sabato 15 maggio 2010

la politica

quando tornerà ad essere senso comune la politica come utopia e non come arte del possibile potremo tornare a sperare in un futuro

la retorica dell'anniversario

La retorica dell'anniversario

Il Presidente della Repubblica, con il fiato sul collo della contestazione leghista, si sforza di fare del 150° anniversario dell'unità d'Italia un avvenimento patriottico, in grado di infiammare i cuori degli italiani, di convincerli della grande forza morale che ci viene dal Risorgimento e dai suoi
protagonisti da Garibaldi a Cavour. Di Mazzini si parla molto meno perchè non è mai stato amato dalle classi dirigenti e dal Vaticano.
Anche il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi si sforzò di farci amare l'Italia. La sua fissa era l'Inno di Mameli che riportò in grande auge. Non c'era occasione in cui non venisse suonato e, se non ricordo male, durante la sua presidenza fu anche rieditato per migliorarne la musica.
Ora le rievocazioni storiche dell'impresa garibaldina, lo sbarco dei Mille a Marsala, la sosta a Salemi,
la conquista di Palermo, la risalita dalla Sicilia fino al famosissimo (se mai fu pronunziato) "Obbedisco"! di Teano con la consegna dell'intera Italia meridionale al Re Vittorio Emanuele Secondo che ne prende possesso dall'alto del suo cavallo non riescono ad accendere l'entusiasmo e la passione che Napolitano agogna nonostante la presenza dappertutto di scolaresche pronte a sventolare il tricolore che Bossi ed i Leghisti vorrebbero usare come carta igienica.
Credo che arriveremo al 2011 con il fiato grosso, in affanno, con un progetto propagandistico che
non riesce a fare breccia, a conquistare i cuori, a convincere.
Perchè tanta freddezza, perchè non scatta la molla del patriottismo? Il ricordo del Centenario nel 1961 è stato più caloroso e fu animato da manifestazioni di spontanea adesione agli ideali unitari del Paese. L'Italia era più povera ma più solidale. Eravamo nel pieno di un progetto di crescita, di inserimento in Europa che allora era vissuta ed era un grande fattore di modernizzazione e anche di civilizzazione. Quando si voleva qualificare bene una norma si diceva "è ispirata alla cultura europea".
Eravamo alla vigilia di una grande stagione di riforme in un progetto di unità che fu rappresentato dal centro sinistra e che portò alle innovazioni della scuola, della riforma agraria, della casa per tutti, del welfare. Ricchi e poveri erano dentro una barca in cui tutti remavano verso la conquista di un posto al sole. Ci lasciavamo alle spalle l'Italia della grande fame descritta da Collodi in Pinocchio e rappresentata da Pulcinella e cominciavamo a consumare in tutte le famiglie le bistecche prima riservate, e soltanto per qualche giorno la settimana, ai benestanti.
Per capire il prodigioso progresso rappresentato dalla possibilità di sfamarsi e di alimentarsi meglio basti pensare alle generazioni di rachitici e di nanerottoli sostituite da generazioni di ragazze e ragazzi splendidi e di almeno venti centimetri più alti dei loro predecessori.
Cinquanta anni dopo viviamo in una Italia popolata da infelici ed angosciata dal suo futuro che sembra oscurissimo. La coesione sociale si è rotta. I Ricchi sono diventati assai più ricchi ed avidi, i poveri sempre più poveri. L'ascensore sociale rappresentato dalla scuola e dall'università non funziona più. Tra i callcenteristi frustati di Incisa Valdarno ci sono moltissimi laureati. Avere una o più lauree spesso significa una frustrazione maggiore a fronte del tritacarne rappresentato dalla legge Biagi. Restano in piedi soltanto le protezioni familiari delle corporazioni. I professionisti figli di professionisti, dai farmacisti agli ingegneri, continuano a stare bene. Le porte per quanti provengono da altri ambienti, da famiglie "basse" come si diceva spregiativamente un tempo, si sono richiuse per sempre.
Viviamo in una Italia governata da una Oligarchia rappresentata dal Ministro Calderoli leghista, federalista ma anche, se il caso, secessionista il qualedi contro al salasso cui saranno sottoposti i lavoratori insiste nel mantenere praticamente inalterato il costo della politica e della parapolitica oggi di centinaia e centinaia di miliardi di euro. Basterebbe una sforbiciata del trenta per cento che in ogni caso conserverebbe gli stipendi dei nostri politici in testa alle classifiche mondiali per ricavare i 25 miliardi che invece saranno succhiati ad una classe lavoratrice di milleuristi.
Insomma, perchè si dovrebbe amare una Italia diventata il paese delle diseguaglianze, governata da una classe politica scandalosa espressione di due partiti che vogliono dare sempre di più a chi ha già tanto e togliere il poco che resta ai lavoratori? Una scuola che licenzia oltre centomila insegnanti ed un Governo che non si pone il problema del destino di questa massa enorme di disoccupati intellettuali
perchè non dovrebbero suscitare amarezza, protesta, odio?
Inoltre, Napolitano nel profondere la sua retorica per l'unità propone anche il suo contrario, il federalismo. Sa bene che il federalismo sarà la centrifuga di quel poco che rimane di senso nazionale.
Ma si ostina a credere e volerci far credere che sarà invece una cosa buona, positiva. La Sicilia ha sperimentato il federalismo per via del suo Statuto Speciale. L'enorme quantità di soldi che raccoglie dai contribuenti é servita a foraggiare una burocrazia mostruosa e a creare miseria ed indebitamenti. Le politiche liberiste di privatizzazione oggi in grande auge hanno creato una idrovora che inghiotte il gettito fiscale. Basti vedere i disastri degli Ato e la crisi della immondezza affidata al sistema pubblico-privato.
In conclusione, il sentimento di unità non nasce ricordando il passato, il Risorgimento, i martiri di Belfiore, ma facendo una politica di coesione nazionale e ripudiando l'ideologia che sovrasta questa classe dirigente che vuole l'arricchimento dei ricchi ed il tritacarne per i poveri.
Pietro Ancona

