre. Certo, c'è stata un'enorme promozione culturale della destra, una progettualità, in qualche modo un indottrinamento.
(3 novembre 2009)
martedì 17 novembre 2009
una rapida involuzione
UNA RAPIDA INVOLUZIONE
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Obama si identifica sempre di più nel suo predecessore in tutte le questioni. In Cina ha fatto propaganda per i diritti civili ed umani (SIC!) istigando i giovani di Shangay a reclamarli. Ma, per quanto lo riguarda non ha revocato la Patriot Act nè fatto chiudere Guantanamo Ha fatto trasmettere
il suo sermone in internet lodandone la libertà da interessato dal momento che internet e telefonini gli servono a fomentare rivolte nei paesi che gli Usa vogliono destabilizzare. Ha chiesto provocatoriamente ai cinesi di ricevere il Dalai Lama e si è rifiutato di riconoscere la sovranità della Cina sul Tibet . Provate a pensare se i cinesi gli chiedessero di ricevere il capo del mormoni e se questo rivendicasse la secessione dell'Utah dagli Stati Uniti. Finge di continuare a credere alla centrale Alqaeda ed all'ineffabile Bin Laden e fa bombardare villaggi massacrando famiglie inermi e provocando lo sfollamento di migliaia di persone che poi vanno a perdersi ed a morire di stenti in
spaventosi campi profughi. . L'altro giorno, non so come, tg3 ci mostrò uno sfollato in uno dei questi campi che cercava di vendere la figlioletta per pagare il medico al fratello morente. Ha fatto macchina indietro a tutta forza sulla questione del clima che era stata il suo cavallo di battaglia. "dobbiamo salvare il pianeta " diceva nelle assemblee e tante anime belle sempre pronte a credere in qualcuno sono diventati obamiane e lo hanno ravvisato come San Michele Arcangelo che trafigge il drago malvagio dell'inquinamento!!
In quanto ai suoi connazionali . dopo aver promesso l'assistenza sanitaria come diritto di tutti o non solo di coloro che hanno i soldi per pagarsela ha partorito un mostriciattolo, una vera presa in giro, un documento di duemila pagina con le quali si inventa una assicurazione pubblica che non intaccherà gli asociali interessi del business delle compagnie private che artigliano il 17% del reddito nazionale.
Si accinge inoltre a mandare altri trenta o quarantamila soldati in Afghanistan in aggiunta ai trecentomila tra soldati e contractors di stanza tra Afghanistan ed Irak. Gli USA hanno venticinque milioni di veterani in gran parte mutilati, pazzi, spesso suicidi per le atrocità che hanno vissuto ed alle quali sono stati costretti da un esercito che non ha niente da invidiare ai nazisti delle SS. Molti di loro si trasferiscono in Messico perchè la pensione è tanto miserabile da non consentire di vivere negli USA: Non si è posto il problema dei suicidi e delle diserzioni dei soldati americani nè dei bambini deformi che nascono a Falluja bombardata al fosforo dal suo predecessore.
Ora si accinge a processare cinque "terroristi" dopo averli tenuti e torturati per otto anni a Guantanamo. Con arroganza ha dichiarato che chiederà per loro la pena di morte e sta preparando l'opinione pubblica ad assistere il patibolo come ha fatto il suo predecessore con Sadam Hussein impiccato in presa diretta tv mondovisione.
La sua linea non è la pace ma la sottomissione del mondo al suo modello ideologico e religioso. Migliaia e migliaia di esperti, di militari e specializzati lavorano ai progetti di destabilizzazione o di
annichilimento dei Paesi non anjcora presidiati da almeno una base militare USA.
