domenica 22 gennaio 2012

l'Unione Sovietica venti anni dopo

HIGINIO POLO
El Viejo Topo

VENTI ANNI SENZA L'UNIONE SOVIETICA



DI HIGINIO POLO

El Viejo Topo



La sparizione dell'Unione Sovietica è una delle tre questioni chiave che spiegano la realtà del XXI secolo. Le altre due sono il rafforzamento della Cina e l'inizio della decadenza nordamericana. La dissoluzione dell'URSS si verificò nel clima di crisi e di scontri che si impadronirono della vita sovietica negli ultimi anni del governo di Gorbachev che, malgrado avesse capeggiato un improrogabile processo di rinnovamento, (all’inizio, reclamando il ritorno al leninismo) avviò una disastrosa gestione del governo e una rozza azione politica che aggravò la crisi e facilitò l'azione degli oppositori del sistema socialista.



Le dispute tra Yeltsin e Gorbachev, il premeditato e precipitoso smantellamento delle strutture sovietiche e dell'organizzazione del Partito Comunista furono accompagnate da rivendicazioni nazionaliste che iniziarono in Armenia e si estesero a macchia di olio nelle altre repubbliche dell'Unione, mentre si aggravava la crisi economica, i rifornimenti scarseggiavano e i legami economici tra le differenti parti dell'Unione incominciavano a deteriorarsi. I problemi che dovette affrontare Gorbachev erano molti, e la sua gestione li rese peggiori: l'aspirazione a una maggiore libertà dall'autoritarismo sovietico e un cocktail esplosivo di cattivi raccolti, di un’inflazione galoppante, del calo della produzione industriale, della mancanza di alimenti e medicine, della scarsità di materie prime, di una riforma monetaria introdotta dall'incompetente Valentin Pavlov nel gennaio del 1991, insieme alle ambizioni personali di molti dirigenti politici e agli sconquassi dell'economia socialista e dello stallo della nuova economia privata, aumentarono il malessere della popolazione.

Nel maggio del 1990 Yeltsin divenne presidente del parlamento (il Soviet supremo) della Federazione Russa, annunciando il proposito di dichiarare la sovranità della repubblica russa, contribuendo così all'aumento della tensione e delle pressioni scissioniste che già premevano sui dirigenti delle repubbliche baltiche.

Poco dopo, nel giugno del 1990, il congresso dei deputati approvò una "dichiarazione di sovranità" che proclamava la supremazia delle leggi russe su quelle sovietiche. Era un siluro indirizzato sulla rotta della grande nave sovietica. Sorprendentemente, la dichiarazione fu approvata da 907 deputati e solo 13 votarono contro. Il 16 giugno il parlamento russo, su proposta di Yeltsin, annullò la funzione dirigenziale del Partito Comunista. Egor Ligachov, uno dei dirigenti contrari a Yeltsin e alla deriva di Gorbachev, dichiarò che il processo intrapreso era molto pericoloso e che avrebbe portato al "crollo" dell'URSS. Furono parole profetiche. Yeltsin, una volta liquidata l'Unione, nel 1992 trasformò questa data in festa nazionale russa, mentre, giustamente, i comunisti oggi la considerano un "giorno nero" per il paese.

Le tensioni nazionaliste svolsero un ruolo importante nella distruzione dell'URSS; a volte, con oscure operazioni che la storiografia non ha analizzato ancora con rigore. Un esempio può essere sufficiente: il 13 gennaio del 1991 ci fu un massacro davanti al ripetitore televisivo di Vilnius, la capitale lituana. Tredici civili e un militare del KGB rimasero uccisi e la stampa internazionale etichettò l’accaduto come una "brutale repressione sovietica", come poi titolarono molti giornali.

Il presidente nordamericano George Bush criticò l'operato di Mosca, mentre la Francia e la Germania, come la NATO, espressero dure parole di condanna: il mondo fu inorridito dall’estrema violenza del governo sovietico che si stava scontrando col governo nazionalista lituano, che in quel momento controllava il Sajudis, diretto da Vytautas Landsbergis. Sette giorni dopo, il 20 gennaio, una nutrita manifestazione a Mosca chiese le dimissioni di Gorbachev, mentre Yeltsin li accusava di incitare l’odio nazionalista, accusa assolutamente falsa. Un'ondata di proteste contro Gorbachev e il PCUS, in solidarietà coi governi nazionalisti del Baltico, scosse molte città dell'Unione Sovietica.

Tuttavia, ora sappiamo che, ad esempio, Audrius Butkevičius, membro del Sajudis e responsabile della sicurezza nel governo nazionalista lituano, e poi ministro della Difesa, si è pavoneggiato davanti alla stampa per il suo ruolo nella preparazione di quegli avvenimenti che avevano l'obiettivo di screditare l'Esercito sovietico e il KGB: alla fine ha riconosciuto che già sapeva che ci sarebbero state delle vittime davanti al ripetitore della televisione, e ora sappiamo che i morti furono colpiti dai cecchini appostati sui tetti degli edifici visto che gli spari non avevano una traiettoria orizzontale, come sarebbe avvenuto nel caso di un attacco delle truppe sovietiche che erano di fronte all'ingresso del ripetitore.

Butkevičius ha riconosciuto anni dopo che alcuni membri del DPT (Dipartimento di Protezione del Territorio, l'embrione dell'esercito creato dal governo nazionalista) che si trovavano sulla torre della televisione, spararono alla folla. Non si cerca di elaborare una teoria della cospirazione per la caduta dell'URSS, ma ci furono provocazioni e i piani di destabilizzazione. E ci furono anche le tensioni nazionaliste, per cui queste provocazioni agirono su un terreno già fertile, eccitando la passione e lo scontro.

Nel marzo del 1991 ci fu il referendum sul mantenimento dell'URSS, in questo clima di tensioni nazionaliste. I governi di sei repubbliche si rifiutarono di organizzare la consultazione (le tre baltiche che avevano dichiarato già la propria indipendenza, anche se non era ancora effettiva, e l’Armena,la Georgia e la Moldavia) e ciò nonostante l'80 per cento degli elettori sovietici partecipò, e il 76,4% si espresse a favore della conservazione e il 21,4 votò contro, una quota che comprende le repubbliche dove non fu convocato il referendum.

Lo schiacciante risultato a favore del mantenimento dell'URSS fu ignorato dalle forze che lavoravano alla rottura, dai nazionalisti e dai "riformatori" che controllavano già buona parte delle strutture di potere, come le istituzioni russe. Yeltsin, da presidente del parlamento russo, sviluppò un doppio gioco: non si oppose pubblicamente al mantenimento dell'Unione, ma cospirò attivamente con altre repubbliche per distruggerla.

In realtà, una delle ragioni, se non la più importante, per la convocazione del referendum del marzo del 1991 fu il tentativo del governo centrale di Gorbachev di limitare la voracità dei circoli di potere di alcuni repubbliche e, soprattutto, di frenare la sconsiderata corsa di Yeltsin verso il rafforzamento del proprio potere, che aveva bisogno della distruzione del potere centrale rappresentato da Gorbachev e dal governo sovietico. Senza dimenticare che, nel clima di confusione e scontento, la demagogia di Yeltsin conquistò molti seguaci.