venerdì 14 maggio 2010

Primo Maggio 2011 a Incisa valdarno?

1° Maggio 2011 ad Incisa Valdarno
Quest'anno abbiamo avuto la celebrazione più solenne del 1° Maggio, quella con i tre segretari generali, a Rosarno. Il significato di tale scelta era altamente simbolico e serviva per farsi perdonare l'assoluta lontananza, il distacco dei grandi sindacati nazionali da una pratica di schiavitù che durava (dura) da decenni, che era sotto gli occhi di tutti, tutti sapevano ma non c'è mai stata una iniziativa del sindacato dell'agroindustria, del segretario generale della CGIL calabrese di vera solidarietà, di recupero a una condizione di vivibilità di tanti essere umani abbrutiti loro malgrado da un lavoro faticoso e dall'assenza di conforti minimi come pulirsi, avere un cesso decente, lavare una camicia, un paio di calzini.....
In Italia non abbiamo soltanto schiavi africani, di colore nero. Abbiamo anche gli schiavi bianchi ed i lagers sono i call center dove la realtà supera la fantasia. Tutti ricordano il film di Virzì con la Ferilli nel ruolo di animatrice, ideologa, kapò di tanti infelici indotti alla servitù anche da un condizionamento mentale che è il massimo della alienazione da sè stessi, una riduzione ad ingranaggio
di un progetto di propaganda e di vendite.
Ma, come abbiamo saputo ieri da Incisa Valdarno nel mondo reale e non nel cinematografo esistono situazioni come quelle descritte da Virzi. Qui si è giunti a dare colpi o colpettini di frustino alle ragazze che non rendevano quanto voluto dai loschi e criminali gestori del call center. Si negava loro anche la possibilità di recarsi in bagno.
I colpi di frustino ai disgraziati dei callcenter mi hanno ricordato le "punciute"(pungiture) ai polpacci che venivano inflitte ai carusi siciliani delle zolfare quando, nella durissima risalita dalle viscere della terra si stancavano e si fermavano ansimanti per qualche istante.
Che cosa c'è di cambiato? C'è di cambiato che non siamo alla fine dell'ottocento e nel profondo della condizione meridionale descritta da Franchetti e Sonnino e raccontata magistralmente da Adolfo Rossi nel suo bellissimo e commovente libro "l'agitazione in Sicilia", le vittime non sono zolfatari figli di zolfatari venduti dalle loro famiglie per qualche sacco di fave e di cattivo frumento. Siamo nel cuore della Toscana moderna e le vittime sono ragazzi spesso laureati ma subito delusi dalla vita e costretti al ripiego umiliante di diventare telefonisti per la vendita di un prodotto o di un servizio sempre meno richiesti da una popolazione impoverita.
Della vicenda che i giornali raccontano in questi giorni mostrando raccapriccio c'è da dire alcune cose. Primo: l'indagine della Guardia di Finanza stimolata dalla Associazione dei Consumatori è stata fatta per la truffa della vendita per tremilaecinquecento euro di un modesto elettrodomestico che ne valeva meno di trecento. Quindi, la scoperta del lagers dei venditori non è stata che una conseguenza indiretta della indagine. Forse, se non ci fosse stata la truffa, non ne avremmo mai saputo niente come niente si sa di quanto succede in tutti i callcenter d'Italia.
