mercoledì 11 novembre 2009

il muro di ANTONELLA MONASTRA

IL MURO
ovvero il Berliner Mauer o meglio la Barriera di protezione antifascista, spaccò in due Berlino per ventotto anni, dalla sua edificazione (che prese il via nell’agosto del 1961) fino alla sua caduta, avvenuta nella storica data del nove novembre 1989. Ci rimbombano ancora le orecchie al suono delle potenti fanfare che hanno celebrato in questi giorni l’evento più significativo, forse, di una piccola porzione di mondo che si chiama Europa, e che tuttavia è stata laboratorio orrifico di mostruosità come i conflitti mondiali (con la perdita di milioni di vite umane) e il genocidio degli ebrei. Forse un irrisolto senso di colpa della ex Repubblica Federale Tedesca, o forse gli stessi reconditi motivi che hanno fatto attecchire nazismo e fascismo nelle loro tragiche manifestazioni in molti paesi europei - la piaga degli estremismi di destra non è ancora guarita ai nostri giorni, ed è ben presente e diffusa, con rigurgiti alquanto pericolosi e sempre più frequenti - sono alla base di quello che ai nostri occhi è stato un evento di pura autocelebrazione, un parlarsi addosso, un trionfo di narcisistico autocompiacimento del mondo occidentale. Brutalmente, ricorda assai Berlusconi quando si autodichiarò il migliore statista degli ultimi centocinquanta anni. Dunque, nella migliore delle porzioni di mondo possibile, non stupisce l’autoreferenzialità del messaggio lanciato dal governo tedesco, che tenta ancora di autoassolversi, mentre movimenti di destra xenofoba e razzista proliferano un po’ dovunque: e la Germania fa la sua parte, altro che!
Una riflessione più amara va fatta però sulla consistenza del muro che esiste nell’immaginario collettivo di chi vive barricato al di la o di qua di una sponda: che si chiami guerra, che si chiami discriminazione razziale, di genere, religiosa, basata su opinioni politiche o sull’orientamento sessuale. Questi sono ancora oggi muri invalicabili - retaggi indistruttibili perché la loro realtà viene negata o liquidata con semplicistiche formule. In qualche remota ed illuminata isola possiamo sperare in coraggiosi sottopassaggi, ma la questione vera è che i muri ci sono là dove non dovrebbero essere mai stati eretti.
Quello reale, invece, di cemento intendo, perché nessuno della sua esistenza può dubitare, è stato ‘ricordato’ di recente da un gruppo di palestinesi che ha tentato di demolire, senza successo, il lungo e tortuoso nastro di ferro e mattoni, alto quasi dieci metri, che continua a mangiare la loro terra a Gaza. Il muro costruito da Israele è un’autentica fortificazione, con torrette, filo spinato, artiglieria e trincee. Non ha rispettato la linea verde che avrebbe dovuto separare la Palestina da Israele ed all’origine contava solo trecentocinquanta chilometri. Al termine dei lavori misurerà circa settecento chilometri, rendendo quantomeno complicata, se non impossibile, la costituzione dello Stato palestinese promessa da infiniti negoziati e sedute diplomatiche, che durano da quasi mezzo secolo e mascherano, anche qui come drammaticamente insegnano i corsi e i ricorsi della storia, il sistematico sterminio dei palestinesi. Nonostante le unanimi condanne, in primis quella dell’Onu, i poteri e le ideologie ‘forti’ che occultano i soliti interessi economici avranno la meglio ancora una volta, pregiudicando pesantemente le esistenze di tante persone. Questo ennesimo e reale muro resterà dov’è, condannando all’infelicità e alla morte innocenti e sfortunati. Dato che non è una scelta nascere in luogo o in un altro, non è naturale tentare in tutti modi di rivendicare diritti e sottrarsi a questa e quella tirannia?
Antonella Monastra

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