domenica 18 luglio 2010

DIFENDERE LA LIBERTA OPERAIA PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Difendere la libertà operaia per difendere la Costituzione

E' singolare constatare come difronte ad un involgarimento brutale dell'atteggiamento del padronato e della destra la reazione del leader della CGIL, il sindacato per antonomasia degli italiani, sia di attenuazione dei toni, soft, gentile, direi quasi delicata. Epifani dice che la Fiat "sbaglia" a licenziare i quattro operai Fiom, che questo licenziamento riscalderà gli animi e produrrà una "radicalizzazione".
Intanto non si può dire che abbia radicalizzato la sua posizione. Il segretario della CGIL si limita ad invitare la Fiat alla riflessione. Questo dichiarare il licenziamento che è sempre un estremo atto di rottura un "errore" mi ha fatto ricordare la polemica di parte della sinistra con i cosidetti "compagni che sbagliano". Certo si trattava di cose molto diverse ma mi è venuto il dubbio che immedesimandosi nell'ottica aziendale della Fiat Epifani abbia appunto voluto indicare un errore di comportamento che renderà più difficile la realizzazione del progetto di "nuova fabbrica" che potrebbe essere attuato appunto se Marchionne non renderà imbarazzante la manovra del sindacato per fare accettare e digerire senza grossi scandali la nuova organizzazione del lavoro WMC. Un buffetto simile era stato dato a Marchionne da Bonanni che, a fronte della scomposta e nervosa reazione del capo della Fiat, lo aveva invitato alla prudenza, ad aspettare che, pressati dall'incubo della disoccupazione, i lavoratori di Pomigliano venissero a più miti consigli....
La Fiat non tornerà indietro. I quattro lavoratori potranno avere giustizia dal Giudice se e quando l'avranno e sempre che, nel frattempo, con la complicità dei sindacati, non verrà approvato l'allegato lavoro che rende assai difficoltosa la vita dell'art.18 e sempre che non verranno limitati i poteri del Magistrato ed il diritto al ricorso dei lavoratori. C'è in corso, con la collaborazione di autorevoli parlamentari del PD, uno smantellamento delle norme che tutelano i diritti dei lavoratori. Non è da escludere che il Parlamento, con la finta opposizione del PD, non pervenga a modifiche che si limiteranno al semplice indennizzo del licenziamento. Intanto Sacconi riesce ad infilare "refusi" nelle leggi che vengono approvate per la direttissima del voto di fiducia come quello che riduce le pensioni del sei per cento e aumenta fino a 42 anni di anzianità la soglia per mettersi in quiescenza.
I toni degli esponenti del padronato diventano di giorno in giorno sempre più pesanti, aggressivi, offensivi. La Presidente della Confindustria si è spinta fino alle accuse di sabotaggio, accuse assai pesanti degne di essere querelate perchè costituiscono grave calunnia e diffamazione. I lavoratori vengono esposti tutti i giorni sulla colonna infame ed additati al ludibrio pubblico. E' stata fatta ed è in corso una scientifica campagna di denigrazione e di criminalizzazione che ha toccato il suo acme
nelle scomposte performance di Brunetta.
Questa campagna è funzionale ad un radicale rivoluzionamento della condizione del lavoro in Italia
che dovrebbe perdere la dignità che gli è garantita dalla Costituzione collocandolo a base della Repubblica. Il lavoro deve essere totalmente deregolamentato e sopratutto deve perdere ogni carattere
di accordo bilaterale contrattato tra impresa e sindacati. Le condizioni saranno stabilite soltanto dalla Impresa ed i lavoratori dovranno soltanto adeguarvisi. Prendere o lasciare! E' la vecchia idea liberista di Pannella del contratto individuale che viene offerto e che può essere accettato o rifiutato. Idea basata sulla menzogna di una parità di condizione tra imprenditore e lavoratore bisbigliata anche dal Ministro Sacconi. Il Sindacato perde la sua funzione di rappresentanza che ha avuto per oltre un secolo e si avvia verso altri interessi legati alla gestione di fondi e di enti bilaterali o trilaterali. I lavoratori italiani resteranno sempre venti milioni ma socialmente sarà come se non esistessero. Non viene forse da anni predicata fino alla nausea la scomparsa della "classe operaia"? A fronte di questa
enorme operazione di "bonifica" reazionaria del teatro sociale abbiamo un rafforzamento del ruolo
delle associazioni imprenditoriali che diventano sempre più importanti nelle scelte del governo. Non è stata forse la Marcegaglia a dare lo sta bene alla "manovra" di Berlusconi?
Giunge notizia di una iniziativa della CGIL di Potenza di creare un fondo di resistenza per sostenere
i lavoratori licenziati fino al giudizio. Condivido l'iniziativa e spero che venga presto attuata.
Solleva un problema esistente ed acuto, il problema di Confederazioni Sindacali forti di oltre dieci milioni di iscritti paganti per delega che non destinano un solo euro alla assistenza dei lavoratori e delle loro famiglie. Un fondo per sostenere i licenziati dovrebbe essere istituito nazionalmente e dovrebbe servire anche per altre finalità sociali connesse al benessere dei lavoratori.
Ma in Italia il Sindacato non dà niente e dobbiamo augurarci che non si incontri mai con il padronato e con il governo. Ad ogni incontro sottrae sempre qualcosa ai suoi rappresentati!!
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it

