domenica 10 luglio 2011

uno stralcio da "la sporca guerra in Libia" di Michele Strazza

Nel 1928 anche la piccola oasi di Gife, situata tra la costa mediterranea a sud di Nufilia e la catena dei monti Harugi fu distrutta da bombe italiane, alcune delle quali caricate a gas. Ciò costituiva una aperta violazione del diritto internazionale in quanto l'Italia fascista aveva firmato a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri 25 Paesi, il "Protocollo per la proibizione di gas asfissianti, tossici o di altri gas, e degli strumenti di guerra Artiglieri italiani in Libia batteriologici". La distruzione di Gife venne raccontata nelle memorie di guerra di Vincenzo Biani, un volume che riscosse gli elogi di Italo Balbo: «Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto. Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l'incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un'altra spedizione. Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po'di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame».



Ma nonostante i massicci bombardamenti la guerriglia senussita, equipaggiata di armi dall'Egitto, continuava a creare seri problemi al regio esercito. Per dare una svolta alla "pacificazione" il 18 dicembre 1928 Badoglio venne nominato governatore delle due province della Tripolitania e della Cirenaica, quindi, il 21 gennaio 1929, "governatore unico" di entrambe. Nel contempo, come da lui richiesto, il maresciallo conservava anche la carica di capo di stato maggiore generale."

http://www.storiain.net/arret/num153/artic3.asp

giovedì 7 luglio 2011

scampoli di tristizie

Il dopo Berlusconi sarà una delusione

Non riesco ad immaginare nulla di peggio del dopo-Berlusconi perchè la Casta Oligarchica ci dirà che non c'è nessun ritorno alla democrazia ed alla civiltà della giustizia sociale. Saremo in regime ademocratico,.post democratico e sopratutto antipopolare. La banda di Bersani Letta Veltroni etc..ci riporterà agli anni cinquanta senza le speranze che in quegli anni si nutrivano.... Tremonti e Letta c i governeranno come oggi e peggio di oggi


La Grecia è in Italia!

Tremonti ci ha confezionato una Grecia diluita in quattro anni (con l'anno scorso) ma non meno dolorosa. La classe lavoratrice uscirà con le ossa rotte e povera per i prossimi trenta anni. Ma l'opposizione sembra ipnotizzata dal prestigio di Tremonti e forse punta su di lui per il dopo Berlusconi. L'opposizione è di cultura liberista ed antipopolare come il centro-destra


La crisi di Rochefeller
E' una crisi pilotata dal Grande Vecchio del Capitalismo. Oramai si smaneggiano non solo le banche e le aziende ma anche le nazioni, interi popoli. Il delirio di Onnipotenza del Capitale non ha limiti. Forse è meglio chiudere al più presto tutte le istituzioni create in Occidente a cominciare dalla Unione Europea. Non escludo che facciano fallire l'Italia quando lo riterranno politicamente più opportuno ai loro inte
‎1800 miliardi di euro di debito interno è detenuto in grandissima parte da italiani che lo posseggono in titoli di Stato. Perchè l'Italia dovrebbe renderne conto allo estero? L'Italia deve rispondere all'estero soltanto dei debiti contratti all'estero! Basta con il Bauau della crisi che serve per stringere il cappio alla gola dei lavoratori e rubare il futuro ai giovani precari
·

Rompere l'omertà della sinistra con la CGIL
qualcosa si muove e sta incrinando l'omerta dei politici di sinistra con la CGIL. In verità Cofferati è critico da molto tempo ed ha già fatto sentire la sua voce in occasione del lodo Marchionne approvato dall'intero establiscement del PD. Ma l'appello è insufficiente. Bisogna chiedere ai comunisti di uscire dalla CGIL-

mercoledì 6 luglio 2011

rifare la CGIL nel nome dei soliti burocrati

Bentornata Bandiera Rossa!
Sito COMUNISTA DESTALINIZZATO, aperto a chiunque abbia posizioni anticapitaliste. Accettiamo testi, poesie e racconti possibilmente di qualità. Cercateci anche su FACEBOOK nel GRUPPO omonimo. Siamo un po’ poveri di capacità informatiche. Ci piacerebbe passare dal BLOG a un SITO vero e proprio. Perciò, se c’è qualcuno che se la sente, saremo felici di affidargli la trasformazione del blog in sito vero e proprio.


Cerca nel blog

powered by





Blog Bandiera Rossa


RIFARE LA CGIL NEL NOME DEI SOLITI BUROCRATI di L. Mortara


di LORENZO MORTARA




In un articolo di Pietro Ancona, Rifare la Cgil da un’altra parte, gli iscritti sono invitati a lasciarla per l’ennesimo sindacato di base e soprattutto per ridare vita, sotto nuova formula, alla Cgil di Di Vittorio.

La penna di Pietro Ancona, sindacalista in pensione, è ottima e sarebbe perfetta se solo si inchiostrasse nel marxismo. Purtroppo il suo calamaio attinge alla Costituzione e al socialismo parlamentare, il quale altro non è che la copertura politica per il capitalismo extraparlamentare.

Dopo averci ricordato tutte le malefatte della maggioranza della Cgil, dal sostegno all’intervento imperialista in Libia alla legge Biagi, all’opposizione in Fiom e allo smantellamento delle pensioni, Pietro Ancona, da petulante riformista qual in fondo è, propone come ricetta per il “male incurabile” del nostro sindacato, il ritorno all’età dell’oro di Di Vittorio, ovvero all’epoca immaginaria di «una linea di coerente difesa dei lavoratori».

Non c’è niente da fare, o abbattiamo gli idealisti di tutte le razze e le provenienze, o non ci risolleveremo mai. Chi è per Di Vittorio, non può essere contro la Camusso. Nella democrazia progressiva è già contenuto in nuce il Partito Democratico. Il processo che porta da Berlinguer a D’Alema è solo la tappa dello stesso identico percorso che va da Togliatti, passando per Di Vittorio, fino all’attuale riduzione degli ex-PCI a personale politico della borghesia. Non c’è soluzione di continuità. I salti, anche bruschi, da una svolta all’altra, sono solo accelerazioni nella stessa direzione. Imboccata la strada della controrivoluzione permanente, il destino era segnato in partenza.

La coerenza di Di Vittorio, data per scontata da Pietro Ancona, è messa in contrapposizione ai vertici attuali della Cgil e a quel D’Aragona che strisciò come un verme ai piedi del fascismo. Di Vittorio è un mito per Pietro Ancona, e quindi è mitica la Cgil sua e del compare socialista Bruno Buozzi. Infatti, la realtà storica, è affatto diversa e non lascia scampo alle illusioni del sindacalista in pensione.

Elogiare Buozzi che ricostruisce da un’altra parte la Cgil consegnata al fascismo da D’aragona, si può fare solo a patto di ricordare quanta responsabilità abbia avuto questa nullità a forma di socialista nell’avvento del regime mussoliniano. Nel biennio rosso, quando la Cgil si spacca a un passo dalla rivoluzione, Buozzi, come tutti gli ipocriti pieni di ambizioni sbagliate, non si schierò né con la mozione a favore della socializzazione dei mezzi di produzione, firmata da Schiavello e da Bucco, né con quella di D’aragona firmata da tutti quelli che se la facevano nei calzoni. Buozzi, anima bella del sindacato italiano, per darsi chissà quali arie, sostenne una terza via, la via dell’ipocrisia più sfacciata. A nome del direttivo Fiom sostenne il programma di «attuare tutte le riforme politiche ed economiche più insistentemente reclamate dal proletariato socialista e compatibili con le condizioni del Paese»1. Gli è in primo luogo che la compatibilità con le condizioni del Paese, è la compatibilità dell’operaio subordinata alle esigenze del Capitale, e in secondo luogo che un movimento rivoluzionario è tale proprio perché tutte le istanze del proletariato sono entrate in rotta di collisione con le compatibilità del sistema capitalistico di sfruttamento. Buozzi che non era uno stupido, in fondo sapeva benissimo queste cose, è per questo che subito dopo aver programmato la capitolazione degli operai, da buon piccolo borghese, si astenne. E si sa che in un momento rivoluzionario, chi si astiene, vota contro.