Così, prima del tentativo di colpo di stato dell'estate del 1991, Yeltsin riconobbe a luglio l'indipendenza della Lituania, con una palese provocazione rivolta al governo sovietico che vide Gorbachev incapace di rispondere. I dirigenti delle repubbliche vollero consolidare il proprio potere senza dover rendere conto al centro federale, e per questo avevano bisogno della rottura dell'Unione Sovietica.

Una parte dei sostenitori del mantenimento dell'URSS facilitò con la propria goffaggine i progressi della coalizione segreta tra nazionalisti e "riformatori" liberali che stavano anche ricevendo il sostegno da parte di quei settori dell’economia privata che iniziarono a prosperare sotto Gorbachev, e perfino dal mondo della delinquenza che subodorava l’eventualità di prolifici commerci, per non parlare dei dirigenti del PCUS, come Alexander Yakovlev, che lavoravano attivamente per distruggere il partito.

Alla vigilia del giorno fissato per la firma del nuovo trattato dell'Unione, i golpisti fecero la comparsa con un Comitato statale per la situazione di emergenza nell'URSS. Il comitato contava sul vicepresidente Guennadi Yanaev, il primo ministro Pavlov, il ministro della Difesa Yazov, il presidente del KGB Kriuchkov, il ministro dell'Interno Boris Pugo, e su altri dirigenti, come Baklanov e Tiziakov. Il fallimento del golpe dell’agosto 1991, favorito da settori del PCUS contrari alla politica di Gorbachev, servì da volano per la controrivoluzione e incoraggiò le forze che propugnavano, ancora senza esprimerlo pubblicamente, la dissoluzione dell'URSS.

L'improvvisazione dei golpisti, malgrado potessero contare sul responsabile del KGB e sul ministro della Difesa, giunse addirittura ad annunciare il golpe prima ancora di muovere le truppe che avrebbero dovuto appoggiarli: non chiusero neppure gli aeroporti, non requisirono i mezzi di comunicazione, non fermarono Yeltsin e gli altri dirigenti riformisti, e la stampa internazionale poté quindi muoversi a suo piacimento.

I servizi segreti nordamericani confermarono l'incredibile improvvisazione del colpo di stato e l'assenza di importanti movimenti di truppe che avrebbero potuto sostenerlo. In realtà, la goffaggine marchiana dei golpisti andò a favore favorevole dei settori anticomunisti che posero fine all'URSS: anche se asseriscono l’opposto, la loro azione, come quella di Gorbachev, facilitò la strada ai sostenitori della restaurazione capitalista.

Dopo il fallimento del golpe, Yeltsin accelero i passi: il 24 agosto riconobbe l'indipendenza dell'Estonia e della Lettonia. E non fu solo Yeltsin a svolgere le prime fasi della proibizione del comunismo, anche Gorbachev fu incapace di opporsi alle pressioni della destra. Il 24 agosto del 1991, Gorbachev annunciò le sue dimissioni da segretario generale del PCUS, la dissoluzione del comitato centrale del partito e il divieto delle attività delle cellule comuniste nell'esercito, nel KGB, nel ministero dell'Interno, così come la confisca di tutte le sue proprietà.

Il PCUS rimase senza organizzazione e risorse. Non ci furono limiti alla rivincita anticomunista. Yeltsin proibì la pubblicazione di tutti i giornali e pubblicazioni comuniste. La debolezza di Gorbachev era già evidente, al punto che Yeltsin, presidente della repubblica russa, fu capace di imporre ministri di sua fiducia al proprio presidente sovietico alla Difesa e all’Interno, le posizioni chiave nella critica situazione di quel momento.

Yeltsin aveva bandito il PCUS in Russia e pignorato i suoi archivi (che, di fatto, erano le centrali del partito comunista) e altre repubbliche lo imitarono (Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania si affrettarono a proibire il partito comunista e chiedere agli Stati Uniti un appoggio per la loro indipendenza), mentre il sindaco "riformista" di Mosca pignorò e pose i sigilli agli edifici comunisti nella capitale. Da parte sua, Kravchuk annunciò il 24 agosto l’abbandono dal proprio incarico nel PCUS e nel Partito Comunista Ucraino. Yeltsin, che contava su un importante sostegno sociale, si astenne accuratamente dal rivelare il suo proposito di restaurare il capitalismo.

La sfrenata corsa verso il disastro proseguì nei mesi finali del 1991. Il referendum celebrato in Ucraina il 1° dicembre del 1991 poté contare sul controllo dell'apparato di Kravchuk, che fino a pochi mesi prima era il segretario comunista della repubblica riconvertitosi in nazionalista e guida dell'indipendenza ucraina.

Dopo i risultati, nel giorno successivo Kravchuk annunciò il suo veto per firmare il Trattato dell'Unione col resto delle repubbliche sovietiche. Kravchuk fu il prototipo del perfetto opportunista, pronto ad adottare qualunque ideologia per conservare la sua posizione: nell’agosto del 1991, nel tentativo di golpe contro Gorbachev, non chiarì bene la propria posizione, e non appoggiò né Yeltsin né Gorbachev, ma dopo il fallimento adottò una posizione nazionalista, abbandonò il partito comunista e si iniziò a reclamare l'indipendenza dell’Ucraina. Era un professionista del potere che intuì gli avvenimenti, pur essendo stato eletto presidente del parlamento ucraino nel 1990 dai deputati comunisti, dopo il fallimento del colpo abbandonò il comunismo. A questo punto le cose precipitarono. Se alcuni mesi prima, il 17 marzo del 1991, la popolazione ucraina aveva appoggiato a maggioranza il mantenimento dell'URSS (l’83 per cento votò a favore e solo il 16 per cento contro), la massiccia campagna del potere controllato da Kravchuk riuscì in un miracolo e, otto mesi dopo, la popolazione ucraina appoggiò la dichiarazione d’indipendenza del parlamento al 90 per cento, con una partecipazione dell’84 per cento.

Yeltsin annunciò, a pretesto, che se l’Ucraina non avesse firmato il nuovo trattato dell'Unione, non lo avrebbe fatto neppure la Russia: fu l'esplosione senza controllo dell'URSS. Alle spalle ci fu un intenso lavoro occidentale: due giorni dopo il referendum ucraino del 1° dicembre, Kravchuk parlò con Bush del riconoscimento dell'indipendenza: anche se Washington mantenne una certa cautela ufficiale per non intorbidire le relazioni con Mosca, la sua diplomazia e i servizi segreti lavorarono con forza appoggiando le forze scissioniste.

Anche Ungheria e Polonia, già diventati paesi satellite di Washington, riconobbero l’Ucraina. Yeltsin fece il suo, già lanciato nella distruzione dell'URSS. Subito dopo, fu avviato il piano per dissolvere l'Unione Sovietica, in un'operazione capeggiata da Yeltsin, Kravchuk e dal bielorusso Shushkevich l’8 dicembre del 1991 che si riunirono nella residenza di Viskuli, nella riserva naturale bielorussa di Belovezhskaya Puscha, dove proclamarono la dissoluzione dell'URSS, affrettandosi di informare George Bush per ottenere la sua approvazione.

Mancano molte informazioni per indagare su quell'operazione, anche se i protagonisti vivente, come Shushkevich, insistono nel dire che la dissoluzione dell'URSS non fu preparata in anticipo e che fu decisa all’improvviso. Il presidente bielorusso fu incaricato di comunicare l'accordo a un Gorbachev impotente e superato dagli avvenimenti - che già sapeva che si sarebbe tenuta la riunione a Viskuli - e gli rese noto, inoltre, che George Bush aveva acconsentito alla decisione. La rapida successione degli avvenimenti - la firma del 21 dicembre ad Almaty da parte di undici repubbliche sovietiche dei verbali per la creazione della CSI, le dimissioni di Gorbachev quattro giorni dopo e il ritiro simbolico della bandiera rossa sovietica dal Cremlino - segnarono il fine dell'Unione Sovietica.