Secondo: l'assenza di Sindacati. Come nel caso di Rosarno anche qui il sindacato è assente. Lo so bene quando sia difficile sindacalizzare persone terrorizzate dal timore di non avere o perdere il posto
Ma, credo, a Incisa Valdarno tutti sapevano che cosa succedeva nel Call Center. Anche alla Camera del Lavoro. La CGIL avrebbe dovuto assumere una iniziativa. Segnalare all'Ispettorato del Lavoro o alla Procura della Repubblica quello che succedeva.
L'indagine della Guardia di Finanza è durata tre anni. Mi domando perchè ci sia voluto tanto tempo per assumere coscienza della realtà del Call Center e dei suoi infelici abitanti. Perchè non sono stati verificati subito i maltrattamenti?
Probabilmente il prossimo Primo Maggio sarà celebrato ad Incisa Valdarno da CGIL, CISL, UIL, unite da un patto di degrado del lavoro che presto chiuderà la partita dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori (il più bel pezzo di selvaggina che Sacconi e la Marcegaglia vorranno mettere nel loro carniere). La celebrazione avrà accenti di commozione ed i nostri tre eroi, assai compunti, denunceranno la condizione dei lavoratori dei call center.
Naturalmente non chiameranno in causa la legge Biagi. Non ne chiederanno l'abrogazione e non proporranno l'introduzione di un Salario Minimo Garantito per mettere un argine alla violenza padronale. Si limiteranno ad una sorta di commemorazione di quelli che furono i diritti che non potranno essere ripristinati.
Pietro Ancona
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http://www.irre.toscana.it/acqua/multiverso/sovicille/ipertesto_sul_tempo/in_italia.htm
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/13/news/call_center_lager-4026163/

giovedì 13 maggio 2010

Vecchi e giovani

lettera al conduttore di prima pagina radio tre


Caro Fobini,

i giovani stanno male perchè sono stati intrappolati dalla mostruosa legge trenta o legge Biagi che permette alle aziende o a chi li assume di tenerli sotto permamente ricatto con i contratti a termine,
di eludere i loro diritti con il fumus delle collaborazioni "autonome", di renderli invisibili con le agenzie interinali che li collocano in posti dove loro sono e resteranno sempre dei perfetti estranei (giuridicamente) e di praticare salari bassissimi. E' normale il caso di laureati in ingegneria pagati anche 700 euro al mese.
Ma lei ripete la vecchia trita e ritrita propaganda del conflitto generazionale dal momento che in questo paese esistono ancora lavoratori a tempo indeterminato. Propaganda rivolta ad indebolire
il lavoro stabile a favore di quello precario.
Sei milioni di giovani sono incatenati dalla legge Biagi. Anche nel suo giornale ci saranno giornalisti non priviligiati come lei che accede anche a Radio Tre e si beccherà un bel gettone di presenza per le sue conversazioni mattutine, ma giovani anche di valore pagati a trenta euro al pezzo. Usa e getta! Debbo pensare che è lei il colpevole della situazione del suo collega precario schiavizzato? Io non lo penso, ma lei lo ripete pappagalescamente da Monti in poi.
Pietro Ancona

mercoledì 12 maggio 2010

magari fossero veri i dati Ocse!

Magari fossero veri i dati OCSE!