D’Aragona dal canto suo, in quei giorni, dal Direttivo della Confederazione diramava comunicati edificanti come questo: «un movimento insurrezionale in Italia avrebbe dato modo alla borghesia di scatenare una violenta e sanguinosa reazione che avrebbe diminuito le nostre forze ed impedito il successivo svolgersi dell’azione politico-sindacale socialista»2. Buozzi gli strizzava l’occhio accusando i rivoluzionari di giustificare con la loro mozione «la più immediata e spietata delle reazioni». Come si vede, i due compari, non sono poi così diversi, uguali essendo, in tutte le occasioni rivoluzionarie, gli opportunisti vigliacchi di tutte le sfumature.

Gli opportunisti sono così, scaricano sempre su qualcuno la loro impotenza. Sono incapaci di assumersi la responsabilità di quel che (non) fanno. I socialisti tedeschi, qualche anno prima, non avevano votato i crediti di guerra con la scusa che anche negli altri paesi i socialisti facevano lo stesso? E così i loro corrispettivi italiani votarono contro la rivoluzione per non scatenare la controrivoluzione. Come se fosse possibile fare l’una senza sollevare anche l’altra. Fare la rivoluzione senza scatenare la reazione, significa pretendere di farla al di fuori della lotta di classe. E in effetti questo è il motto di chi in fondo si è schierato sul più bello dall’altra parte. Va però girato al contrario per comprenderne il pieno significato: non scateniamo la reazione altrimenti corriamo il rischio di dover fare la rivoluzione!

La realtà, ovviamente, s’incaricò di smentire questi due damerini del proletariato. La reazione ci fu lo stesso, più spietata del previsto. I socialisti furono estromessi dal Parlamento, i sindacati veri sciolti e il fascismo fu appunto il regalo che D’Aragona e Buozzi, dopo aver fatto fallire la rivoluzione, fecero agli operai.

Il povero Buozzi fu poi fucilato dai nazisti, poco prima della firma del Patto di Roma, con cui nel 1945 assieme a Di Vittorio e Grandi, alla caduta del fascismo, e cioè di Sua Maestà il Capitale, i tre burocrati riconsegnavano sottobanco, e per la seconda volta, il proletariato nelle mani dei padroni. Era dovere di ogni comunista difendere Buozzi dalle camicie brune, ma solo per avere il piacere di fucilarlo noi, sulla pubblica piazza, come nemico del popolo.

L’erede di D’Aragona, Di Vittorio, aveva già avuto modo di non distinguersi dagli altri, quando da buon socialista nazionale, e cioè sciovinista provinciale, s’era scoperto interventista nella Prima Guerra Mondiale, andando al fronte a servire le mire imperialistiche dei padroni italiani. Tornato in Patria, come ricompensa, i padroni lo fecero deputato nel 1921 dopo una breve parentesi carceraria che giunse come la manna dal cielo per gli operai, impegnati com’erano, poco prima, nel biennio rosso. Deputato a sbarre, Di Vittorio non poté fare gli stessi danni di Buozzi e D’Aragona. Per questo si rifece nel 1936, quando sulle orme del suo predecessore, firmò assieme a Togliatti e ad altri 61 stalinisti come lui, il famoso Appello ai fratelli in camicia nera. Fascisti e antifascisti dovevano unirsi contro il comune nemico del Capitale plutocratico (sic!). Fu con questo appello che chi ancora non aveva capito, non aveva più scuse, allora come ancor di più oggi, per capire che l’antifascismo antirivoluzionario e coglione di certa gente non era altro che un gioco di potere come quelli praticati dai borghesi.

Dopo una parentesi in Spagna, inviato per una breve battuta di caccia alla rivoluzione, col Tradimento di Salerno, insediato come un burattino dal burattinaio Togliatti, burattino di Stalin, alla guida della Cgil, Di Vittorio ebbe finalmente la grande occasione per dimostrare tutte le sue grandi qualità di burocrate stalinista.

La sua prima vera mossa fu il Patto di Roma, e cosa fu il Patto di Roma lo spiega l’unico partito onesto, ancorché inconcludente, della coalizione antifascista: il Partito d’Azione. Il Patto di Roma non fu per l’unità sindacale, ma per l’esatto contrario, visto che questa «deve attuarsi come espressione delle categorie lavoratrici e non come organo di un gruppo più o meno importante di partiti politici»3. Sordi ai richiami del Partito d’Azione, i firmatari del Patto di Roma rifondavano la Cgil sul «principio della più ampia democrazia interna». Tutte le cariche dovevano «essere elette dal basso». Proprio per questo, la democratica Cgil di Di Vittorio, Grandi e Canevari (in sostituzione del defunto Buozzi), dall’alto della loro autorità burocratica, tagliava la democrazia a fette di 5 rappresentanti per ognuna della correnti maggioritarie. Le minoranze, come quelle del Partito d’Azione, erano democraticamente escluse. Ed esclusi più di ogni altra cosa erano gli operai a cui il Patto di Roma veniva – sempre democraticamente! – imposto alle spalle.

Qualche stalinista giustificherà questa porcheria con la solita scusa delle difficoltà del momento, come primo atto di un qualcosa da aggiustare successivamente. L’idealismo spinge sempre a vedere quello che non c’è. La maestria con cui venne sabotata la rivoluzione, dimostra infatti che nulla fu lasciato al caso e all’improvvisazione. Perché, in realtà, solo stabilendo d’ufficio 10 cariche controrivoluzionarie unite a 5 presunte rivoluzionarie era possibile l’unità sindacale contro la rivoluzione. Ma non bastava, bisognava ancora affidare all’ala socialista gli operai dell’industria, all’ala democristiana l’agricoltura e all’ala comunista, capeggiata dal codista Di Vittorio, i miserabili braccianti. È così che la borghesia, con la complicità di Togliatti e Di Vittorio, riuscì a mettere i comunisti come ultima ruota del carro anche tra i ranghi del proletariato. In questo modo, sbilanciata a favore della reazione, la Cgil, cinghia di trasmissione dei tre partiti, fu subito dichiarata e pretesa autonoma dai partiti. In una parola, fu subito dichiarata borghese. In effetti, l’unità sindacale dall’alto e a forza, non è che l’unità dei burocrati coi padroni e contro gli operai.

È su questa base che poté dispiegarsi al meglio l’opera di Di Vittorio.

Per la ricostruzione capitalistica, ribattezzata pomposamente ricostruzione nazionale, Di Vittorio fu in prima linea a Torino, con Togliatti e Roveda, per sconfessare l’operaismo e far ritornare in fabbrica 1200 esperti, alias capi e capetti, buttati fuori a calci dagli operai che non ne potevano più di simili sanguisughe. È grazie a questa pressione dei massimi dirigenti rossi che gli operai della Fiat si ritroveranno tra le balle il fascista Valletta con tutto il suo corteo di criminali del vecchio regime. E mentre i fascisti ritornavano a piede libero o in fabbrica a vessare gli operai, le carceri si riempivano di partigiani. In mezzo a tutto questo casino, gli operai portavano a casa anche la scala mobile. La portavano a casa non grazie a Di Vittorio, ma nonostante Di Vittorio. Era la spinta inarrestabile della rivoluzione che costringeva i padroni a concedere giocoforza qualche briciola. Lo ammetteva lo stesso Di Vittorio, quando commentava che la scala mobile «compensa solo in parte i lavoratori di fronte al crescente costo della vita»4. Cinquant’anni dopo, ci avrebbero pensato i degni eredi di Di Vittorio, Trentin e compagni, a togliere agli operai quel che Peppino non era riuscito a lasciare ai padroni...