In una corsa senza freni di richieste nazionaliste, molte forze politiche, che erano cresciute difendendo la perestroika, reclamarono la sovranità e l’indipendenza, asserendo che la singole repubbliche avrebbero iniziato un nuovo cammino verso la prosperità e il progresso, senza i limiti dovuti all'appartenenza all'Unione Sovietica.

Dal Caucaso alle repubbliche baltiche, passando per Ucraina, Bielorussia e Moldavia (con l'eccezione delle repubbliche centroasiatiche), la gran parte dei protagonisti di quel momento si affrettarono a rompere i legami sovietici per impadronirsi del potere nelle proprie repubbliche.

Un'alleanza tacita tra settori nazionalisti e liberali (che avrebbero dovuto illuminare la via verso la libertà e la prosperità), tra vecchi dissidenti, alti funzionari dello Stato e direttori di fabbriche e agglomerati industriali, opportunisti del PCUS, dirigenti comunisti riconvertiti a gran velocità per mantenere il proprio status (Yeltsin l'aveva fatto già, e gli si accodarono Yakovlev, Kravchuk, Shushkevich, Nazarbayev, Aliev, Shevardnadze, Karimov, eccetera), settori comunisti disorientati e ambiziosi capi militari disposti a tutto (perfino a tradire il proprio giuramento, per mantenersi nella graduatoria o per dirigere gli eserciti di ogni repubblica) confluirono nell’iniziativa di demolizione dell'URSS.

Con tutto il potere nelle sue mani e col partito comunista disarticolato e bandito, Yeltsin e i dirigenti delle repubbliche si lanciarono al recupero del bottino, alla privatizzazione selvaggia, al furto della proprietà pubblica.

Non ci furono freni. Dopo, per schiacciare la resistenza verso la deriva capitalista, sarebbe arrivato il colpo di Stato di Yeltsin nel 1993 che ha inaugurato la via militare al capitalismo, il sanguinante massacro per le strade di Mosca, il bombardamento del Parlamento (qualcosa di inaudito nell'Europa dopo il 1945, un fatto che fece inorridire il mondo, ma che fu appoggiato dai i governi di Washington, Parigi, Berlino e Londra) e, alla fine, la manipolazione e il furto delle elezioni del 1996 in Russia, che furono cinte dal candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov.

La distruzione dell'URSS fece cadere in povertà milioni di persone, distrusse l'industria sovietica, disarticolò in toto la complessa struttura scientifica del paese, distrusse la sanità e l'educazione pubbliche e portò all'esplosione di guerre civili in varie repubbliche, molte delle quali caddero nelle mani di satrapi e dittatori.

È lampante che ci fosse un'evidente insoddisfazione tra una parte importante della popolazione sovietica, insoddisfazione che affondava le radici negli anni della repressione stalinista e che si acutizzò per l'ossessivo controllo della popolazione, e, ancor di più, per la disorganizzazione progressiva e la mancanza di alimenti e forniture che caratterizzarono gli ultimi anni sotto Gorbachev, ma la dissoluzione peggiorò tutti questi aspetti. Questa parte di popolazione era disposta a credere persino le bugie che dilagavano in URSS, diffuse a volte dai mezzi di comunicazione occidentali.

Nelle analisi e nella storiografia che si è costruita in questi vent’anni, è stato un luogo comune l’interrogarsi sulle ragioni dell’assenza di risposta del paese sovietico di fronte alla dissoluzione dell'URSS. Vent’anni dopo, lo sguardo d’insieme è più chiaro: l'acutizzazione della crisi paralizzò buona parte delle forze del paese, le dispute nazionaliste centrarono il dibattito sui supposti vantaggi della dissoluzione dell'Unione (tutte le repubbliche, perfino quella russa o almeno i suoi dirigenti, asserirono che le altre si stavano approfittando delle proprie risorse, che fossero agricole o minerarie, industriali o dei servizi, e che la separazione avrebbe provocato il superamento della crisi e l'inizio di una nuova prosperità) e l'ambizione politica di molti dirigenti, nuovi o vecchi, verteva sulla creazione di nuovi centri di potere, di nuove repubbliche.

Inoltre, nessuno poteva organizzare la resistenza, perché i principali dirigenti dello Stato stavano capeggiando l'operazione di smantellamento (in modo attivo come Yeltsin, o in modo passivo come Gorbachev) e il partito comunista era stato bandito e le sue organizzazioni smantellate. Il PCUS si era fuso nel corso degli anni con la struttura dello Stato, e questa situazione gli dava forza, ma anche debolezza: quando fu vietato, i milioni di militanti rimasero orfani, senza iniziativa, e molti di essi rimasero in attesa, impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti.

Nel passato, questi dirigenti opportunisti (come Yeltsin, Aliev, Nazarbayev, presidente del Kazakistan dalla sparizione dell'URSS, la cui dittatura ha appena proibito l'attività del nuovo Partito Comunista Kazako) dovevano agire nell’ambito del partito unico, e di alcune leggi e di una costituzione che li obbligarono a sviluppare una politica favorevole agli interessi popolari.

Il collasso dell'Unione mostrò il suo vero carattere, trasformandosi nel saccheggio della proprietà pubblica e configurando regimi repressivi, dittatoriali e populisti, che ricevettero l'immediato appoggio dei paesi capitalisti occidentali. Con una sinistra ironia, i dirigenti che furono protagonisti del più grande furto della storia furono presentati dalla stampa russa e da quella occidentale come "progressisti" e "innovatori", mentre chi cercò di salvare l'URSS e di mantenere le conquiste sociali della popolazione furono ostracizzati come "conservatori" e "immobilisti".

Questi progressisti si sarebbero poi lanciati verso una sfrenata predazione delle ricchezze pubbliche, rubando a piene mani, con i "liberatori" e i "progressisti" che avrebbero guidato la più grande truffa della storia e un massacro di dimensioni terrificanti, non solo per il bombardamento del Parlamento, ma anche per un'operazione di ingegneria sociale (la privatizzazione selvaggia) che ha causato la morte di milioni di persone.

Un aspetto secondario del tema di cui ci stiamo occupando, ma rilevante per le implicazioni nel futuro, è la questione di chi guadagnò dalla sparizione dell'URSS. Naturalmente, non fu la popolazione sovietica che, vent’anni dopo, ha ancora un tenore di vita inferiore a quello che aveva raggiunto sotto l'URSS. Tre esempi possono bastare: la Russia aveva centocinquanta milioni di abitanti, e ora ne ha appena centoquarantadue; la Lituania che contava nel 1991 tre milioni e settecentomila abitanti, ora raggiunge solo i due milioni e mezzo; l’Ucraina, che ne aveva cinquanta milioni, oggi arriva a quarantacinque. Oltre ai milioni di morti, la speranza di vita è diminuita in tutte le repubbliche. La sparizione dell'URSS fu una catastrofe per la popolazione che cadde in mani di delinquenti, di satrapi, di ladri, molti dei quali ora riconvertiti in "rispettabili imprenditori e politici". Gli Stati Uniti si affrettarono a cantare vittoria, e tutto sembrava indicarlo: il suo principale rivale ideologico e strategico aveva smesso di esistere. Ma, se Washington guadagnò sul momento, la sua disastrosa gestione di un mondo unipolare diede inizio alla propria crisi: la sua decadenza, anche se relativa, è un fatto e il ripiegamento militare in tutto il mondo si aggraverà, a dispetto dei voleri dei governanti.