http://www.marcegaglia.com/

sabato 17 luglio 2010

Il manifesto dei comunisti

da oggi cominciamo a pubblicare, un capitolo a volta, il Manifesto dei Comunisti

Il Manifesto del Partito Comunista
Prefazione


Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.

Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.

E` ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso.

A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.



Il Manifesto del Partito Comunista
I. Borghesi e Proletari


La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.

Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi.

La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.

La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato.

Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia.

La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, gli scambi con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all'industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all'elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione.

L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa.

Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All'industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell'industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.

La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch'era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull'espansione dell'industria, e nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo.

Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d'un lungo processo di sviluppo, d'una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico.

Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, insieme di associazioni armate ed autonome nel Comune, talvolta sotto la forma di repubblica municipale indipendente, talvolta di terzo stato tributario della monarchia, poi all'epoca dell'industria manifatturiera, nella monarchia controllata dagli stati come in quella assoluta, contrappeso alla nobiltà, e fondamento principale delle grandi monarchie in genere, la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.

Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche.

La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi.

La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.

La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.

Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l'Oriente dall'Occidente.

La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale.

Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l'applicazione della chimica all'industria e all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?

Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate.

Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi.

Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l'esistenza di tutta la società borghese.

Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovraproduzione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. -Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.

Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.

Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.

Con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipendente e con ciò ogni attrattiva per l'operaio. Egli diviene un semplice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un'operazione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilissima da imparare. Quindi le spese che causa l'operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio mantenimento e per la riproduzione della specie. Ma il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione dell'aumento dell'uso delle macchine e della divisione del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia attraverso l'aumento delle ore di lavoro, sia attraverso l'aumento del lavoro che si esige in una data unità di tempo, attraverso l'accresciuta celerità delle macchine, e così via.

L'industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell'industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, ma vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente esso proclama come fine ultimo il guadagno.

Quanto meno il lavoro manuale esige abilità ed esplicazione di forza, cioè quanto più si sviluppa l'industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene soppiantato da quello delle donne [e dei fanciulli]. Per la classe operaia non han più valore sociale le differenze di sesso e di età. Ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro che costano più o meno a seconda dell'età e del sesso.

Quando lo sfruttamento dell'operaio da parte del padrone di fabbrica è terminato in quanto all'operaio viene pagato il suo salario in contanti, si gettano su di lui le altre parti della borghesia, il padron di casa, il bottegaio, il prestatore su pegno e così via.

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.

Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza.

Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente.

Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i rapporti borghesi di produzione, ma contro gli stessi strumenti di produzione; distruggono le merci straniere che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, danno fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale.

In questo stadio gli operai costituiscono una massa disseminata per tutto il paese e dispersa a causa della concorrenza. La solidarietà di maggiori masse operaie non è ancora il risultato della loro propria unione, ma della unione della borghesia, la quale, per il raggiungimento dei propri fini politici, deve mettere in movimento tutto il proletariato, e per il momento può ancora farlo. Dunque, in questo stadio i proletari combattono non i propri nemici, ma i nemici dei propri nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Così tutto il movimento della storia è concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria raggiunta in questo modo è una vittoria della borghesia.