Il 18 Gennaio 1946, Di Vittorio presentò come un grande successo la sua firma che sbloccò i licenziamenti padronali. Condì il discorso con grandi promesse di futuri lavori tramite riconversione produttiva e sottospecie di novelli atelier nationaux che nessuno avrebbe mai visto, nemmeno gli operai. Luis Blanc, quando li propose nel 1848 francese, era in fondo in buona fede e comprensibilmente digiuno di marxismo. Quasi cent’anni dopo, Di Vittorio non aveva altra malafede da ostentare oltre a una scorpacciata di stalinismo, ingurgitata sapientemente dal 1921 (o poco dopo), anno della sua conversione al Partito Comunista. E mentre i padroni licenziavano in massa i rossi e gli operai più combattivi, Di Vittorio raccoglieva dal Governo lo sputo delle prime e ultime tasse progressive con cui pretendeva di confiscare i profitti del regime lasciandolo al potere, riverniciato da Democrazia Cristiana. Dei 24˙823 miliardi di lire accertati, il PCI riuscì a portarne a casa per gli operai ben 19, poco più dello 0,07%, una vera fortuna, anche se per i padroni!

Esaurito il loro compito di guardiani dei profitti, i padroni ricompensarono gli stalinisti che non servivano più a nulla, buttandoli fuori dal Governo nel 1947. Ci pensò la Provvidenza, dal volto fanatico di Antonio Pallante, a dare una nuova chance agli stalinisti, attentando alla vita di Palmiro Togliatti. Era il 14 Luglio del 1948. Prese d’assalto strade e fabbriche, ci fu il più imponente sciopero spontaneo che la classe operaia abbia mai messo in scena in questo Paese. Ci vollero 36 ore per cominciare a frenare la piega insurrezionale che aveva preso. Lo sforzo di Di Vittorio e compagni fu teso solo a sfiancare gli operai facendoli marciare per chilometri e chilometri e facendoli girare come le oche per le vie delle città. Nella seduta cretin-parlamentare del 16 Luglio, Di Vittorio cercò di spiegare ai suoi colleghi che la Cgil si era solo inserita nello sciopero per cercare di “tenerlo in pugno”. E mentre implorava almeno la destituzione del Ministro degli Interni Scelba, gli sgherri del Ministro, per le strade, accoppavano 20 dei nostri che chiedevano solo ai D’Onofrio di turno «A D’Ono’ dacce er via». Il via naturalmente non arrivò mai e Scelba, rimasto al suo posto, poté continuare indisturbato l’opera mandando al creatore 75 persone, arrestandone 150˙000 e condannandone la metà a oltre 20˙000 anni di carcere. Per tale repressione, ovviamente, non chiese il via a D’Onofrio né a Di Vittorio, sicuro com’era che tanto glielo avrebbero dato. Perché chi non dà il via libera agli operai, lo dà di fatto ai padroni.

Rientrato lo sciopero per l’attentato a Togliatti, la sorte provò ancora a baciare gli stalinisti, liberandoli della palla al piede dei cattolici, che sfrutteranno lo sciopero politico per l’attentato ad Ercoli per rompere l’unità sindacale e fondare di lì a poco la futura Cisl. Come d’incanto, la lotta di classe riprese di slancio. Senza più i cattolici, fu facile agli stalinisti prendere il controllo della Cgil. A mettere il bastone tra le ruote agli operai fu il loro capo sindacale, il compagno Di Vittorio, altamente preoccupato dall’immane pericolo che la Confederazione potesse «anche solo apparire come una Confederazione comunista»5. Di Vittorio confermava che all’idea che qualcosa diventi particolarmente rosso, gli stalinisti sbiancano regolarmente. Ma, in effetti, grande pericolo non c’era, perché liberatasi dai cattolici, la Confederazione non sarebbe mai sfuggita agli stalinisti, e come la Storia ha ampiamente dimostrato è molto più probabile che uno stalinista diventi un servo totale dei padroni, anziché un soldato davvero al servizio dei lavoratori. Eppure, nonostante il loro irrecuperabile capo, gli operai nel 1949 portarono a casa un aumento generale dei salari, e del 5% dalla 44ª alla 48ª ora di lavoro. Poco rispetto a quello di cui avevano bisogno, tanto rispetto a quello che i Di Vittorio avevano lasciato ai padroni negli anni precedenti.

Fu il canto del gallo della classe operaia che, spossata dagli inconcludenti anni ’40, finì per rifluire negli anni ’50. Anni d’oro per i parolai. Mentre infuriava la repressione alla Fiat, Di Vittorio, il burocrate, fu subito in prima linea nell’appoggio a piani del lavoro tanto ponderosi quanto vacui, esattamente come i loro promotori: Vittorio Foa e Bruno Trentin. Nessun’ora di sciopero per provare almeno ad attuare le proprie fantasie. Il piano del lavoro in effetti, esattamente come gli stalinisti, non si rivolgeva agli operai, ma al Governo e ai borghesi che ovviamente lo cestinarono senza dargli nemmeno un’occhiata. Sconsolato, Di Vittorio, non riuscì a capacitarsi del «perché la nostra (sic!) società nazionale non riesce ad utilizzare l’immensa forza-lavoro disponibile, rappresentata dai milioni di disoccupati e di sottoccupati, per attaccare d’ogni lato l’arretratezza economica dell’Italia?». Bella domanda per un sedicente marxista. Un vecchio con la barba, nel 1870 o giù di lì, aveva già dato la risposta: perché il capitale crea incessantemente un esercito industriale di riserva che preme sui salari e fa da perenne arma di ricatto contro il proletariato in lotta contro lo sfruttamento. Non si può quindi eliminare la disoccupazione lasciando al contempo la (loro) società dello sfruttamento. Alla stessa maniera, non si può demandare al Governo una riforma agraria vasta e profonda che elimini i residui di latifondo, perché tale compito può assolverlo solo la rivoluzione socialista. Infatti, cinque anni dopo, Di Vittorio registrò che le misure prese dal Governo, contro disoccupazione e latifondo, non avevano «nessuna parentela con lo spirito e con la portata pratica del piano del lavoro». Il dirigente sindacale, mentre constatava queste cose, non si domandò, però, perché il programma dei comunisti avrebbe dovuto essere attuato dai democristiani. Domanda troppo impegnativa per uno stalinista.

In questo modo allegro, proseguì la carriera di Di Vittorio, fino al 1957, quando la morte sottrasse un equivoco alla classe operaia. Il sindacalista aveva appena fatto in tempo, un anno prima, a sfornare il suo capolavoro di tartuferia e di ambiguità, ancora oggi strombazzato a destra e a manca come atto di chissà quale onestà intellettuale. Appoggiato fin dall’ascesa Stalin come un cagnolino, nel 1956 Di Vittorio si schierò apparentemente con la rivolta di Budapest. Un comunicato della Cgil del 27 Ottobre esprimeva «la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica. Sono questi metodi che determinano il distacco tra i dirigenti e le masse popolari». Di qui il sentimentalismo strappalacrime per il grande Peppino. Peccato che il 4 Novembre Di Vittorio scaricò il comunicato all’ala socialista della Cgil, giustificandolo come un sacrificio dei comunisti in nome dell’unità della Confederazione. Averlo approvato «non significa affatto che in noi si siano attenuati il profondo attaccamento che sentiamo per l’URSS». L’attaccamento all’URSS era ovviamente l’attaccamento alla burocrazia del Cremlino, infatti tre giorni dopo, a ricevere in pompa magna i dirigenti sovietici, c’erano tra gli altri Pertini, Foa, Amendola, Longo e naturalmente Di Vittorio. Nella tragedia ungherese, la sua commedia era finita. Il partito gli regalò l’epilogo di una sorta di processo a porte chiuse, in cui Di Vittorio fu visto addirittura piangere le sue lacrime di coccodrillo.