I dati dell' Ocse sui salari italiani inferiori alla media e situati al 23 posto non sono veritieri per eccesso. Non tengono conto di due grandi masse di retribuzioni: quelle dei biagizzati e degli immigrati. I lavoratori biagizzati 18 mila euro all'anno se li sognano! Sono per loro una cifra astronomica! Al massimo mettono insieme non più di 8 mila euro ammesso che per dodici mesi non
vengano "disturbati", cioé licenziati per essere riassunti dopo qualche tempo come di solito si divertono a fare i sadici datori di lavoro del Bel Paese! Non parliamo poi del lordo di 26.304 euro. Questo non esiste se non per la parte dei lavoratori ancora a tempo indeterminato ma sottoposti ad un durissimo assedio su più fronti contrattuali e legislativi. Vedremo che cosa succederà dopo l'approvazione della 1167! I salari italiani sono inferiori all'ultimo scalino della graduatoria OCSE!!
La responsabilità di questa stupefacente depressione salariale è dovuta alla politica di concertazione
triangolare sindacati-governo-confindustria. La concertazione ha prodotto danni derivanti innanzitutto dal blocco della indicizzazione e dalla parametrazione dei rinnovi contrattuali al tasso di "inflazione" programmato e cioè a quello fasullo indicato dai documenti governativi di programmazione economica. A questa ghigliottina si deve aggiungere il carro di guerra della legge Biagi la quale oltre al precariato ha prodotto retribuzioni indecenti e situazioni abnormi. E' difficilissimo trovare un biagizzato che superi i 1000 euro mensili! La media non va oltre i seicento euro. Soltanto l'esistenza dell'ammortizzatore familiare ha permesso a moltissimi giovani di sopravvivere e di continuare a lottare e sperare in un futuro migliore. Ma questo futuro migliore non esiste. Anche il PD si è messo di traverso e taglia loro la strada con il ddl Nerozzi-Marini che introduce il CUI.
E' un mero inganno ritenere di recuperare qualcosa per i lavoratori con una riforma fiscale. Sappiamo tutti che anche nella migliore ipotesi di un recupero del dieci per cento di salario questo è poco più
di una manciata di spiccioli che non tirerà fuori i lavoratori italiani dalla buca in cui giacciono.
Questa drammatica statistica dell'OCSE viene commentata da Bonanni con la richiesta di una riforma fiscale che, come dicevamo, darà un piccolo insignificante risarcimento ma lascerà inalterato il quadro della situazione. Epifani tace ma non dubito che non si discosterà di molto dalla linea del recupero fiscale: la CGIL ha fatto due scioperi generali appunto per chiedere allo Stato ma non alle aziende di intervenire. In Italia quindi, fino a quando avremo CGIL CISL e UIL attestate sulla linea della "complicità" con il padronato per le "sorti magnifiche e progressive" del capitalismo italiano la condizione di chi deve lavorare per vivere e far vivere la sua famiglia saranno queste ed anche peggiori di queste.
La politica del Sindacato veniva così riassunta in una breve frase di un lavoratore Telecom: Il sindacato è la voce dell'azienda!
Questa degenerazione profonda del ruolo del sindacato è un problema grosso, grossissimo, non solo per i lavoratori ma per la democrazia italiana. Nelle aziende si è instaurato un autoritarismo che prelude
a cose ancora peggiori. Dopo l'adesione di Cisl e UIL e la finta opposizione della CGIL alla abolizione dell'art.18 la Marcegaglia e Sacconi vogliono la liquidazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Cisl e UIL hanno già aderito entusiasticamente! La CGIL si è dichiarata disponibile a trattare dopo aver fatto una piccola "doverosa" difesa d'ufficio!
Pietro Ancona
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http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/05/11/visualizza_new.html_1791175318.html












"L'Italia è sotto la media Ocse che nel 2009 risultava di 26.395 dollari per il salario netto e 35.887 per il lordo e sotto la media Ue-15 (28.454 e 40.525 dollari rispettivamente). Espressi in euro i salari netti nel 2009 in Italia risultano di 18.503 euro su un lordo di 26.181 euro, in calo dal 2008 (18.578 e 26.304 euro)."