Ma il proletariato, con lo sviluppo dell'industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi, la sua forza cresce, ed esso la sente di più. Gli interessi, le condizioni di esistenza all'interno del proletariato si vanno sempre più agguagliando man mano che le macchine cancellano le differenze del lavoro e fanno discendere quasi dappertutto il salario a un livello ugualmente basso. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l'incessante e sempre più rapido sviluppo del perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse.

Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall'aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle diverse località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere. Ma ogni lotta di classi è lotta politica. E quella unione per la quale i cittadini del medioevo con le loro strade vicinali ebbero bisogno di secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano in pochi anni.

Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente. Essa impone il riconoscimento in forma di legge di singoli interessi degli operai, approfittando delle scissioni all'interno della borghesia. Così fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra.

In genere, i conflitti insiti nella vecchia società promuovono in molte maniere il processo evolutivo del proletariato. La borghesia è sempre in lotta; da principio contro l'aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto con il progresso dell'industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte queste lotte essa si vede costretta a fare appello al proletariato, a valersi del suo aiuto, e a trascinarlo così entro il movimento politico. Essa stessa dunque reca al proletariato i propri elementi di educazione, cioè armi contro se stessa.

Inoltre, come abbiamo veduto, il progresso dell'industria precipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante, o per lo meno ne minaccia le condizioni di esistenza. Anch'esse arrecano al proletariato una massa di elementi di educazione.

Infine, in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione all'interno della classe dominante, di tutta la vecchia società, assume un carattere così violento, così aspro, che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano l'avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme.

Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e tramontano con la grande industria; il proletariato è il suo prodotto più specifico.

Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l'artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all'indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato.

Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie.

Le condizioni di esistenza della vecchia società sono già annullate nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e figli non ha più nulla in comune con il rapporto familiare borghese; il lavoro industriale moderno, il soggiogamento moderno del capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spogliato di ogni carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi.

Tutte le classi che si sono finora conquistato il potere hanno cercato di garantire la posizione di vita già acquisita, assoggettando l'intera società alle condizioni della loro acquisizione. I proletari possono conquistarsi le forze produttive della società soltanto abolendo il loro proprio sistema di appropriazione avuto sino a questo momento, e per ciò stesso l'intero sistema di appropriazione che c'è stato finora. I proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui.

Tutti i movimenti precedenti sono stati movimenti di minoranze, o avvenuti nell'interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento indipendente della immensa maggioranza. Il proletariato, lo strato più basso della società odierna, non può sollevarsi, non può drizzarsi, senza che salti per aria l'intera soprastruttura degli strati che formano la società ufficiale.

La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. E` naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia.

Delineando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno latente all'interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione e nel quale il proletariato fonda il suo dominio attraverso il violento abbattimento della borghesia.

Ogni società si è basata finora, come abbiam visto, sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell'assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l'operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l'industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L'operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l'esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società.

La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso dell'industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all'isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall'associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.

Cancellare la scelta suicida della Bolognina, ricostituire il PCI

spero che tutti i circoli comunisti, tutte le associazioni che si richiamano al marxismo ed al socialismo, si riuniscano in un grande convegno nazionale per abrogare la svolta della Bolognina, ricostituire il grande Partito Comunista Italiano, cancellare venti anni di errori e di tradimenti che hanno portato al PD di Colaninno, Merloni, Ichino, un partito della Confindustria schierato con la Fiat e la corrotta e fascista borghesia imprenditoriale italiana rappresentata dalla Marcegaglia...... Spero anche che tutti i socialisti libertari aiutino il nuovo progetto di comunismo che rivaluta le esperienze oggi rimpiante da tutti gli emigrati dall'est europeo.
portandovi la loro dote di libertà e cultura....