Vent’anni dopo, l'Unione Sovietica è ancora presente nella memoria dei suoi cittadini, tanto tra i veterani come tra le nuove generazioni. Olga Onoiko, una giovane scrittrice di ventisei anni che ha guadagnato il prestigioso premio Debut, ha affermato alcuni mesi fa, con un'ingenuità che rivela anche la coscienza di una gran perdita: "L'Unione Sovietica appare nella mia mente come un paese grande e bello, un paese soleggiato e festante, il paese dei sogni della mia infanzia, con un chiaro cielo azzurro e bandiere rosse che sventolano." Da parte sua, Irina Antonova, una donna eccezionale di ottantanove anni, direttrice del celebre Museo Pushkin di Mosca, ha aggiunto: "L'epoca di Stalin fu un momento duro per la cultura e per il paese. Ma poi ho visto, tempo dopo, un gran paese che si è perso in modo involontario e non necessaria. [...] A volte mi dico che voglio solo andare all'altro mondo dopo aver visto di nuovo un germoglio di qualcosa di nuovo, qualcosa di realmente nuovo. Un Picasso che trasformi questa realtà dall'arte, dalla bellezza e dall'emozione umana. Ma la cultura di massa ha divorato tutto. Ha abbassato il nostro livello. Anche se passerà. È solo un periodo brutto. E lo supereremo.”

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VENTI ANNI SENZA L'UNIONE SOVIETICA

Postato il Sabato, 21 gennaio @ 21:35:00 CST di supervice



DI HIGINIO POLO

El Viejo Topo



La sparizione dell'Unione Sovietica è una delle tre questioni chiave che spiegano la realtà del XXI secolo. Le altre due sono il rafforzamento della Cina e l'inizio della decadenza nordamericana. La dissoluzione dell'URSS si verificò nel clima di crisi e di scontri che si impadronirono della vita sovietica negli ultimi anni del governo di Gorbachev che, malgrado avesse capeggiato un improrogabile processo di rinnovamento, (all’inizio, reclamando il ritorno al leninismo) avviò una disastrosa gestione del governo e una rozza azione politica che aggravò la crisi e facilitò l'azione degli oppositori del sistema socialista.



Le dispute tra Yeltsin e Gorbachev, il premeditato e precipitoso smantellamento delle strutture sovietiche e dell'organizzazione del Partito Comunista furono accompagnate da rivendicazioni nazionaliste che iniziarono in Armenia e si estesero a macchia di olio nelle altre repubbliche dell'Unione, mentre si aggravava la crisi economica, i rifornimenti scarseggiavano e i legami economici tra le differenti parti dell'Unione incominciavano a deteriorarsi. I problemi che dovette affrontare Gorbachev erano molti, e la sua gestione li rese peggiori: l'aspirazione a una maggiore libertà dall'autoritarismo sovietico e un cocktail esplosivo di cattivi raccolti, di un’inflazione galoppante, del calo della produzione industriale, della mancanza di alimenti e medicine, della scarsità di materie prime, di una riforma monetaria introdotta dall'incompetente Valentin Pavlov nel gennaio del 1991, insieme alle ambizioni personali di molti dirigenti politici e agli sconquassi dell'economia socialista e dello stallo della nuova economia privata, aumentarono il malessere della popolazione.

Nel maggio del 1990 Yeltsin divenne presidente del parlamento (il Soviet supremo) della Federazione Russa, annunciando il proposito di dichiarare la sovranità della repubblica russa, contribuendo così all'aumento della tensione e delle pressioni scissioniste che già premevano sui dirigenti delle repubbliche baltiche.

Poco dopo, nel giugno del 1990, il congresso dei deputati approvò una "dichiarazione di sovranità" che proclamava la supremazia delle leggi russe su quelle sovietiche. Era un siluro indirizzato sulla rotta della grande nave sovietica. Sorprendentemente, la dichiarazione fu approvata da 907 deputati e solo 13 votarono contro. Il 16 giugno il parlamento russo, su proposta di Yeltsin, annullò la funzione dirigenziale del Partito Comunista. Egor Ligachov, uno dei dirigenti contrari a Yeltsin e alla deriva di Gorbachev, dichiarò che il processo intrapreso era molto pericoloso e che avrebbe portato al "crollo" dell'URSS. Furono parole profetiche. Yeltsin, una volta liquidata l'Unione, nel 1992 trasformò questa data in festa nazionale russa, mentre, giustamente, i comunisti oggi la considerano un "giorno nero" per il paese.

Le tensioni nazionaliste svolsero un ruolo importante nella distruzione dell'URSS; a volte, con oscure operazioni che la storiografia non ha analizzato ancora con rigore. Un esempio può essere sufficiente: il 13 gennaio del 1991 ci fu un massacro davanti al ripetitore televisivo di Vilnius, la capitale lituana. Tredici civili e un militare del KGB rimasero uccisi e la stampa internazionale etichettò l’accaduto come una "brutale repressione sovietica", come poi titolarono molti giornali.

Il presidente nordamericano George Bush criticò l'operato di Mosca, mentre la Francia e la Germania, come la NATO, espressero dure parole di condanna: il mondo fu inorridito dall’estrema violenza del governo sovietico che si stava scontrando col governo nazionalista lituano, che in quel momento controllava il Sajudis, diretto da Vytautas Landsbergis. Sette giorni dopo, il 20 gennaio, una nutrita manifestazione a Mosca chiese le dimissioni di Gorbachev, mentre Yeltsin li accusava di incitare l’odio nazionalista, accusa assolutamente falsa. Un'ondata di proteste contro Gorbachev e il PCUS, in solidarietà coi governi nazionalisti del Baltico, scosse molte città dell'Unione Sovietica.

Tuttavia, ora sappiamo che, ad esempio, Audrius Butkevičius, membro del Sajudis e responsabile della sicurezza nel governo nazionalista lituano, e poi ministro della Difesa, si è pavoneggiato davanti alla stampa per il suo ruolo nella preparazione di quegli avvenimenti che avevano l'obiettivo di screditare l'Esercito sovietico e il KGB: alla fine ha riconosciuto che già sapeva che ci sarebbero state delle vittime davanti al ripetitore della televisione, e ora sappiamo che i morti furono colpiti dai cecchini appostati sui tetti degli edifici visto che gli spari non avevano una traiettoria orizzontale, come sarebbe avvenuto nel caso di un attacco delle truppe sovietiche che erano di fronte all'ingresso del ripetitore.

Butkevičius ha riconosciuto anni dopo che alcuni membri del DPT (Dipartimento di Protezione del Territorio, l'embrione dell'esercito creato dal governo nazionalista) che si trovavano sulla torre della televisione, spararono alla folla. Non si cerca di elaborare una teoria della cospirazione per la caduta dell'URSS, ma ci furono provocazioni e i piani di destabilizzazione. E ci furono anche le tensioni nazionaliste, per cui queste provocazioni agirono su un terreno già fertile, eccitando la passione e lo scontro.