Non tollera nell'estremismo fondamentalistico della sua "missione" politica nessuna civiltà diversa dalla sua.Non ha esitato a distruggere quanto restava della civiltà assiro-babilonese e del patrimonio
che ci tra lasciato. Su Babilonia il manto cementizio di diecine di centimetri di un eliporto dei marines copre le vestigia di seimila anni e che è quasi certo non rivedremo mai più come non rivedremo quanto è stato rubato dal museo di Bagdad.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
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Obama si identifica sempre di più nel suo predecessore in tutte le questioni. In Cina ha fatto propaganda per i diritti civili ed umani (SIC!) istigando i giovani di Shangay a reclamarli. Ma, per quanto lo riguarda non ha revocato la Patriot Act nè fatto chiudere Guantanamo Ha fatto trasmettere
il suo sermone in internet lodandone la libertà da interessato dal momento che internet e telefonini gli servono a fomentare rivolte nei paesi che gli Usa vogliono destabilizzare. Ha chiesto provocatoriamente ai cinesi di ricevere il Dalai Lama e si è rifiutato di riconoscere la sovranità della Cina sul Tibet . Provate a pensare se i cinesi gli chiedessero di ricevere il capo del mormoni e se questo rivendicasse la secessione dell'Utah dagli Stati Uniti. Finge di continuare a credere alla centrale Alqaeda ed all'ineffabile Bin Laden e fa bombardare villaggi massacrando famiglie inermi e provocando lo sfollamento di migliaia di persone che poi vanno a perdersi ed a morire di stenti in
spaventosi campi profughi. . L'altro giorno, non so come, tg3 ci mostrò uno sfollato in uno dei questi campi che cercava di vendere la figlioletta per pagare il medico al fratello morente. Ha fatto macchina indietro a tutta forza sulla questione del clima che era stata il suo cavallo di battaglia. "dobbiamo salvare il pianeta " diceva nelle assemblee e tante anime belle sempre pronte a credere in qualcuno sono diventati obamiane e lo hanno ravvisato come San Michele Arcangelo che trafigge il drago malvagio dell'inquinamento!!
In quanto ai suoi connazionali . dopo aver promesso l'assistenza sanitaria come diritto di tutti o non solo di coloro che hanno i soldi per pagarsela ha partorito un mostriciattolo, una vera presa in giro, un documento di duemila pagina con le quali si inventa una assicurazione pubblica che non intaccherà gli asociali interessi del business delle compagnie private che artigliano il 17% del reddito nazionale.
Si accinge inoltre a mandare altri trenta o quarantamila soldati in Afghanistan in aggiunta ai trecentomila tra soldati e contractors di stanza tra Afghanistan ed Irak. Gli USA hanno venticinque milioni di veterani in gran parte mutilati, pazzi, spesso suicidi per le atrocità che hanno vissuto ed alle quali sono stati costretti da un esercito che non ha niente da invidiare ai nazisti delle SS. Molti di loro si trasferiscono in Messico perchè la pensione è tanto miserabile da non consentire di vivere negli USA: Non si è posto il problema dei suicidi e delle diserzioni dei soldati americani nè dei bambini deformi che nascono a Falluja bombardata al fosforo dal suo predecessore.
Ora si accinge a processare cinque "terroristi" dopo averli tenuti e torturati per otto anni a Guantanamo. Con arroganza ha dichiarato che chiederà per loro la pena di morte e sta preparando l'opinione pubblica ad assistere il patibolo come ha fatto il suo predecessore con Sadam Hussein impiccato in presa diretta tv mondovisione.
La sua linea non è la pace ma la sottomissione del mondo al suo modello ideologico e religioso. Migliaia e migliaia di esperti, di militari e specializzati lavorano ai progetti di destabilizzazione o di
annichilimento dei Paesi non anjcora presidiati da almeno una base militare USA.
Non tollera nell'estremismo fondamentalistico della sua "missione" politica nessuna civiltà diversa dalla sua.Non ha esitato a distruggere quanto restava della civiltà assiro-babilonese e del patrimonio
che ci tra lasciato. Su Babilonia il manto cementizio di diecine di centimetri di un eliporto dei marines copre le vestigia di seimila anni e che è quasi certo non rivedremo mai più come non rivedremo quanto è stato rubato dal museo di Bagdad.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
lunedì 16 novembre 2009
a proposito del dibattito su Saviano in "che tempo che fa" nella mailing list "lista di sinistra"
Giornalisti, scrittori, magistrati, poliziotti siciliani che conoscono la mafia del vivo hanno scritto negli ultimi trenta anni
diecine e diecine di libri che hanno contribuito a determinare una percezione precisa, realistica, vera e veritiera del fenomeno.
Tra i tanti prendo due libri: "Colletti Sporchi" di Ferruccio Pinotti e Luca tescaroli ed "Cappio" di Enrico Bellavia e Maurizio De Lucia.
Molti degli autori sono costretti a vivere sotto scorta da anni.