giovedì 15 luglio 2010

Il fascismo "morbido" dell'Unione Europea

Il trattato di Lisbona, gli accordi di mastricht, fanno della Unione Europea una entità rigidamente ideologica del liberismo. Chiunque non si attiene alle norme di riduzione della spesa pubblica e di abbassamento dei salari e dei diritti rischia di esserne espulso.
Il Parlamento Europeo è una entità ridicola priva di qualsiasi potere. L'Unione Europea ha un solo destino sempre più a destra. Entra dieci anni l'Europa sarà irriconoscibile. Sarà come era l'Asia dieci anni fa....
Il welfare che aveva fatto civile e grande l'Europa, opera delle socialdemocrazie ma anche dei liberalismo illuminato, sta per essere smantellato. Sanità, pensioni, scuola sono in corso di demolizione.
Una Unione che permette alla Fiat di installare fabbriche in Polonia dove instaura regime terroristico
e salari meno delle metà di quelli che eroga in Italia è una ruffiana accomodante del capitalismo indifferente a quanto succede ai suoi popoli. Avere permesso la colonizzazione di tutto l'Est europeo
è stato un crimine sociale. Mai l' Europa avrebbe dovuto permettere trattamenti disumani nelle fabbriche rumene, croate, polacche, profittando dei bisogni di sopravvivenza delle popolazioni.
Pietro Ancona

denunzia giù presentata alla procura

Voglio sperare che almeno la FIOM si unisca a questa denunzia e chieda conto e ragione della riduzione della persona dell'operaio a macchinario vivente....
Pietro ancona





I sottoscritti Luigi Aprea per la RSU - componente Slai cobas presso lo stabilimento Gianbattista Vico sito in via Ex Aeroporto in Pomigliano d’Arco - azienda della Fiat Group Automobiles spa avente sede legale in C.so G. Agnelli 200, 10135 Torino - congiuntamente ad Antonio Tammaro, Assunta Malavenda detta Mara e Vittorio Granillo, rispettivamente per coordinamento provinciale di Napoli, coordinamento ed esecutivo nazionali della denunciante e qui rappresentata organizzazione sindacale nonché, tutti, in funzione di rappresentanza collettiva dei lavoratori,

In sintesi l’azienda, per quanto riguarda la prestazione lavorativa, si prepara a tagliare ulteriormente i tempi morti e le pause del processo produttivo e ad aumentare le cosiddette saturazioni e ritmi individuali nonché la flessibilità tra mansioni, reparti, orari e giornate lavorative, tempi di vita e di lavoro degli addetti, per realizzare sostanziali incrementi di produttività a netto discapito dei lavoratori stessi e del loro essenziale diritto ad ogni ed adeguata tutela psico-fisica, sia specifica che generale.
La nuova organizzazione del lavoro che ha adottato la Fiat - World class Manifacturing (Wcm) e Sistema ErgoUas - è già attiva nello stabilimento Mirafiori di Torino dal settembre 2008 ed ha tra l’altro determinato la riduzione dei fattori di riposo ed il correlato aumento dei ritmi di lavoro.