Nel marzo del 1991 ci fu il referendum sul mantenimento dell'URSS, in questo clima di tensioni nazionaliste. I governi di sei repubbliche si rifiutarono di organizzare la consultazione (le tre baltiche che avevano dichiarato già la propria indipendenza, anche se non era ancora effettiva, e l’Armena,la Georgia e la Moldavia) e ciò nonostante l'80 per cento degli elettori sovietici partecipò, e il 76,4% si espresse a favore della conservazione e il 21,4 votò contro, una quota che comprende le repubbliche dove non fu convocato il referendum.

Lo schiacciante risultato a favore del mantenimento dell'URSS fu ignorato dalle forze che lavoravano alla rottura, dai nazionalisti e dai "riformatori" che controllavano già buona parte delle strutture di potere, come le istituzioni russe. Yeltsin, da presidente del parlamento russo, sviluppò un doppio gioco: non si oppose pubblicamente al mantenimento dell'Unione, ma cospirò attivamente con altre repubbliche per distruggerla.

In realtà, una delle ragioni, se non la più importante, per la convocazione del referendum del marzo del 1991 fu il tentativo del governo centrale di Gorbachev di limitare la voracità dei circoli di potere di alcuni repubbliche e, soprattutto, di frenare la sconsiderata corsa di Yeltsin verso il rafforzamento del proprio potere, che aveva bisogno della distruzione del potere centrale rappresentato da Gorbachev e dal governo sovietico. Senza dimenticare che, nel clima di confusione e scontento, la demagogia di Yeltsin conquistò molti seguaci.

Così, prima del tentativo di colpo di stato dell'estate del 1991, Yeltsin riconobbe a luglio l'indipendenza della Lituania, con una palese provocazione rivolta al governo sovietico che vide Gorbachev incapace di rispondere. I dirigenti delle repubbliche vollero consolidare il proprio potere senza dover rendere conto al centro federale, e per questo avevano bisogno della rottura dell'Unione Sovietica.

Una parte dei sostenitori del mantenimento dell'URSS facilitò con la propria goffaggine i progressi della coalizione segreta tra nazionalisti e "riformatori" liberali che stavano anche ricevendo il sostegno da parte di quei settori dell’economia privata che iniziarono a prosperare sotto Gorbachev, e perfino dal mondo della delinquenza che subodorava l’eventualità di prolifici commerci, per non parlare dei dirigenti del PCUS, come Alexander Yakovlev, che lavoravano attivamente per distruggere il partito.

Alla vigilia del giorno fissato per la firma del nuovo trattato dell'Unione, i golpisti fecero la comparsa con un Comitato statale per la situazione di emergenza nell'URSS. Il comitato contava sul vicepresidente Guennadi Yanaev, il primo ministro Pavlov, il ministro della Difesa Yazov, il presidente del KGB Kriuchkov, il ministro dell'Interno Boris Pugo, e su altri dirigenti, come Baklanov e Tiziakov. Il fallimento del golpe dell’agosto 1991, favorito da settori del PCUS contrari alla politica di Gorbachev, servì da volano per la controrivoluzione e incoraggiò le forze che propugnavano, ancora senza esprimerlo pubblicamente, la dissoluzione dell'URSS.

L'improvvisazione dei golpisti, malgrado potessero contare sul responsabile del KGB e sul ministro della Difesa, giunse addirittura ad annunciare il golpe prima ancora di muovere le truppe che avrebbero dovuto appoggiarli: non chiusero neppure gli aeroporti, non requisirono i mezzi di comunicazione, non fermarono Yeltsin e gli altri dirigenti riformisti, e la stampa internazionale poté quindi muoversi a suo piacimento.

I servizi segreti nordamericani confermarono l'incredibile improvvisazione del colpo di stato e l'assenza di importanti movimenti di truppe che avrebbero potuto sostenerlo. In realtà, la goffaggine marchiana dei golpisti andò a favore favorevole dei settori anticomunisti che posero fine all'URSS: anche se asseriscono l’opposto, la loro azione, come quella di Gorbachev, facilitò la strada ai sostenitori della restaurazione capitalista.

Dopo il fallimento del golpe, Yeltsin accelero i passi: il 24 agosto riconobbe l'indipendenza dell'Estonia e della Lettonia. E non fu solo Yeltsin a svolgere le prime fasi della proibizione del comunismo, anche Gorbachev fu incapace di opporsi alle pressioni della destra. Il 24 agosto del 1991, Gorbachev annunciò le sue dimissioni da segretario generale del PCUS, la dissoluzione del comitato centrale del partito e il divieto delle attività delle cellule comuniste nell'esercito, nel KGB, nel ministero dell'Interno, così come la confisca di tutte le sue proprietà.

Il PCUS rimase senza organizzazione e risorse. Non ci furono limiti alla rivincita anticomunista. Yeltsin proibì la pubblicazione di tutti i giornali e pubblicazioni comuniste. La debolezza di Gorbachev era già evidente, al punto che Yeltsin, presidente della repubblica russa, fu capace di imporre ministri di sua fiducia al proprio presidente sovietico alla Difesa e all’Interno, le posizioni chiave nella critica situazione di quel momento.

Yeltsin aveva bandito il PCUS in Russia e pignorato i suoi archivi (che, di fatto, erano le centrali del partito comunista) e altre repubbliche lo imitarono (Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania si affrettarono a proibire il partito comunista e chiedere agli Stati Uniti un appoggio per la loro indipendenza), mentre il sindaco "riformista" di Mosca pignorò e pose i sigilli agli edifici comunisti nella capitale. Da parte sua, Kravchuk annunciò il 24 agosto l’abbandono dal proprio incarico nel PCUS e nel Partito Comunista Ucraino. Yeltsin, che contava su un importante sostegno sociale, si astenne accuratamente dal rivelare il suo proposito di restaurare il capitalismo.

La sfrenata corsa verso il disastro proseguì nei mesi finali del 1991. Il referendum celebrato in Ucraina il 1° dicembre del 1991 poté contare sul controllo dell'apparato di Kravchuk, che fino a pochi mesi prima era il segretario comunista della repubblica riconvertitosi in nazionalista e guida dell'indipendenza ucraina.

Dopo i risultati, nel giorno successivo Kravchuk annunciò il suo veto per firmare il Trattato dell'Unione col resto delle repubbliche sovietiche. Kravchuk fu il prototipo del perfetto opportunista, pronto ad adottare qualunque ideologia per conservare la sua posizione: nell’agosto del 1991, nel tentativo di golpe contro Gorbachev, non chiarì bene la propria posizione, e non appoggiò né Yeltsin né Gorbachev, ma dopo il fallimento adottò una posizione nazionalista, abbandonò il partito comunista e si iniziò a reclamare l'indipendenza dell’Ucraina. Era un professionista del potere che intuì gli avvenimenti, pur essendo stato eletto presidente del parlamento ucraino nel 1990 dai deputati comunisti, dopo il fallimento del colpo abbandonò il comunismo. A questo punto le cose precipitarono. Se alcuni mesi prima, il 17 marzo del 1991, la popolazione ucraina aveva appoggiato a maggioranza il mantenimento dell'URSS (l’83 per cento votò a favore e solo il 16 per cento contro), la massiccia campagna del potere controllato da Kravchuk riuscì in un miracolo e, otto mesi dopo, la popolazione ucraina appoggiò la dichiarazione d’indipendenza del parlamento al 90 per cento, con una partecipazione dell’84 per cento.