Non vorrei però che qualcuno leggesse queste ultime righe come un elogio dei socialisti. Se gli stalinisti come Di Vittorio si comportarono da stalinisti, i socialisti furono anche peggio, come al solito. La predica contro i metodi antidemocratici, veniva infatti da chi si era spartito alle spalle dei lavoratori il sindacato, ma soprattutto era la solita condanna a parole dei socialisti. Condannare davvero la repressione ungherese, voleva dire scendere in piazza per buttare giù le nostre statue con le stesse rivendicazioni socialiste dei consigli operai di Budapest. Divisi negli insignificanti comunicati di carta, socialisti e stalinisti si trovarono uniti nel non proclamare un’ora di sciopero in appoggio alla rivolta ungherese. Di fatto, dunque, appoggiarono la repressione. Proprio per questo, il più ipocrita di tutti, Nenni, premio baffone anche lui, non si presentò al ricevimento coi sovietici: stava studiando il sistema di scaricarli ora che cominciavano a non essere più di moda.

L’unica cosa concreta che fece Di Vittorio, invece, fu porre le basi perché fosse tranciata la cinghia di trasmissione che legava la Cgil al PCI. Come tutte le teste di legno burocratiche era incapace di vedere il male dove stava – in lui e in quelli come lui – perciò lo attribuì a tutto tranne che a sé stesso e al peso dell’apparato. La cinghia di trasmissione in realtà andava benissimo come concetto, essendo del grande Lenin, quello che era da buttare e sostituire erano le due rotelle, sindacato burocratico e partito stalinista, che giravano al contrario, a favore della concertazione coi padroni anziché a favore dei lavoratori.

Compiuto quest’ultimo sacrilegio della nostra dottrina, Di Vittorio, ignorante assoluto di marxismo, ci lasciò. Il lascito, come si vede, non è granché. Per fortuna ci pensa la sua Fondazione ad abbellirlo, con convegni in cui dimostra che il metodo stalinista è ancora ben oliato, e può, per la bisogna, trasformare il biennio del ’19-20, da biennio rosso a semplice «esplosione di conflittualità che non riescono ad essere gestite pienamente da nessuna delle istanze politiche e istituzionali preesistenti». È incredibile cosa, certa gente, non riesce a fare per nascondere, nei momenti rivoluzionari, l’opera nefasta dei suoi amati controrivoluzionari. Una Fondazione comunque non basta, è per questo che la borghesia ha sentito il bisogno di rendere omaggio a Peppino Di Vittorio con un film. Ci voleva un grande attore come Pierfrancesco Favino per trasformare la maschera d’uno stalinista nella faccia d’un sindacalista. Eppure, nonostante questi trucchi e altri effetti speciali, come non vedere nei suoi discorsi ambigui e perennemente retorici l’analogia coi discorsi vacui dei dirigenti di oggi? Come non vedere la continuità che c’è tra Di Vittorio che vanta come un successo lo sblocco dei licenziamenti alla Fiat nel 1946, i burocrati che presentano come vittoria la sconfitta epocale dei 35 giorni alla Fiat nel 1980, e gli ultimi loro eredi che vanno nelle fabbriche ai giorni nostri a dire che è nel nostro interesse fare 6 anni in più di lavoro? E in effetti a ben guardare, quando oggi si dice che si vuol tornare indietro senza più contratti nazionali né scioperi tra un contrattazione di chissà che tipo e l’altra, non ci accorge di affermare che si vuol tornare ai tempi di Di Vittorio! Il diritto di sciopero al momento di trattare, infatti, gli operai lo conquistarono nel ’68, sconfiggendo padroni e burocrazie sindacali che fecero, com’era storicamente scontato, da freno.

Gli operai, a differenza di quel che scrive l’Ancona, non hanno bisogno di un «sindacato autonomo dai partiti e dai governi». In mezzo secolo di attività sindacale, non ha ancora capito, Pietro Ancona, che i primi a urlare contro la dipendenza dei sindacati dai partiti e dalla politica, sono i padroni? E come possono i lavoratori volere un sindacato fatto su misura e coincidente con la mentalità padronale? In realtà, gli operai hanno il sacrosanto bisogno di un sindacato autonomo dai partiti e dai governi padronali. La differenza non è mica da poco. Infatti, l’unico modo che ha un sindacato per essere autonomo dai padroni, è essere la cinghia di trasmissione di un partito operaio, e il partito operaio per antonomasia è il partito della rivoluzione.

Gli operai hanno anche bisogno d’una frusta con cui levare la pelle a tutti i piccoli borghesi che s’infeudano nel sindacato, esaltandone la presunta autonomia da partiti e governi, per poi regolarmente piagnucolare per la mancanza del referente parlamentare con cui mandare avanti i loro traffici burocratici, inconcludenti e meschini.

La frusta, però, serve più di tutto ai lavoratori per richiamare all’ordine tutti i “gettatori” di spugna che solo per le nefandezze dei capi si sentono in diritto di abbandonare la nave della Cgil. Sei milioni di iscritti ha la Cgil. Lasciarla significa quadruplicare le cinghie di trasmissione che incatenano metà dei lavoratori alla burocrazia d’apparato e ai partiti padronali.

Suona molto intelligente poi uscire dalla Cgil per ritrovarsi a dover combattere nei sindacati di base la stessa burocrazia che ti butta fuori per niente come fa la Cgil6.

Non serve uscire dalla Cgil, bisogna restarci dentro a tutti i costi per buttare fuori tutti i burocrati che svendono i lavoratori. Questo, come direbbe Lenin, non si può ottenere senza un lavoro lungo e tenace. E nemmeno si può ottenere se lo scopo è un sindacato «non riformista e non massimalista». Un sindacato senza attributi, né carne né pesce, è perfetto per i centristi indecisi come Pietro Ancona. Loro, eterni nostalgici, vanno avanti e indietro col tempo alla ricerca dell’epoca d’oro in cui possono continuare a sognare. Il loro empirismo, li spinge dentro e fuori dalla Cgil a seconda del grado di disperazione raggiunto. In tutti i casi restano sempre a distanza siderale dal marxismo-leninismo. Immergere nel marxismo fino al collo i Pietro Ancona, è il compito più urgente dei compagni più coscienti. E non c’è molto tempo, bisogna far presto, anche a costo di iniettarglielo per endovenosa. In caso contrario, nei migliori militanti del nostro sindacato, continuerà a circolare il sangue avvelenato dalle mille piastrine del liberalismo. Invece di riprendere il cammino, non ci muoveremo d’un passo.








2

uscire dalla CGIL, rifare la CGIL

Uscire dalla CGIL per rifare la CGIL!