Da un’indagine di rilevazione bio-statistica sulla presenza dei disturbi muscolo scheletrici tra i lavoratori addetti allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’arco e commissionata da Slai cobas ad una idonea struttura tecnica di propria fiducia (che si deposita in allegato), indagine espletata nel 2005, si evidenzia la “presenza di sintomatologie a carico dell’apparato muscolo-scheletrico in oltre il 70% degli addetti totali al reparto montaggio, pertanto con indici di incidenza superiori di oltre 6 volte gli indici medi nazionali”... “negli altri reparti le stesse sintomatologie risultano complessivamente presenti in meno del 20% dei lavoratori. Tale dato, che comunque rappresenta il doppio delle relative medie nazionali complessive, riveste ancora maggiore rilevanza se si tiene conto che persino all’interno della medesima realtà aziendale un solo reparto, ovvero il reparto montaggio, presenta dati statistici collettivi di disturbi muscolo scheletrici con incidenza pari al 300% rispetto agli altri reparti aziendali: ciò non può non assoggettare tale reparto ad attenta revisione delle modalità tecnico procedurali, che sinora risultano del tutto disattese. L’ulteriore rielaborazione dei dati raccolti in funzione dell’età e dell’anzianità nel reparto stesso dimostra che la soggettiva presenza di sintomatologie muscolo scheletriche arriva a percentuali bulgare (circa 90%) oltre i 15 anni di permanenza nel reparto, e denota comunque significativo incremento tra i soggetti con meno di 5 anni di anzianità relativa e quelli con oltre 5 anni. Un’ulteriore conferma della effettiva presenza di rischio di lesioni muscolari e osteo-tendinee nel reparto è data dell’evidenza che quasi sempre la presenza di sintomatologie nei lavoratori attualmente in altri reparti è relazionabile a pregresse assegnazioni di tali lavoratori al reparto in parola, dove non risulta essere mai stata valutata secondo le norme di buona tecnica né la ripetitività forzata delle operazioni (direttamente connessa ai ritmi produttivi aziendali) né la valutazione dei parametri di movimentazione (flessio-estensione del tronco e/o degli arti) e l’eventuale presenza di posture forzate (in ginocchio, su piani differenziati, etc.). E’ stata altresì rilevata nel reparto montaggio significativa incidenza di disturbi localizzati al cinto scapolo-omerale, caratteristica delle lavorazioni ad alta ripetitività di movimenti degli arti superiori”.
Si fa presente che, a fronte di circa 4.500 addetti allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco con mansioni da operaio, sono circa 3.500 quelli ubicati nel reparto montaggio.
Nonostante la macroscopicità dei dati forniti dall’indagine in oggetto qui in sintesi relazionata, dati tra l’altro indirettamente suffragati costantemente negli anni dall’altissimo ed abnorme numero di lavoratori rivoltisi ai Medici Competenti e richiedenti visite ed accertamenti per la lamentata inidoneità alle mansioni svolte ed il collegato accoglimento della domanda per la massima parte delle istanze sottoposte dai lavoratori interessati e certificata da parte dei responsabili sanitari aziendali, alcuna utile, valida e funzionale azione di prevenzione ed abbattimento del rischio risulta mai attivata - a giudizio della qui rappresentata organizzazione sindacale - dalla direzione aziendale e dai preposti responsabili, che si sono semplicemente limitati a “declassare” a malattie sociali e non professionali le diffuse patologie senza, come d’obbligo, né allertare le preposte strutture pubbliche né attivare le doverose e basilari indagini di accertamento sanitario per la quantificazione e la rimozione dell’esposizione a rischio né alcuna funzionale iniziativa di idonea modifica lavorativa e preventiva.
Si è invece assistito, negli anni e senza sostanziale soluzione di continuità, al sistematico ricorso aziendale all’uso degli ammortizzatori sociali quali la cigs, utilizzati tra l’altro ed in maniera non certo secondaria, per “sfoltire” l’abnorme numero di lavoratori con ridotte capacità lavorative - molti ritenuti tali dallo stesso Servizio Sanitario Aziendale - tramite la collocazione periodica e cadenzata negli anni e degli stessi in mobilità e prepensionamento a carico dell’INPS e la loro sostituzione lavorativa con giovani assunti con contratti precari nonostante l’evidente collocazione “a rimpiazzo”, in mansioni e posti di lavoro con necessità produttive strutturali e non transitorie /o stagionali. E’ proprio di questi giorni è l’attivazione aziendale dell’ennesima procedura per la collocazione in mobilità di 500 addetti.