Yeltsin annunciò, a pretesto, che se l’Ucraina non avesse firmato il nuovo trattato dell'Unione, non lo avrebbe fatto neppure la Russia: fu l'esplosione senza controllo dell'URSS. Alle spalle ci fu un intenso lavoro occidentale: due giorni dopo il referendum ucraino del 1° dicembre, Kravchuk parlò con Bush del riconoscimento dell'indipendenza: anche se Washington mantenne una certa cautela ufficiale per non intorbidire le relazioni con Mosca, la sua diplomazia e i servizi segreti lavorarono con forza appoggiando le forze scissioniste.

Anche Ungheria e Polonia, già diventati paesi satellite di Washington, riconobbero l’Ucraina. Yeltsin fece il suo, già lanciato nella distruzione dell'URSS. Subito dopo, fu avviato il piano per dissolvere l'Unione Sovietica, in un'operazione capeggiata da Yeltsin, Kravchuk e dal bielorusso Shushkevich l’8 dicembre del 1991 che si riunirono nella residenza di Viskuli, nella riserva naturale bielorussa di Belovezhskaya Puscha, dove proclamarono la dissoluzione dell'URSS, affrettandosi di informare George Bush per ottenere la sua approvazione.

Mancano molte informazioni per indagare su quell'operazione, anche se i protagonisti vivente, come Shushkevich, insistono nel dire che la dissoluzione dell'URSS non fu preparata in anticipo e che fu decisa all’improvviso. Il presidente bielorusso fu incaricato di comunicare l'accordo a un Gorbachev impotente e superato dagli avvenimenti - che già sapeva che si sarebbe tenuta la riunione a Viskuli - e gli rese noto, inoltre, che George Bush aveva acconsentito alla decisione. La rapida successione degli avvenimenti - la firma del 21 dicembre ad Almaty da parte di undici repubbliche sovietiche dei verbali per la creazione della CSI, le dimissioni di Gorbachev quattro giorni dopo e il ritiro simbolico della bandiera rossa sovietica dal Cremlino - segnarono il fine dell'Unione Sovietica.

In una corsa senza freni di richieste nazionaliste, molte forze politiche, che erano cresciute difendendo la perestroika, reclamarono la sovranità e l’indipendenza, asserendo che la singole repubbliche avrebbero iniziato un nuovo cammino verso la prosperità e il progresso, senza i limiti dovuti all'appartenenza all'Unione Sovietica.

Dal Caucaso alle repubbliche baltiche, passando per Ucraina, Bielorussia e Moldavia (con l'eccezione delle repubbliche centroasiatiche), la gran parte dei protagonisti di quel momento si affrettarono a rompere i legami sovietici per impadronirsi del potere nelle proprie repubbliche.

Un'alleanza tacita tra settori nazionalisti e liberali (che avrebbero dovuto illuminare la via verso la libertà e la prosperità), tra vecchi dissidenti, alti funzionari dello Stato e direttori di fabbriche e agglomerati industriali, opportunisti del PCUS, dirigenti comunisti riconvertiti a gran velocità per mantenere il proprio status (Yeltsin l'aveva fatto già, e gli si accodarono Yakovlev, Kravchuk, Shushkevich, Nazarbayev, Aliev, Shevardnadze, Karimov, eccetera), settori comunisti disorientati e ambiziosi capi militari disposti a tutto (perfino a tradire il proprio giuramento, per mantenersi nella graduatoria o per dirigere gli eserciti di ogni repubblica) confluirono nell’iniziativa di demolizione dell'URSS.

Con tutto il potere nelle sue mani e col partito comunista disarticolato e bandito, Yeltsin e i dirigenti delle repubbliche si lanciarono al recupero del bottino, alla privatizzazione selvaggia, al furto della proprietà pubblica.

Non ci furono freni. Dopo, per schiacciare la resistenza verso la deriva capitalista, sarebbe arrivato il colpo di Stato di Yeltsin nel 1993 che ha inaugurato la via militare al capitalismo, il sanguinante massacro per le strade di Mosca, il bombardamento del Parlamento (qualcosa di inaudito nell'Europa dopo il 1945, un fatto che fece inorridire il mondo, ma che fu appoggiato dai i governi di Washington, Parigi, Berlino e Londra) e, alla fine, la manipolazione e il furto delle elezioni del 1996 in Russia, che furono cinte dal candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov.

La distruzione dell'URSS fece cadere in povertà milioni di persone, distrusse l'industria sovietica, disarticolò in toto la complessa struttura scientifica del paese, distrusse la sanità e l'educazione pubbliche e portò all'esplosione di guerre civili in varie repubbliche, molte delle quali caddero nelle mani di satrapi e dittatori.

È lampante che ci fosse un'evidente insoddisfazione tra una parte importante della popolazione sovietica, insoddisfazione che affondava le radici negli anni della repressione stalinista e che si acutizzò per l'ossessivo controllo della popolazione, e, ancor di più, per la disorganizzazione progressiva e la mancanza di alimenti e forniture che caratterizzarono gli ultimi anni sotto Gorbachev, ma la dissoluzione peggiorò tutti questi aspetti. Questa parte di popolazione era disposta a credere persino le bugie che dilagavano in URSS, diffuse a volte dai mezzi di comunicazione occidentali.

Nelle analisi e nella storiografia che si è costruita in questi vent’anni, è stato un luogo comune l’interrogarsi sulle ragioni dell’assenza di risposta del paese sovietico di fronte alla dissoluzione dell'URSS. Vent’anni dopo, lo sguardo d’insieme è più chiaro: l'acutizzazione della crisi paralizzò buona parte delle forze del paese, le dispute nazionaliste centrarono il dibattito sui supposti vantaggi della dissoluzione dell'Unione (tutte le repubbliche, perfino quella russa o almeno i suoi dirigenti, asserirono che le altre si stavano approfittando delle proprie risorse, che fossero agricole o minerarie, industriali o dei servizi, e che la separazione avrebbe provocato il superamento della crisi e l'inizio di una nuova prosperità) e l'ambizione politica di molti dirigenti, nuovi o vecchi, verteva sulla creazione di nuovi centri di potere, di nuove repubbliche.

Inoltre, nessuno poteva organizzare la resistenza, perché i principali dirigenti dello Stato stavano capeggiando l'operazione di smantellamento (in modo attivo come Yeltsin, o in modo passivo come Gorbachev) e il partito comunista era stato bandito e le sue organizzazioni smantellate. Il PCUS si era fuso nel corso degli anni con la struttura dello Stato, e questa situazione gli dava forza, ma anche debolezza: quando fu vietato, i milioni di militanti rimasero orfani, senza iniziativa, e molti di essi rimasero in attesa, impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti.

Nel passato, questi dirigenti opportunisti (come Yeltsin, Aliev, Nazarbayev, presidente del Kazakistan dalla sparizione dell'URSS, la cui dittatura ha appena proibito l'attività del nuovo Partito Comunista Kazako) dovevano agire nell’ambito del partito unico, e di alcune leggi e di una costituzione che li obbligarono a sviluppare una politica favorevole agli interessi popolari.