Il direttivo della CGIL ha approvato con 117 si, 21 no ed un solo astenuto il testo degli accordi del 28 giugno con Confindustria Cisl ed Uil e presentati al pubblico italiano da uno foto dei quattro segretari Marcegaglia, Bonanni, Camusso e Angelletti, una foto che li mostra raggianti con le mani unite e gli occhi sprizzanti soddisfazione. Il Direttivo ha attivato la procedura di consultazione dei lavoratori iscritti interessati direttamente agli accordi che coinvolgono la Confindustria sottoponendo al referendum soltanto il documento di maggioranza. Non sappiamo come avverranno materialmente le consultazioni ma l'esclusione del documento di minoranza comporta la esclusione di suoi rappresentanti dai seggi della consultazione. Qualcosa del genere era avvenuto per gli accordi del luglio 2007 con il governo Prodi seppure riguardando la generalità dei lavoratori italiani e non soltanto gli iscritti. Nessuna validazione dei risultati elettorali sarà attendibile-
L'accordo che è passato con una maggioranza "bulgara" al Direttivo della CGIL è stato firmato da una Marcegaglia raggiante per avere ottenuto la firma della CGIL su un documento che aggredisce la democrazia nelle fabbriche e sostituisce il voto del sindacato a quello dei lavoratori. A differenza di Sacconi che voleva ammazzarla la Marcegaglia ha preferito catturare la CGIL, farne una preda!L'accordo prevede la generalizzazione di deroghe dai contratti nazionali di lavoro e sappiamo bene che cosa significa questo nella struttura della industria italiana fatta di piccole e piccolissime aziende.
Il referendum sarà soltanto per i lavoratori iscritti alla CGIL ed interessati all'area che interessa la Confindustria. Anche questa è una novita in linea con il neocorporativismo della CGIL. Gli accordi interconfederali hanno effetti su tutte le classi lavoratrici e spesso sulle leggi che riguardano il pubblico impiego. Non è giusto escludere milioni di lavoratori dal diritto di sentirsi coinvolti ed interessati.
Colpisce molto come una scelta che costituisce una svolta fondamentale nei rapporti con Cisl UIL e con la stessa Confindustria venga approvata da una maggioranza così grande, la stessa maggioranza vincitrice del Congresso Confederale e fisicamente costituita da funzionari a tempo pieno che hanno con la CGIL un duplice rapporto: ne sono dirigenti con incarichi di rappresentanza di categorie di lavoratori e nello stesso tempo ne sono dipendenti con tutto quello che comporta un rapporto di impiego. La figura del Segretario Generale della CGIL in questo senso è quella del Capo dell'Ufficio dal quale si dipende. E' una situazione che crea una forte oggettiva attrattività per tutte le proposte che vengono dalla segretaria, dai vertici del sindacato e che pongono grossi problemi esistenziali a coloro i quali decidono di non approvare, di opporsi, financo soltanto di astenersi.
Senza offendere l'onore dei funzionari della CGIL ai quali io sono appartenuto per decenni sottolineo l'enorme difficoltà psicologica, morale e politica per chi volesse fare o fa opposizione. Dobbiamo per questo essere molto grati ai Landini, Cremaschi, ed ai ventuno compagni che hanno deciso di votare contro. Idem per il compagno che si è astenuto. Non credo che la CGIL possa mostrare questa minoranza come prova della sua democraticità. Si tratta dell'eroismo di compagni che rischiano tutto e che vivono in stato di tensione continua e qualche volta financo di mobbing.
Il Comitato Direttivo ingessato dalle percentuali congressuali continua ad essere prigioniero della logica delle "cordate"ed esercita una forte pressione sulla minoranza. La pressione che si esercita sulla minoranza è crescente ed è fortissima dal momento che l'intero establiscement politico, il PD, parte della sinistra italiana condividono il collaborazionismo alle condizioni delle Co nfindustria o addirittura di Marchionne. I compagni che votano contro sono isolati e hanno addosso il peso "istituzionale" delle Camere del Lavoro e della Federazione del Partito (PD)La tendenza è ridurli al silenzio.
Non credo che sarà possibile fare tornare indietro la CGIL dalle posizioni che ha assunto.con una forte opposizione democratica interna. Lo stesso vale per i contratti e gli accordi. L'esperienza dimostra che tutto quello che per via legislativa o per via contrattuale si è fatto in questi ultimi venti anni contro i lavoratori, dal pa cchetto Treu alla legge trenta al collegato lavoro, o agli accordi interconfederali o triangolari, resta per sempre. Non si torna indietro! Nessuno del padronato italiano rimetterà in discussione i vantaggi che ha acquisito.
Credo quindi che farebbe bene la sinistra italiana a prendere le distanze da questa CGIL. I comunisti dovrebbe uscire da una Confederazione che non è più dei lavoratori ma ha un suo ruolo paragovernativo e parac onfindustriale sottolineato da migliaia e migliaia di enti bilaterali e dagli accordi interconfederali oltre che da queste agghiaccianti scelte politiche. Non credo che la FdS possa condividere le scelte della Camusso sollecitate da Bersani e dal gruppo dirigente del PD. Sarà dura ma sarà necessario andarsene: è l'espiazione della sinistra che purtroppo è costretta alle scissioni dal tralignamento dei suoi gruppi dirigenti ma non ci sono alternative. L'alternativa è subire e far finta di condividere gli accordi con il padronato. Anche il rapporto con il governo è insoddisfacente. La manovra più pesante di quella greca se la sommiamo alle due precedenti va avanti senza una sola ora di sciopero!
I partiti comunisti italiani,la Federazione della Sinistra hanno il dovere di dire ai lavoratori che questa CGIL si è messa fuori dalla storia del movimento operaio e socialista italiano e segue altre strade di neocorporativismo liberistico.
Pietro Ancona

sabato 2 luglio 2011

Una nota politica che condivido ! (il fatto quotidiano)

BLOG di Pierfranco Pellizzetti
Blog | di Pierfranco Pellizzetti
2 luglio 2011

Condividi60 Commenta (37) Più informazioni su: accordo, Cgil, Confindustria, palazzo, sindacati, Susanna CamussoIl Palazzo fa male
alla Camusso
Ci è già stato spiegato in tutte le salse che l’accordo Confindustria-Sindacati, salutato con entusiasmo da Tito Boeri su la Repubblica e dai tanti aspiranti sterilizzatori del conflitt

o sociale democratico, non è altro che la trasposizione in sede di relazioni industriali della logica “suina” per cui agli elettori è stato sottratto il diritto di votare i propri candidati. Con il beneplacito sostanziale di tutti gli “utilizzatori finali”: la corporazione partitica complessivamente intesa.

Resta solo da chiarire l’apparente mistero dell’allineamento da parte di Cgil alla normalizzazione che azzera i diritti (visto che i vari Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni non hanno fatto altro che assecondare la loro naturale vocazione al ruolo di caporalato del consenso; mentre, più passa il tempo, Emma Marcegaglia assomiglia a quelle donne padane di zigomo forte che, nel secondo dopoguerra, presidiavano a muso duro e doppietta in mano la fabbrichetta di famiglia insidiata dalle maestranze con le loro assurde pretese di una paga che non fosse da fame).

Quella Cgil che ha ormai assunto il volto di Susanna Camusso, che sembra la sorella paffuta dell’altrettanto grassoccio ministro Maurizio Sacconi (e probabilmente lo è in spirito).

Sicché – oltre alla fisiognomica – che cosa accomuna la Camusso e il Sacconi?

Presto detto: l’aver arato per una vita i corridoi dei passi perduti nei Palazzi delle rispettive organizzazioni d’appartenenza, fino a subirne una vera e propria mutazione genetica. Del resto – come insegnava Indiana Jones – “non sono gli anni, sono i chilometri che contano”. Particolarmente se fatti nelle sedi romane del Potere.

C’è chi ha cominciato la propria lunga marcia in via del Corso, sotto la tenda circense di Bettino Craxi, per poi continuare nel caravanserraglio dei miracolati senz’arte né parte che si affolla attorno a palazzo Grazioli. C’è chi invece, come la nostra (Sus)Anna Kuliscioff alla rovescia, ha sempre bazzicato il lugubre palazzo di corso Italia, sede della Confederazione Generale del Lavoro; troppo vicino a via Veneto, luogo iconico delle delizie dolcevitare della Capitale.