Altro sistema usato dalla Fiat per “sfoltire” il crescente numero di lavoratori rcl è dato - come già fatto in passato con le cosiddette U.P.A. - dalla creazione di unità produttive esterne dove allocare il personale del quale la società intende liberarsi: lavoratori maggiormente sindacalizzati nonché con ridotte capacità lavorative per evidenti e prevalenti patologie professionali e/o comunque correlate. Va in questo senso la creazione ad hoc, nel maggio 2008, del “reparto-confino” di Nola (così “battezzato” all’epoca dai lavoratori e da molte delle organizzazioni sindacali presenti in fabbrica). In tale reparto furono infatti trasferiti 316 lavoratori, tra cui ben 132 affetti da patologie invalidanti ovvero limitative della capacità di lavoro (come da precisi riscontri effettuati da Slai cobas) nonché circa 100 addetti iscritti e dirigenti sindacali di Slai cobas, e per la parte residua, iscritti ad altri sindacati.
Tanto premesso, e
a fronte di alcuna visibile, riscontrabile, idonea ed obbligatoria iniziativa aziendale a tutela della salute dei lavoratori e pur di fronte - ed in conseguenza di ciò - all’acclarata evidenza a “fenomenologia epidemica” dell’elevato grado di patologie e sintomi accusati dalla prevalenza dei lavoratori e di cui l’azienda è sempre ed indubitabilmente stata a conoscenza, la nuova organizzazione del lavoro prospettata dalla Fiat mira inequivocabilmente, e tra l’altro, a comprimere ulteriormente i cosiddetti “tempi morti” del lavoro degli addetti alle linee di montaggio e di quelli collegati alla alimentazione delle stesse al fine di realizzare quel cosiddetto “flusso teso della produzione” necessario ad ottenere la massima saturazione degli impianti e della prestazione lavorativa. Alle operazioni proceduralizzate di estrema ed insopportabile condizione lavorativa relativa alle saturazioni ed ai carichi di lavoro cui sono sottoposti gli addetti (è che già hanno contribuito a danneggiare la salute soggettiva e “collettiva” dell’insieme degli operai addetti alle linee di montaggio ed a quelle collegate) la Fiat intende aggiungere la pressione della responsabilità del corretto e continuo funzionamento degli impianti “caricando” ulteriormente gli addetti costretti così a svolgere un suppletivo numero di operazioni non proceduralizzate che richiedono un elevato e costante grado di vigilanza ed attenzione volto ad intervenire in tempi strettissimi in caso di anomalie e che si somma ai già elevati ritmi di lavoro.
L’incremento dell’intensità del lavoro fisico prospettato dall’azienda si va così a cumulare con la conseguente “pressione di responsabilità e carico di forzato coinvolgimento psichico e correlato stress” del singolo e dell’insieme dei lavoratori addetti in relazione all’obbligo di consentire la “tenuta costante” del flusso produttivo.
L’insieme dei richiamati fattori ambientali che espongono (hanno esposto, continuano ad esporre, ed esporranno ulteriormente in progressione) i lavoratori ad evidenti ed inammissibili livelli di rischio professionale e sanitario si intreccia inoltre con l’annunciata modifica degli orari e delle turnazioni articolata su tre turni di lavoro con rotazione a ciclo continuo, compresa la notte, per sei giorni la settimana e con riposo a scorrimento che matura ogni tre settimane per cui a due settimane di sei giorni lavorativi segue una settimana di lavoro di tre giorni con tre giorni di “riposo compensativo” cumulati alternativamente a fine o inizio settimana e da “memorizzare” tramite “prospetto di calendarizzazione” indispensabile per consentire la conoscenza variabile dei turni nell’arco del tempo. Questi “tempi irregolari e non lineari” dell’orario e dei turni di lavoro incidono certamente non solo sui bioritmi degli addetti ma si cumulano all’insieme della già insostenibile esposizione a rischio, ed al disagio, dell’ambiente di lavoro, inducendo un diretto e forte riflesso aggiunto, che condiziona e destruttura in modo costante e negativo l’intera sfera relazionale, familiare, affettiva e amicale degli addetti costretti alla continua modifica dei propri tempi personali ed all’alienazione dall’intero contesto sociale extralavorativo. Tutto ciò non può non conseguire ulteriori e nuovi rischi lavorativi da stress-lavoro correlato che si cumulano - come fattore fortemente moltiplicante dell’insieme degli effetti patologici- a quelli, già noti, gravi ed evidenti, tutti qui esposti e denunciati.


I sottoscritti, come in epigrafe generalizzati, in rappresentanza degli interessi collettivi dei lavoratori ed in ragione delle cariche sindacali ricoperte, alla luce dell’inquietante ed elevata diffusione delle patologie tra gli addetti operai alla Fiat, stabilimento Gianbattista Vico di Pomigliano d’Arco e collegate e/o indotte dagli ambienti e dall’organizzazione del lavoro, nonché in relazione all’allarme sociale suscitato dalla nuova organizzazione del lavoro prospettata dal cosiddetto “piano Marchionne”, presentano un formale


richiedendo l’avvio di tempestive ed efficaci indagini in relazione agli obblighi datoriali di tutela preventiva della salute dei lavoratori, l’ accertamento di eventuali ipotesi di reato e, nel caso, la definizione delle responsabilità ai vari livelli dirigenziali aziendali.
Richiedono inoltre efficaci e congrui accertamenti preventivi atti a scongiurare l’annunciato e prevedibile incremento esponenziale della diffusione delle patologie professionali, da lavoro e correlate dato dai prospettati piani aziendali di radicale modifica delle modalità lavorative.