lunedì 10 maggio 2010

Il Sindacato padrone

Il Sindacato padrone

Siamo portati a spiegare l'atteggiamento del PD e della CGIL sulle questioni riguardanti i lavoratori
come frutto di scelte ideologiche derivanti da una fascinazione culturale del liberismo dopo il crollo del comunismo. Il liberismo è diventato "la fine della storia" ed il pensiero unico al quale aderire o perire. Chi aderisce è "moderno" e viene salvato. Chi si attarda nel veteromarxismo o nei rimpianti delle battaglie a suo tempo combattute dal movimento operaio, viene sommerso. Certo, colpisce la freddezza quasi da entomologo con la quale Epifani ha evocato il futuro prossimo venturo dei lavoratori italiani. Il campo è dominato dalla Crisi, una sorta di Moloch che incute terrore e che produrrà uno sviluppo "senza occupazione". I lavoratori vengono studiati come soggetti i quali dovranno essere aiutati dagli ammortizzatori sociali e da qualche sgravio fiscale. Niente di più. Il loro ruolo viene definito dentro limiti rigorosamente funzionali agli interessi delle Imprese. Tutto quello che contrasta questo interesse deve essere rigorosamente tagliato.
Ma questa analisi è insufficiente e non è tutta la verità. Lo smottamento a destra del PD e della CGIL
non é solo ideologico e politico ma deriva da enormi interessi economici. Il PD è il referente di grossi interessi della cooperazione italiana (la coop sei tu!). Supermercati, ipermercati, ma anche compagnie
per il lavoro interinale ed in tanti campi dall'edilizia alle banche. Bisognerebbe che qualcuno facesse una mappa dettagliata dei molteplici interessi imprenditoriali che in qualche modo fanno riferimento al PD del tutto simili ma forse assai più potenti di quelli che fanno capo con la Compagnia delle Opere a Comunione e Liberazione. Ci sono in ballo miliardi di euro di costo del lavoro.
La CGIL, come la Cisl e come l'UIL, opera nell'ampio mercato dei servizi ai lavoratori. In questi giorni gli uffici dei Caf sindacali sono rafforzati da personale assunto ad hoc per il disbrigo dei 730, un grosso affare di milioni di contribuenti. I Sindacati hanno uffici aperti in tutta Italia, migliaia e migliaia di uffici, con centinaia di migliaia di addetti. Ebbene, questi lavoratori del Sindacato, sono quasi tutti biagizzati, assunti e trattati con la Legge Biagi che non impone soltanto una condizione di precariato ma anche di bassi salari, legale evasione dagli obblighi dei ccnl e dai diritti connessi. Lavoratori con pochi diritti ed una occupazione incerta.
Il PD presenta il ddl Nerozzi-Marini che introduce il CUI, contratto triennale che abolisce l'art.18 e consente retribuzioni subminimali. Se penso alle centinaia di migliaia di dipendenti della enorme galassia della cooperazione e della finanza che fa capo al PD debbo ritenere che il PD si pone l'obiettivo di arricchire le aziende che gli interessano.
Si è creato un mostruoso conflitto di interesse tra i lavoratori e le confederazioni sindacali.
Questo conflitto può essere risolto dalla rinuncia della CGIL alla applicazione dei contratti di precariato ai suoi dipendenti e dalla sua rinuncia alla esenzione dall'art.18.
Esiste inoltre il problema generale dei lavoratori dipendenti dal volontariato onlus, dalle compagnie delle opere, settori con milioni di addetti e che spesso sono fumus per coprire realtà di mero sfruttamento. Ma, una sorta di incantesimo tiene tutti in sospensione e parlare male del volontariato, del Sindacato, della Compagnia delle Opere, della Coop e compagnia dicendo è come parlare male di Garibaldi. Non si può! E' qualunquistico!
Pietro Ancona
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domenica 9 maggio 2010