Comunque, ambienti in cui è assai facile intossicarsi con le delizie dei privilegi: la macchina blu con autista, gli alberghi a più stelle e i locali esclusivi, le scorte, gli ossequi e via seguitando. Tutti vantaggi che fanno sentire importanti e che producono pericolosa dipendenza. Soprattutto, creano una solidarietà bipartisan tra privilegiati che automaticamente si trasforma in spirito di corporazione, un comune sentire da oligarchi. E – al tempo stesso – induce un immediato fastidio militarizzato nei confronti si chi si azzarda a disturbare il manovratore. Pretesa che deve essere bloccata sul nascere e che, in tempi arroganti come gli attuali, arriva a produrre norme difensive a tutela dell’inviolabilità del comando verticistico.

Disposizioni che saranno narrate come esercizio di responsabilità, come risposta eccezionale a situazioni eccezionali, ma che – in effetti – sono semplicemente dettate dal considerare intollerabili i diritti generali e il controllo democratico.

In tale opera, particolarmente determinate e proterve sono proprio le mezze calzette, che solo la lunga militanza obbediente al Potere per il Potere ha spinto sempre più in alto; allontanandole dalla nuda mediocrità da cui provengono e in cui non intendono ripiombare, costi quello che costi.

In questi giorni l’editore Chiarelettere ripubblica, con la prefazione di Paolo Flores d’Arcais, il saggio cinquecentesco di un amico di Montaigne: il grande quanto dimenticato intellettuale protoilluminista Étienne de La Boétie. Si tratta del Discorso sulla servitù volontaria. Probabilmente il primo esempio di quella critica dei rapporti di dominio su cui si fonda il pensiero liberale correttamente inteso.

Nell’antico testo troviamo un’intuizione che aiuta a capire il motivo per cui il segretario generale di un’organizzazione che si proclama a difesa dei diritti del lavoro può sottoscrivere scelte che li calpestano: il proprio personale potere si difende grazie alla volontà (e alla voluttà) di servire il Potere nella sua forma più astratta e pura.

Forse il motivo per cui – invece – Maurizio Landini e quelli della Fiom non si assoggettano all’andazzo sta anche nel fatto che loro bazzicano molto di più le fabbriche e i colletti blu, tenendosi a distanza di guardia da quei Palazzi che una come la Camusso considera la propria massima aspirazione frequentare. Condividendo con gli altri frequentatori l’esigenza di sottrarli agli sguardi non autorizzati della gente comune. Appunto, per meglio anestetizzarne la pretesa irresponsabile di esprimere la propria opinione.

mercoledì 29 giugno 2011

note su un accordo

Note su un accordo

Preceduto da incontri di una diplomazia segreta che ha preso slancio da quanto si è capito che il centro-destra non sarà riconfermato alle elezioni del 2013 ci è stato spiattellato oggi l'ultimo dei tanti accordi interconfederali dettato dalla Confindustria e materialmente scritto dal suo ufficio studi. L'accordo va letto assieme ai suoi precedenti, al dibattito che si è sviluppato su Pomigliano e su Torino ed è frutto ideologico e politico della voglia del centro-sinistra di mostrarsi più scaltro e più dotato di mezzi nella gestione delle politiche imposte dalla Unione Europea. L'accordo farà trovare il grosso del lavoro sporco già fatto alla compagine che si installerà a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi e Tremonti.
Questo accordo come alcuni di quelli che lo hanno preceduto compie una operazione giuridica e politica di enorme portata: sposta la soggettività contrattuale dai lavoratori ai "sindacati" e non a tutti soltanto a quelli ammessi nel cerchio magico della legittimità anticomunista. Gli accordi non vanno approvati dai lavoratori ma dal sindacato per almeno il 50 per cento dei rappresentati della RSU, una percentuale che non ha alcuna importanza dal momento che i tre stammo assumendo tante di quelle affinità elettive da poter presto fondersi in un unico supersindacato a cui vengono assegnati quasi d'ufficio dodici milioni di iscritti. E' un processo giuridico e giuslavoristico guidato da menti raffinatissime che porta genericamente il titolo di sussidiarietà e che prevede la privatizzazione della giustizia del lavoro ed il graduale quasi impercettibile spostamento del sindacato da rappresentante dei lavoratori o del lavoratore (se è il caso) a soggetto c he agisce con una propria autonomia ed un proprio potere di somministrazione di diritti rispetto il quale il lavoratore viene del tutto passivizzato in una figura che da sola non conta più assolutamente niente. E' quello che è accaduto nel sindacalismo americano di stampo neoliberistico.
Tutto il gruppo dirigente del PD è impegnato con Confindustria e con i superpoteri europei
a realizzare il disegno che ha trovato oggi un suo momento importante nell'accordo stipulato.
In sostanza si realizza un momento di una manovra che in Grecia sta costando quasi una rivoluzione per mettere insieme quello che in modo silenzioso e con una perfetta triangolazione con il governo in Italia si sta realizzando senza che le classi dirigenti ne paghino dazio: quaranta miliardi di tagli pagati per il 95 per cento dai redditi di lavoro e di pensione e strumenti al padronato per una gestione totalitaria delle aziende.
Tutto quello che si fa a livello istituzionale e delle grandi organizzazioni sociali contraddice le spinte profonde che sono venute dal referendum contro il nucleare e la privatizzazione. Il PD sembra sospinto a destra piuttosto che a sinistra dal sentimento popolare che si innalza dal paese. E' diventato sordo, sordissimo alle migliaia di proteste dei precari, della scuola, degli operai e tira avanti per la sua strada che è la stessa dei governi di centro-destra e socialisti europei.
L'obiezione all'accordo è venuto da Cremaschi e da Landini. Obiezione data per scontata e tuttavia terribile nel suo isolamento politico e sociale. Pur rispondendo ad interessi fondamentali ed irrinunziabili dei lavoratori italiani, le gravissime denunzie scivolano senza lasciare profonde tracce nel corpo enorme dei gruppi dirigenti delle tante categorie che fanno capo alla CGIL. La logica che prevale in questo corpo è quella di un centralismo autoritario dal quale bisogna avere fegato per dissentire specialmente per chi ha scelto di fare un funzionario sindacale a tempo pieno.
Come ha giustamente detto oggi Susanna Camusso l'accordo di oggi chiude un periodo e ne apre nuovo. La CGIL non è più in bilico tra moderatismo ed autonomia di classe. Ha scelto per sempre il moderatismo e di stare con Bonanni e con Angelletti. Bonanni è il vero leader della nuova fase unitaria. Napolitano nè è l'alto patrocinatore. Che importa se i lavoratori ne ricaveranno soltanto amarezze delusioni disagi e povertà? Se si leggono gli atti fondamentali del fascismo dal 1926 al 1938 si scopre una somiglianza impressionante con gli accordi dei tre con la Confindustria e con il Governo di oggi. Ma il processo di deidentificazione della classe lavoratrice non era sollecitato ed attuato con forme così penetranti come quelle di oggi.
Pietro Ancona
già sindacalista della CGIL e membro del CNEL
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it di Giuseppina Ficarra

giovedì 23 giugno 2011

la verità sulla Siria di Assad



Il piano di destabilizzazione della Siria

di Thierry Meyssan
Le operazioni condotte contro la Libia e la Siria mobilitano gli stessi attori e le stesse strategie. Ma i loro risultati sono molto diversi perché questi stati non sono comparabili. Thierry Meyssan analizza il parziale fallimento delle forze coloniali e contro-rivoluzionarie e pronostica un nuovo passaggio del pendolo nel mondo arabo.