Nel porgere distinti saluti chiedono di essere avvertiti, come previsto dalla vigente normativa in materia, in caso di improbabile archiviazione del presente atto e si rendono inoltre disponibili a fornire all’ A.G. ogni ulteriore e dettagliata informazione e documentazione necessaria alla indagini e relativa ai fatti tutti qui esposti e denunciati.


Pomigliano d’Arco, 3/5/2010




all’interno di un piano industriale di ristrutturazione globale del Gruppo Fiat, e come da comunicazione datoriale del 27/4/2010 (che si deposita in allegato) l’azienda ha predisposto, per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, l’attivazione di un piano di modifica delle modalità organizzative del lavoro e della metrica collegata. Nell’insieme delle modalità concrete di lavoro, e indipendentemente dall’enfasi mediatica, tale strategia presuppone di fatto il netto ed inaudito restringimento dell’insieme dei diritti dei lavoratori e l’insostenibile peggioramento, intollerabile sul piano psico-fisico, delle condizioni di lavoro, relazionali e sociali degli addetti.

mercoledì 14 luglio 2010

iMPUGNARE DAVANTI AL GIUDICE L'INDECENT WORCK DI POMIGLIANO

Impugnare davanti al Giudice l'indecent work di Pomigliano e di Torino

L'accordo di Pomigliano è un concentrato di illegalità ed un vero e proprio attentato alla salute psico-fisica dei lavoratori tutelata dalla Costituzione, dal Codice Civile, dalla legge 626 sulla sicurezza, dall'OIL. Non si possono trasformare esseri umani in macchinario vivente sottoposti ad un regime lavorativo regolato dal sistema WMC ed Ergo Uas, Dice testualmente l'accordo: "
5) Organizzazione del lavoro

Per riportare il sistema produttivo dello stabilimento Giambattista Vico alle migliori condizioni degli standard internazionali di competitività, si opererà, da un lato, sulle tecnologie e sul prodotto e, dall'altro lato, sul miglioramento dei livelli di prestazione lavorativa con le modalità previste dal sistema WCM e dal sistema Ergo-UAS.

Le soluzioni ergonomiche migliorative, derivanti dall'applicazione del sistema Ergo-UAS, permettono, sulle linee a trazione meccanizzata con scocche in movimento continuo, un regime di tre pause di 10 minuti ciascuna, fruite in modo collettivo, nell'arco del turno di lavoro, che sostituiscono le attuali due pause di 20 minuti ciascuna. Sui tratti di linea meccanizzata denominati 'passo - passo', in cui l'avanzamento è determinato dai lavoratori mediante il cosiddetto 'pulsante di consenso', le soluzioni ergonomiche migliorative permettono un regime di tre pause di 10 minuti ciascuna, fruite in modo collettivo o individuale a scorrimento sulla base delle condizioni tecnico-organizzative, che sostituiscono le attuali due pause di 20 minuti ciascuna. Per tutti i restanti lavoratori diretti e collegati al ciclo produttivo le soluzioni ergonomiche migliorative permettono la conferma della pausa di 20 minuti, da fruire anche in due pause di 10 minuti ciascuna in modo collettivo o individuale a scorrimento.

Con l'avvio del nuovo regime di pause, i 10 minuti di incremento della prestazione lavorativa nell'arco del turno, per gli addetti alle linee a trazione meccanizzata con scocche in movimento continuo e per gli addetti alle linee 'passo-passo' a trazione meccanizzata con 'pulsante di consenso', saranno monetizzati in una voce retributiva specifica denominata 'indennità di prestazione collegata alla presenza'.