La vacca ed il mungitore

La vacca ed il mungitore

La filosofia di Giuseppe Di Vittorio, il suo riformismo empirico frutto della sua storia personale e della storia del movimento operaio italiano, si riassumeva in questa esortazione: "compagni, mungiamo la vacca ma senza ucciderla ". Ovviamente si riferiva ad una politica di rivendicazioni
che fossero compatibili con la buona salute dell'economia. Non si tratta della legge bronzea dei salari di Ricardo ma di un uso responsabile del conflitto sociale finalizzato a migliori condizioni dei lavoratori nella prosperità generale.
Questa è stata la politica riformista della CGIL. Una politica che ne ha fatto una grande forza nazionale rispettata dagli industriali ed amata dai lavoratori che ha assicurato all'Italia un lungo periodo di benessere dopo la ricostruzione e ben oltre l'autunno caldo. Per quanto lo slogan del "salario variabile indipendente" fosse la parola d'ordine della classe operaia nel 68, in realtà le richieste non sono mai andate oltre le ragionevoli possibilità del sistema. La serie storica dei salari italiani è esemplare per austerità non soltanto nell'industria privata ma anche nei grandi contratti del settore pubblico. Sanità e scuola ne sono esempio. Se qualcosa è stato fatto fuori da questo quadro non si deve al massimalismo della CGIL quanto al clientelismo della politica.
Ricordo perfettamente le vicende del contratto dei dipendenti della Regione Siciliana in cui ad una richiesta di cento, il governo rispondeva dando centoquaranta e l'assemblea legislativa che
approvava la legge portava a duecento.
Ma oggi, con venti anni di riduzione dei salari alle spalle, iniziata con gli accordi di concertazione del 1993 e l'abolizione della scala mobile, la scelta della CGIL non è più quella di
Di Vittorio. La vacca è ingrassata ed il mungitore rischia di essere ucciso. La situazione si è totalmente invertita. Oggi Di Vittorio direbbe: "salviamo il mungitore!"
In questi anni si sono compiute scelte che rompono la coesione sociale e l'equilibrio delle forze produttive: il pacchetto Treu, la legge Biagi, gli accordi con il governo Prodi, l'allegato lavoro, la riforma del contratto, la riforma della scuola e della sanità hanno indebolito alla radice la posizione sociale e giuridica dei lavoratori. La camicia di forza imposta ai rinnovi contrattuali ha consentito un trasferimento di reddito nazionale dal lavoro dipendente al profitto, alla rendita ed alle professioni di proporzioni gigantesche. Il monte salari si è rimpicciolito. La spoliazione è stata terribile. La stessa qualità della vita dei lavoratori è degradata.
Celebrare un Congresso all'insegna della moderazione, non presentare alcuna proposta di aumento delle retribuzioni, non mettere in discussione il precariato e le pensioni, accettare la riduzione della qualità del welfare disarma e consegna inermi i lavoratori al padronato e non fa neppure gli interessi del paese oggi ingrigito da una diminuzione dei consumi essenziali.
La CGIL non avrebbe dovuto accettare la discussione sulla sostituzione dello Statuto dei Lavori a quello dei Lavoratori. Avrebbe dovuto dire no a muso duro e proclamare fin d'ora lo sciopero generale. Non credo proprio che con il suo dissenso il governo e le forze politiche andrebbero avanti lo stesso. Ma, probabilmente, il gruppo liberista che oramai ispira la segreteria della Confederazione e che ha sostituito la cultura socialista con i precetti di Monti, Ichino e Boeri considera lo Statuto dei Diritti una sorta di rudere archeologico che confligge con l'idea di una flessibilità senza limiti del lavoro. Si può flettere il lavoratore fino a spezzargli la schiena se ci sono ancora diritti che lo vietano?
L'involuzione culturale della CGIL è profonda. Basta vedere le elaborazioni del suo ufficio studi.
L'immobilismo salariale e la disponibilità a sottrarre diritti pongono una grande questione democratica. Può un paese sopportare il fatto che venti milioni di lavoratori siano rappresentati da sindacati che non ne curano gli interessi vitali? Fino a quando la democrazia potrà reggere
dopo la rottura della coesione sociale e lo scivolamento continuo di milioni di persone indifese verso la povertà?
Se al conflitto sociale ben organizzato dentro una cultura civile che non mortificava nessuno si sostituisce l'inerzia di una massa informe di persone abbandonate all'arbitrio di un padronato senza freni, isolate e disperate, verso quale società ci avviamo?
Dopo la Grecia, l'Unione Europea non mancherà di proporre un forte giro di vite della condizione dei lavoratori. Nella guerra finanziaria scatenata dagli USA contro l'Europa i lavoratori saranno i soli a pagarne le spese.
Non dubito che CGIl CISL UIL agiteranno lo spauracchio della crisi e della catastrofe per spaventare i lavoratori ed indurli a dare sempre di più senza nulla chiedere.
Ma in questo non c'è alcuna saggezza. Non si é né patriottici né responsabili ma soltanto complici della barbarie del capitalismo.
Pietro Ancona
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