Rete Voltaire | Beirut (Libano) | 17 giugno 2011
français Deutsch English Español


Il ministro degli Affari Esteri francese Alain Juppé e la sua omologa statunitense Hillary Clinton, il 6 giugno a Washington. © Dipartimento di Stato. Il tentativo di rovesciare il governo siriano, per molti aspetti è simile a quanto è stato fatto in Libia, sebbene i risultati siano assai diversi a causa delle particolarità sociali e politiche. Il progetto di spezzare questi due Stati è stato impostato il 6 Maggio 2002 da John Bolton, quando era sottosegretario di stato nell’amministrazione Bush, la sua attuazione da parte dell’amministrazione Obama, nove anni dopo, nel il contesto del risveglio arabo, non avviene senza problemi.

Come in Libia, il piano originale era quello di suscitare un colpo di stato militare, ma ben presto si è rivelato impossibile per la mancanza degli ufficiali necessari. Secondo alcune fonti, un progetto simile è stato anche considerato per il Libano. In Libia, il complotto fu scoperto e il colonnello Gheddafi ha fatto arrestare il colonnello Abdallah Gehani. In tutti i casi, il progetto originario è stato rivisto nel contesto dell’inaspettata "primavera araba".

L’azione militare
L’idea principale era quindi causare problemi in una zona ben definita, e di proclamare un emirato islamico che servisse da base per lo smantellamento del paese. La scelta del distretto Daraa si spiega col fatto che si torva sul confine con la Giordania e le alture del Golan occupate da Israele. Sarebbe stato così possibile rifornire i secessionisti.

Un incidente è stato creato artificialmente, chiedendo agli studenti di impegnarsi in delle provocazioni. Ha funzionato al di là di ogni aspettativa a causa della brutalità e della stupidità del governatore e del capo della polizia locale. Quando le manifestazioni iniziarono, dei cecchini furono posizionati sui tetti per uccidere a caso, sia tra la folla che tra la polizia, uno scenario identico a quello utilizzato a Bengasi per provocare la ribellione.

Altri scontri sono stati pianificati, di volta in volta, nei distretti di confine, per assicurarsi una base di supporto, prima al confine col Libano settentrionale, e poi al confine con la Turchia.

I combattimenti sono stati condotti da piccole unità, spesso composte da quaranta uomini, unendo individui reclutati sul posto e un inquadramento di mercenari stranieri delle reti del principe saudita Bandar bin Sultan. Bandar stesso è giunto in Giordania, dove ha supervisionato l’inizio delle operazioni in collaborazione con funzionari della CIA e del Mossad.

Ma la Siria non è la Libia e il risultato è stato ribaltato. Infatti, mentre la Libia è uno stato creato dalle potenze coloniali, combinando con la forza Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la Siria è una nazione storica che è stata ridotta alla sua forma più semplice dalle stesse potenze coloniali. La Libia è spontaneamente in preda a delle forze centrifughe, mentre al contrario la Siria attrae forze centripete, che sperano di ricostruire la Grande Siria (che comprende Giordania, Palestina occupata, Libano, Cipro, e parte dell’Iraq). La popolazione della Siria di oggi non può che opporsi al progetto di partizione.

Inoltre, si può paragonare l’autorità del colonnello Gheddafi e quello di Hafez el-Assad (padre di Bashar). Sono saliti al potere nello stesso periodo e usando la loro intelligenza e brutalità per imporsi. Invece, Assad non ha preso il potere, e non intendeva neanche ereditarlo. Ha accettato la carica alla morte di suo padre, perché suo fratello era morto, e solo la sua legittimità familiare poteva evitare una guerra di successione tra i generali di suo padre. Se l’esercito è venuto a cercarlo a Londra, dove ha esercitato la professione di oculista, è il suo popolo che l’ha insediato. E’ senza dubbio il leader politico più popolare in Medio Oriente. Fino a due mesi fa, è stato anche l’unico che viaggiava senza scorta, e non era riluttante a fare dei bagni di folla.

L’operazione militare per destabilizzare la Siria e la campagna di propaganda che l’accompagnava, sono state organizzate da una coalizione di stati coordinati dagli Stati Uniti, così come la NATO sta coordinando gli Stati membri e non membri dell’Alleanza per stigmatizzare e bombardare la Libia. Come notato sopra, i mercenari sono stati forniti dal Principe Bandar bin Sultan, che è stato improvvisamente costretto ad intraprendere un tour internazionale in Pakistan e Malesia, per incrementare il suo esercito personale dispiegato da Manama a Tripoli. Si può citare, così, come esempio l’installazione di un centro di telecomunicazioni ad hoc nei locali del Ministero delle Telecomunicazioni libanese.

Lungi dall’aizzare il popolo contro il "regime", il massacro ha provocato un risveglio nazionale attorno al presidente Bashar al-Assad. I siriani, consapevoli che si cerca di puntare alla guerra civile, hanno fatto blocco. In totale nelle manifestazioni anti-governative hanno partecipato tra 150.000 e 200.000 persone, su una popolazione di 22 milioni di persone. Al contrario, alle manifestazioni filo-governative hanno partecipato folle che il paese non aveva mai visto prima.

Le autorità hanno reagito agli eventi con calma. Il presidente ha anche avviato le riforme che voleva intraprendere da molto tempo, e che la maggioranza della popolazione tratteneva per paura che occidentalizzasse la società. Il Partito Baath ha accettato il multipartitismo senza cadere nell’arcaismo. L’esercito non ha represso i manifestanti, al contrario delle affermazioni dei media occidentali e sauditi, ma ha combattuti i gruppi armati. Purtroppo, i suoi alti ufficiali, addestrati in Unione Sovietica, non hanno dimostrato considerazione per le vittime civili del fuoco incrociato.

La guerra economica
La strategia occidentale-saudita si è poi evoluta. Washington, rendendosi conto che l’azione militare non sarebbe stata, nel breve periodo, in grado di immergere il paese nel caos, ha deciso di agire sulla società nel medio termine. L’idea è che la politica del governo al-Assad stava creando una classe media (l’unica effettiva garanzia di democrazia) e che è possibile rivolgere la classe media contro di lui. Per questo, si doveva causare un collasso economico del paese.

Tuttavia, la principale risorsa della Siria è il suo petrolio, anche se il volume di produzione non è paragonabile a quella dei suoi ricchi vicini. Per venderlo aveva bisogno di avere degli asset nelle banche occidentali che servono come garanzia per le transazioni. Basta congelare questi beni per uccidere il paese. E’ quindi necessario offuscare l’immagine della Siria per fare ammettere alle popolazioni occidentali le "sanzioni contro il regime".

In linea di principio, il congelamento dei beni richiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma questo è improbabile. La Cina è già stata costretta a rinunciare al suo diritto di veto durante l’attacco alla Libia, rischiando di perdere il proprio accesso al petrolio saudita, probabilmente non vi si è opposta. Ma la Russia poteva farlo, altrimenti perdeva la sua base navale nel Mediterraneo che vedrebbe la flotta del Mar Nero soffocare dietro i Dardanelli. Per intimidirla, il Pentagono ha schierato l’incrociatore USS Monterey nel Mar Nero, solo per dimostrare che le ambizioni navali russe sono irrealistiche.

In ogni caso, l’amministrazione Obama può risuscitare la Syrian Accountablity Act del 2003 per congelare i beni siriani senza attendere una risoluzione delle Nazioni Unite, e senza la necessità di un voto del Congresso. La storia recente ha dimostrato, soprattutto nei confronti di Cuba e Iran, che Washington può facilmente convincere i suoi alleati europei ad allinearsi alle sanzioni che decide unilateralmente.

Così oggi la vera sfida si sposta dal campo di battaglia ai media. L’opinione pubblica occidentale prende tanto facilmente lucciole per lanterne non sapendo molto della Siria, e crede nella magia delle nuove tecnologie.