L'importo forfetario, da corrispondere solo per le ore di effettiva prestazione lavorativa, con esclusione tra l'altro delle ore di inattività, della mezz'ora di mensa e delle assenze la cui copertura retributiva è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa, per tutti gli aventi diritto, in misura di 0,1813 euro lordi ora. Tale importo è onnicomprensivo ed è escluso dal TFR, dal momento che, in sede di quantificazione, si è tenuto conto di ogni incidenza sugli istituti legali e/o contrattuali e pertanto il suddetto importo forfetario orario è comprensivo di tutti gli istituti legali e/o contrattuali. "

La prestazione lavorativa pretesa dalla Fiat è incompatibile con la tutela della integrità psico-fisica dei lavoratori. Non si possono obbligare persone a lavorare per un intero turno a digiuno ed a ridurre le pause soltanto a due di dieci minuti ciascuno. Bisogna poi vedere la qualità della prestazione che si pretende e che potrebbe causare seri disturbi alla struttura scheletrica, muscolare e nervosa del lavoratore. Non si tratta di picchi di prestazione pretesi una tantum quanto di un regime che deve essere sostenuto per tutti i giorni dell'anno senza alcuna variazione. Credo che l'applicazione del sistema WMC e del sistema Erga Uas pretesi dalla Fiat debbano essere impugnati davanti al Magistrato italiano e davanti agli organismi preposti alla sicurezza del lavoro in Italia e nel mondo.

L'organizzazione del lavoro proposta dalla Fiat va impugnata perchè causerà conseguenze sulla salute dei lavoratori. I sistemi proposti debbono essere banditi dagli stabilimenti perchè fortemente usuranti e possibile causa anche di seri disturbi psichici e fisici.

Credo che si dovrebbe produrre subito un testo di impugnativa dell'accordo di Pomigliano davanti al Giudice per prevenire i danni che potrebbero derivarne dal momento che il lavoratore è costretto alla prestazione perchè non ha alternative e dal momento che l'incauta firma delle organizzazioni sindacali e la negazione delle ragioni addotte dalla Fiom lo hanno privato di una possibilità di difesa e di mediazione

Pietro Ancona

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it

http://www.corriere.it/economia/10_giugno_15/testo-accordo-pomigliano-fiat_76d59230-78ab-11df-9d05-00144f02aabe.shtml


http://www.raggix.it/download/specializzandi_mobbing2.pdf

http://www.wikilabour.it/Default.aspx?Page=OIL&AspxAutoDetectCookieSupport=1

la sanità a Cuba che gli americani non hanno mai avuto e non avranno mai con il liberismo

Sistema sanitario
Il sistema sanitario nazionale è completamente gratuito con dispensa di medicinali a carico dello stato. Fu adottato durante la rivoluzione da Ernesto Guevara, allora ministro dell'industria. Lo stato garantisce il diritto a ricevere attenzione medica,nei seguenti modi: assistenza medica ed ospedaliera gratuita, attraverso la rete di installazione di medici rurali, dei policlinici, ospedali, centri di profilassi e di trattamento specializzato; con lo sviluppo di piani di divulgazione sanitaria e di educazione alla salute, esami medici periodici, vaccinazioni generali ed altre misure di prevenzione delle malattie. in questi programmi e attività collabora tutta la popolazione attraverso organizzazioni sociali. Lo stato cubano concede alla donna lavoratrice, un permesso di maternità retribuito, prima e dopo il parto, e scelte lavorative temporane, compatibili con le sue funzioni materne.

Ogni cubano ha accesso a medici, infermieri, specialisti. Attualmente esistono 22 facoltà di medicina, distribuite in tuttele province del paese. Alcune di queste ricevono solo studenti stranieri, come la Escuela Latinoamericana de Medicina en La Habana (ELAM), e molte altre che attualmente seguono un nuovo modello di educazione basati sulle relazioni con Venezuela nell'ambito del programma di sviluppo sociale e lotta alla povertà in America Latina e Caraibi, denominato ALBA (Alianza Bolivariana para las Américas), dando la possibilità di formarsi a studenti con poche risorse economiche provenienti da Venezuela, Bolivia, Ecuador e Honduras,.

In questo modo Cuba fornisce aiuto medico a molti paesi dell'America Latina. Cuba inoltre ha uno dei più bassi tassi di mortalità infantile del mondo.