Il collasso dell'Unione mostrò il suo vero carattere, trasformandosi nel saccheggio della proprietà pubblica e configurando regimi repressivi, dittatoriali e populisti, che ricevettero l'immediato appoggio dei paesi capitalisti occidentali. Con una sinistra ironia, i dirigenti che furono protagonisti del più grande furto della storia furono presentati dalla stampa russa e da quella occidentale come "progressisti" e "innovatori", mentre chi cercò di salvare l'URSS e di mantenere le conquiste sociali della popolazione furono ostracizzati come "conservatori" e "immobilisti".

Questi progressisti si sarebbero poi lanciati verso una sfrenata predazione delle ricchezze pubbliche, rubando a piene mani, con i "liberatori" e i "progressisti" che avrebbero guidato la più grande truffa della storia e un massacro di dimensioni terrificanti, non solo per il bombardamento del Parlamento, ma anche per un'operazione di ingegneria sociale (la privatizzazione selvaggia) che ha causato la morte di milioni di persone.

Un aspetto secondario del tema di cui ci stiamo occupando, ma rilevante per le implicazioni nel futuro, è la questione di chi guadagnò dalla sparizione dell'URSS. Naturalmente, non fu la popolazione sovietica che, vent’anni dopo, ha ancora un tenore di vita inferiore a quello che aveva raggiunto sotto l'URSS. Tre esempi possono bastare: la Russia aveva centocinquanta milioni di abitanti, e ora ne ha appena centoquarantadue; la Lituania che contava nel 1991 tre milioni e settecentomila abitanti, ora raggiunge solo i due milioni e mezzo; l’Ucraina, che ne aveva cinquanta milioni, oggi arriva a quarantacinque. Oltre ai milioni di morti, la speranza di vita è diminuita in tutte le repubbliche. La sparizione dell'URSS fu una catastrofe per la popolazione che cadde in mani di delinquenti, di satrapi, di ladri, molti dei quali ora riconvertiti in "rispettabili imprenditori e politici". Gli Stati Uniti si affrettarono a cantare vittoria, e tutto sembrava indicarlo: il suo principale rivale ideologico e strategico aveva smesso di esistere. Ma, se Washington guadagnò sul momento, la sua disastrosa gestione di un mondo unipolare diede inizio alla propria crisi: la sua decadenza, anche se relativa, è un fatto e il ripiegamento militare in tutto il mondo si aggraverà, a dispetto dei voleri dei governanti.

Vent’anni dopo, l'Unione Sovietica è ancora presente nella memoria dei suoi cittadini, tanto tra i veterani come tra le nuove generazioni. Olga Onoiko, una giovane scrittrice di ventisei anni che ha guadagnato il prestigioso premio Debut, ha affermato alcuni mesi fa, con un'ingenuità che rivela anche la coscienza di una gran perdita: "L'Unione Sovietica appare nella mia mente come un paese grande e bello, un paese soleggiato e festante, il paese dei sogni della mia infanzia, con un chiaro cielo azzurro e bandiere rosse che sventolano." Da parte sua, Irina Antonova, una donna eccezionale di ottantanove anni, direttrice del celebre Museo Pushkin di Mosca, ha aggiunto: "L'epoca di Stalin fu un momento duro per la cultura e per il paese. Ma poi ho visto, tempo dopo, un gran paese che si è perso in modo involontario e non necessaria. [...] A volte mi dico che voglio solo andare all'altro mondo dopo aver visto di nuovo un germoglio di qualcosa di nuovo, qualcosa di realmente nuovo. Un Picasso che trasformi questa realtà dall'arte, dalla bellezza e dall'emozione umana. Ma la cultura di massa ha divorato tutto. Ha abbassato il nostro livello. Anche se passerà. È solo un periodo brutto. E lo supereremo.”

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VENTI ANNI SENZA L'UNIONE SOVIETICA

Postato il Sabato, 21 gennaio @ 21:35:00 CST di supervice



DI HIGINIO POLO

El Viejo Topo



La sparizione dell'Unione Sovietica è una delle tre questioni chiave che spiegano la realtà del XXI secolo. Le altre due sono il rafforzamento della Cina e l'inizio della decadenza nordamericana. La dissoluzione dell'URSS si verificò nel clima di crisi e di scontri che si impadronirono della vita sovietica negli ultimi anni del governo di Gorbachev che, malgrado avesse capeggiato un improrogabile processo di rinnovamento, (all’inizio, reclamando il ritorno al leninismo) avviò una disastrosa gestione del governo e una rozza azione politica che aggravò la crisi e facilitò l'azione degli oppositori del sistema socialista.



Le dispute tra Yeltsin e Gorbachev, il premeditato e precipitoso smantellamento delle strutture sovietiche e dell'organizzazione del Partito Comunista furono accompagnate da rivendicazioni nazionaliste che iniziarono in Armenia e si estesero a macchia di olio nelle altre repubbliche dell'Unione, mentre si aggravava la crisi economica, i rifornimenti scarseggiavano e i legami economici tra le differenti parti dell'Unione incominciavano a deteriorarsi. I problemi che dovette affrontare Gorbachev erano molti, e la sua gestione li rese peggiori: l'aspirazione a una maggiore libertà dall'autoritarismo sovietico e un cocktail esplosivo di cattivi raccolti, di un’inflazione galoppante, del calo della produzione industriale, della mancanza di alimenti e medicine, della scarsità di materie prime, di una riforma monetaria introdotta dall'incompetente Valentin Pavlov nel gennaio del 1991, insieme alle ambizioni personali di molti dirigenti politici e agli sconquassi dell'economia socialista e dello stallo della nuova economia privata, aumentarono il malessere della popolazione.

Nel maggio del 1990 Yeltsin divenne presidente del parlamento (il Soviet supremo) della Federazione Russa, annunciando il proposito di dichiarare la sovranità della repubblica russa, contribuendo così all'aumento della tensione e delle pressioni scissioniste che già premevano sui dirigenti delle repubbliche baltiche.

Poco dopo, nel giugno del 1990, il congresso dei deputati approvò una "dichiarazione di sovranità" che proclamava la supremazia delle leggi russe su quelle sovietiche. Era un siluro indirizzato sulla rotta della grande nave sovietica. Sorprendentemente, la dichiarazione fu approvata da 907 deputati e solo 13 votarono contro. Il 16 giugno il parlamento russo, su proposta di Yeltsin, annullò la funzione dirigenziale del Partito Comunista. Egor Ligachov, uno dei dirigenti contrari a Yeltsin e alla deriva di Gorbachev, dichiarò che il processo intrapreso era molto pericoloso e che avrebbe portato al "crollo" dell'URSS. Furono parole profetiche. Yeltsin, una volta liquidata l'Unione, nel 1992 trasformò questa data in festa nazionale russa, mentre, giustamente, i comunisti oggi la considerano un "giorno nero" per il paese.

Le tensioni nazionaliste svolsero un ruolo importante nella distruzione dell'URSS; a volte, con oscure operazioni che la storiografia non ha analizzato ancora con rigore. Un esempio può essere sufficiente: il 13 gennaio del 1991 ci fu un massacro davanti al ripetitore televisivo di Vilnius, la capitale lituana. Tredici civili e un militare del KGB rimasero uccisi e la stampa internazionale etichettò l’accaduto come una "brutale repressione sovietica", come poi titolarono molti giornali.