Ebbene, alla fine di ognuno di questi libri, c'è un lungo elenco di nomi. La maggior parte sono mafiosi in carne ed ossa. Queste persone non hanno fatto la lotta alla Mafia ma ai mafiosi che la impersonano.
Se notate, in fondo a Gomorra, non c'è alcun elenco. Non un solo nome. Saviano ha descritto in modo iperrealistico come io ho scritto gli scenari ed i meccanismi della camorra.
Io non sottovaluto l'importanza di descrivere gli scenari ed i contesti. Indubbiamente Gomorra ha avuto il grande merito di sdoganare presso l'opinione pubblica grande la questione camorra che giaceva soltanto dentro le cronache giudiziarie della campania.,
Ma trattasi di approccio diverso da quello che tantissimi giornalisti o magistrati hanno fatto. La Sicilia ha tantissimi giornalisti uccisi dalla mafia perchè avevano denunziato fatti e situazione circostanziandole. Desidero ricordare tra gli ultimi il papà di Sonia Alfano.
Nella storia della repubblica manca un ricordo, un punto fermo, che è dato da tantissimi eroi dell'informazione che hanno perduto la vita
nell'assolvimento di un dovere di cronaca e di verità spesso eseguito nell'indifferenza e financo nel tradimento....
Non voglio sottovalutare il contributo di Saviano alla lotta contro la criminalità ma contestualizziamolo nella realtà di una lunghissima scia di dolore, di sangue, ma anche di parole che sono diventate parte della nostra coscienza.....
http://www.democrazialegalita.it/bonofiglio/bonofiglio_giornalisti%20Uccisi%20dalla%20MAFIA=01agosto2007.htm
http://www.archivio900.it/it/libri/lib.aspx?id=303
http://www.giornalismoblog.it/blog/2009/04/12/la-giornata-della-memoria-a-napoli-il-ricordo-dei-giornalisti-uccisi-da-mafia-e-terrorismo/
http://giuseppe51.blogspot.com/2009/01/30-anni-dalluccisione-di-mario-francese.html
diecine e diecine di libri che hanno contribuito a determinare una percezione precisa, realistica, vera e veritiera del fenomeno.
Tra i tanti prendo due libri: "Colletti Sporchi" di Ferruccio Pinotti e Luca tescaroli ed "Cappio" di Enrico Bellavia e Maurizio De Lucia.
Molti degli autori sono costretti a vivere sotto scorta da anni.
Ebbene, alla fine di ognuno di questi libri, c'è un lungo elenco di nomi. La maggior parte sono mafiosi in carne ed ossa. Queste persone non hanno fatto la lotta alla Mafia ma ai mafiosi che la impersonano.
Se notate, in fondo a Gomorra, non c'è alcun elenco. Non un solo nome. Saviano ha descritto in modo iperrealistico come io ho scritto gli scenari ed i meccanismi della camorra.
Io non sottovaluto l'importanza di descrivere gli scenari ed i contesti. Indubbiamente Gomorra ha avuto il grande merito di sdoganare presso l'opinione pubblica grande la questione camorra che giaceva soltanto dentro le cronache giudiziarie della campania.,
Ma trattasi di approccio diverso da quello che tantissimi giornalisti o magistrati hanno fatto. La Sicilia ha tantissimi giornalisti uccisi dalla mafia perchè avevano denunziato fatti e situazione circostanziandole. Desidero ricordare tra gli ultimi il papà di Sonia Alfano.
Nella storia della repubblica manca un ricordo, un punto fermo, che è dato da tantissimi eroi dell'informazione che hanno perduto la vita
nell'assolvimento di un dovere di cronaca e di verità spesso eseguito nell'indifferenza e financo nel tradimento....
Non voglio sottovalutare il contributo di Saviano alla lotta contro la criminalità ma contestualizziamolo nella realtà di una lunghissima scia di dolore, di sangue, ma anche di parole che sono diventate parte della nostra coscienza.....
http://www.democrazialegalita.it/bonofiglio/bonofiglio_giornalisti%20Uccisi%20dalla%20MAFIA=01agosto2007.htm
http://www.archivio900.it/it/libri/lib.aspx?id=303
http://www.giornalismoblog.it/blog/2009/04/12/la-giornata-della-memoria-a-napoli-il-ricordo-dei-giornalisti-uccisi-da-mafia-e-terrorismo/
http://giuseppe51.blogspot.com/2009/01/30-anni-dalluccisione-di-mario-francese.html
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