La guerra mediatica
In primo luogo, la campagna di propaganda focalizza l’attenzione dell’opinione pubblica sui crimini imputati al "regime", per evitare qualsiasi domanda su questa nuova opposizione. Questi gruppi armati, infatti, non hanno nulla a che fare con gli intellettuali che per protestare hanno scritto la Dichiarazione di Damasco. Provengono dall’ambiente estremista religioso sunnita. Questi fanatici rifiutano il pluralismo religioso nel Levante e sognano uno stato che gli assomiglia. Non stanno combattendo il presidente Bashar al-Assad perché lo trovano troppo autoritario, ma perché è alawita, vale a dire, ai loro occhi eretico.

Pertanto, la propaganda anti-Bashar si basa sull’inversione della realtà. Per esempio, il caso divertente, notiamo, del blog "A Gay Girl in Damascus" creato nel febbraio 2011. Questo sito web pubblicato in inglese dalla giovane Amina, è diventato una fonte per molti media atlantisti. L’autore ha descritto le difficoltà di una giovane lesbica nel vivere sotto la dittatura di Bashar e la terribile repressione della rivoluzione in corso. Donna e gay, godeva della simpatia protettrice degli utenti occidentali che si sono mobilitati quando fu annunciato il suo arresto da parte dei servizi segreti del "regime".

Tuttavia, è risultato che Amina non esistesse. Intrappolato dal suo indirizzo IP, uno "studente" di 40 anni degli Stati Uniti, Tom McMaster, è stato il vero autore di questa mascherata. Questa propagandista, che avrebbe dovuto preparare un dottorato di ricerca in Scozia, era presente al congresso dell’opposizione filo-occidentale in Turchia, che ha chiesto l’intervento della NATO. Ed era lì, ovviamente, non in qualità di studente.

La cosa più sorprendente della storia non è l’ingenuità degli utenti, che hanno creduto alle bugie della pseudo-Amina, ma la mobilitazione dei libertari per difendere coloro che li combattono. Nella laica Siria, la vita privata è tutelata. L’omosessualità è vietata nei testi, non repressa. Può essere difficile viverla in famiglia, ma non nella società. Al contrario, coloro che i media occidentali presentano come dei rivoluzionari e che consideriamo, al contrario, come dei contro i rivoluzionari, sono violentemente omofobi. Costoro propongono persino di introdurre pene corporali, anche la pena di morte, per alcuni, per punire questo "vizio".

Questo principio di inversione è applicato su larga scala. Ricordiamo i rapporti delle Nazioni Unite sulla crisi umanitaria in Libia: decine di migliaia di lavoratori migranti in fuga dal paese, per sfuggire alle violenze. I media atlantista avevano concluso che il "regime" di Gheddafi doveva essere rovesciato e bisognava sostenere i ribelli a Bengasi. Ma non è il governo di Tripoli a essere responsabile di questa tragedia, ma i cosiddetti rivoluzionari della Cirenaica, che andavano a caccia di persone di colore. Guidato da una ideologia razzista, lo hanno accusati di essere tutti al servizio del colonnello Gheddafi e li linciavano quando ne catturavano uno.

In Siria, le immagini di gruppi armati appostati sui tetti che tirano a caso sulla folla e sulla polizia, sono trasmessi dalle televisioni nazionali. Ma queste immagini sono riprese dai canali sauditi e occidentali, per attribuire questi crimini al governo di Damasco.

In definitiva il piano per destabilizzare la Siria non funziona perfettamente. Ha convinto l’opinione pubblica occidentale che questo paese è una dittatura terribile, ma ha saldato la stragrande maggioranza della popolazione col governo. Alla fine, ciò potrebbe diventare pericoloso per i progettisti del piano, soprattutto Tel Aviv. Abbiamo appena assistito, nel gennaio-febbraio 2011, a una ondata di rivoluzioni nel mondo arabo, seguito in aprile-maggio da un’onda contro-rivoluzionaria. Il pendolo non ha completato il movimento.

Thierry Meyssan

Il tuo indirizzo email Destinataire : Testo del messaggio:

Traduzione di Alessandro Lattanzio


--------------------------------------------------------------------------------
Fonte : “Il piano di destabilizzazione della Siria”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 17 giugno 2011, www.voltairenet.org/a170493

Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

Obama, la guerra finanziaria e l’eliminazione di DSK

Dominique Strauss-Kahn, l’uomo ’prezzemolo’ del FMI
Global Governance





18 Articoli

L’articolo è su licenza Creative Commons

Potete riprodurre liberamente gli articoli del Réseau Voltaire a condizione di citare la fonte, di non modificarli e di non usarli a scopi di lucro (licenza CC BY-NC-ND).

Fonte : “Il piano di destabilizzazione della Siria”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 17 giugno 2011, www.voltairenet.org/a170493
Sostenere Rete Voltaire

Visitate il sito dove troverete analisi approfondite che vi aiuteranno a comprendere la realtà. Per continuare questo lavoro, abbiamo bisogno della vostra participazione.
Aiutateci con un contributo.
Come partecipare alla Rete Voltaire?

Gli animatori del Réseau sono tutti volontari.
Autori: diplomatici, economisti, geografi, storici, giornalisti, militari, filosofi, sociologi... potete inviarci i vostri articoli.
Traduttori professionali: potete partecipare alla traduzione degli articoli.

françaisEnglishEspañolitalianoPortuguêsعربيрусскийDeutsch


Ausbreitung des Manipulationsgebietes


von Domenico Losurdo

von Thierry Meyssan













by Peter Dale Scott, Voltaire Network, 22 June 2011
Rejecting Israeli Pressure, Apple Approves “Third Intifada” App

Voltaire Network, 22 June 2011
A todas las organizaciones de la FELAP, en solidaridad con la FAPERMEX, el Club Primera Plana y las y los periodistas de México
ANTE EL CRIMEN INTERMINABLE

Socios, 22 de junio de 2011
Dienstag der 21. Juni: Riesige Demonstrationen in Syrien

Voltaire Netzwerk, 22. Juni 2011
Señal de Alerta
Fujimori no califica para legítimo indulto

por Guillermo Olivera Díaz, Socios, 22 de junio de 2011
Irak denuncia ante la ONU el robo de 17,000 millones de dólares por organismos de EE.UU.

Socios, 22 de junio de 2011
مسودة قانون الأحزاب للنقاش العام....
بوتين يعارض التدخل الأجنبي وفرنسا تطالب مجلس الأمن بالتدخل

Partners, 22 حزيران (يونيو) 2011
President Barack Obama announces troop withdrawal plan for Afghanistan

by Barack Obama, Voltaire Network, 22 June 2011
التكوين المختلف

بقلم نضال الخضري, Partners, 22 حزيران (يونيو) 2011
Tens of thousands gather in support of Syrian government

Acusan al ex subdirector de DAS de asesinar a un periodista

por Nil Nikandrov, Red Voltaire, 21 de junio de 2011

«Videos
La OTAN asume la responsabilidad por la muerte de civiles en Trípoli

Red Voltaire, 21 de junio de 2011
Gates y Rasmussen intentan una nueva extorsión

por Lucille Baume, Red Voltaire, 21 de junio de 2011
مسيرات تأييد للإصلاح وعفو عام عن الجرائم..
واشنطن تطالب بخطوات ملموسة وأوروبا تعدّ لعقوبات جديدة

Partners, 21 حزيران (يونيو) 2011
المعادلة السورية..
تشكيل الوطن

بقلم مازن بلال, Partners, 21 حزيران (يونيو) 2011
Policías catalanes infiltrados en la protesta incitaron a la violencia

Red Voltaire, 21 de junio de 2011
«Indignados» franceses exigen «democracia real»

لا إصلاح مع الفوضى..
الأسد : اذا انتُخب مجلس الشعب في آب يمكنه البدء ببحث Ver videos de las gigantescas manifestaciones en apoyo al presidente Bachar el-Assad
El plan de desestabilización contra Siria