Il presidente nordamericano George Bush criticò l'operato di Mosca, mentre la Francia e la Germania, come la NATO, espressero dure parole di condanna: il mondo fu inorridito dall’estrema violenza del governo sovietico che si stava scontrando col governo nazionalista lituano, che in quel momento controllava il Sajudis, diretto da Vytautas Landsbergis. Sette giorni dopo, il 20 gennaio, una nutrita manifestazione a Mosca chiese le dimissioni di Gorbachev, mentre Yeltsin li accusava di incitare l’odio nazionalista, accusa assolutamente falsa. Un'ondata di proteste contro Gorbachev e il PCUS, in solidarietà coi governi nazionalisti del Baltico, scosse molte città dell'Unione Sovietica.

Tuttavia, ora sappiamo che, ad esempio, Audrius Butkevičius, membro del Sajudis e responsabile della sicurezza nel governo nazionalista lituano, e poi ministro della Difesa, si è pavoneggiato davanti alla stampa per il suo ruolo nella preparazione di quegli avvenimenti che avevano l'obiettivo di screditare l'Esercito sovietico e il KGB: alla fine ha riconosciuto che già sapeva che ci sarebbero state delle vittime davanti al ripetitore della televisione, e ora sappiamo che i morti furono colpiti dai cecchini appostati sui tetti degli edifici visto che gli spari non avevano una traiettoria orizzontale, come sarebbe avvenuto nel caso di un attacco delle truppe sovietiche che erano di fronte all'ingresso del ripetitore.

Butkevičius ha riconosciuto anni dopo che alcuni membri del DPT (Dipartimento di Protezione del Territorio, l'embrione dell'esercito creato dal governo nazionalista) che si trovavano sulla torre della televisione, spararono alla folla. Non si cerca di elaborare una teoria della cospirazione per la caduta dell'URSS, ma ci furono provocazioni e i piani di destabilizzazione. E ci furono anche le tensioni nazionaliste, per cui queste provocazioni agirono su un terreno già fertile, eccitando la passione e lo scontro.

Nel marzo del 1991 ci fu il referendum sul mantenimento dell'URSS, in questo clima di tensioni nazionaliste. I governi di sei repubbliche si rifiutarono di organizzare la consultazione (le tre baltiche che avevano dichiarato già la propria indipendenza, anche se non era ancora effettiva, e l’Armena,la Georgia e la Moldavia) e ciò nonostante l'80 per cento degli elettori sovietici partecipò, e il 76,4% si espresse a favore della conservazione e il 21,4 votò contro, una quota che comprende le repubbliche dove non fu convocato il referendum.

Lo schiacciante risultato a favore del mantenimento dell'URSS fu ignorato dalle forze che lavoravano alla rottura, dai nazionalisti e dai "riformatori" che controllavano già buona parte delle strutture di potere, come le istituzioni russe. Yeltsin, da presidente del parlamento russo, sviluppò un doppio gioco: non si oppose pubblicamente al mantenimento dell'Unione, ma cospirò attivamente con altre repubbliche per distruggerla.

In realtà, una delle ragioni, se non la più importante, per la convocazione del referendum del marzo del 1991 fu il tentativo del governo centrale di Gorbachev di limitare la voracità dei circoli di potere di alcuni repubbliche e, soprattutto, di frenare la sconsiderata corsa di Yeltsin verso il rafforzamento del proprio potere, che aveva bisogno della distruzione del potere centrale rappresentato da Gorbachev e dal governo sovietico. Senza dimenticare che, nel clima di confusione e scontento, la demagogia di Yeltsin conquistò molti seguaci.

Così, prima del tentativo di colpo di stato dell'estate del 1991, Yeltsin riconobbe a luglio l'indipendenza della Lituania, con una palese provocazione rivolta al governo sovietico che vide Gorbachev incapace di rispondere. I dirigenti delle repubbliche vollero consolidare il proprio potere senza dover rendere conto al centro federale, e per questo avevano bisogno della rottura dell'Unione Sovietica.

Una parte dei sostenitori del mantenimento dell'URSS facilitò con la propria goffaggine i progressi della coalizione segreta tra nazionalisti e "riformatori" liberali che stavano anche ricevendo il sostegno da parte di quei settori dell’economia privata che iniziarono a prosperare sotto Gorbachev, e perfino dal mondo della delinquenza che subodorava l’eventualità di prolifici commerci, per non parlare dei dirigenti del PCUS, come Alexander Yakovlev, che lavoravano attivamente per distruggere il partito.

Alla vigilia del giorno fissato per la firma del nuovo trattato dell'Unione, i golpisti fecero la comparsa con un Comitato statale per la situazione di emergenza nell'URSS. Il comitato contava sul vicepresidente Guennadi Yanaev, il primo ministro Pavlov, il ministro della Difesa Yazov, il presidente del KGB Kriuchkov, il ministro dell'Interno Boris Pugo, e su altri dirigenti, come Baklanov e Tiziakov. Il fallimento del golpe dell’agosto 1991, favorito da settori del PCUS contrari alla politica di Gorbachev, servì da volano per la controrivoluzione e incoraggiò le forze che propugnavano, ancora senza esprimerlo pubblicamente, la dissoluzione dell'URSS.

L'improvvisazione dei golpisti, malgrado potessero contare sul responsabile del KGB e sul ministro della Difesa, giunse addirittura ad annunciare il golpe prima ancora di muovere le truppe che avrebbero dovuto appoggiarli: non chiusero neppure gli aeroporti, non requisirono i mezzi di comunicazione, non fermarono Yeltsin e gli altri dirigenti riformisti, e la stampa internazionale poté quindi muoversi a suo piacimento.

I servizi segreti nordamericani confermarono l'incredibile improvvisazione del colpo di stato e l'assenza di importanti movimenti di truppe che avrebbero potuto sostenerlo. In realtà, la goffaggine marchiana dei golpisti andò a favore favorevole dei settori anticomunisti che posero fine all'URSS: anche se asseriscono l’opposto, la loro azione, come quella di Gorbachev, facilitò la strada ai sostenitori della restaurazione capitalista.

Dopo il fallimento del golpe, Yeltsin accelero i passi: il 24 agosto riconobbe l'indipendenza dell'Estonia e della Lettonia. E non fu solo Yeltsin a svolgere le prime fasi della proibizione del comunismo, anche Gorbachev fu incapace di opporsi alle pressioni della destra. Il 24 agosto del 1991, Gorbachev annunciò le sue dimissioni da segretario generale del PCUS, la dissoluzione del comitato centrale del partito e il divieto delle attività delle cellule comuniste nell'esercito, nel KGB, nel ministero dell'Interno, così come la confisca di tutte le sue proprietà.

Il PCUS rimase senza organizzazione e risorse. Non ci furono limiti alla rivincita anticomunista. Yeltsin proibì la pubblicazione di tutti i giornali e pubblicazioni comuniste. La debolezza di Gorbachev era già evidente, al punto che Yeltsin, presidente della repubblica russa, fu capace di imporre ministri di sua fiducia al proprio presidente sovietico alla Difesa e all’Interno, le posizioni chiave nella critica situazione di quel momento.

Yeltsin aveva bandito il PCUS in Russia e pignorato i suoi archivi (che, di fatto, erano le centrali del partito comunista) e altre repubbliche lo imitarono (Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania si affrettarono a proibire il partito comunista e chiedere agli Stati Uniti un appoggio per la loro indipendenza), mentre il sindaco "riformista" di Mosca pignorò e pose i sigilli agli edifici comunisti nella capitale. Da parte sua, Kravchuk annunciò il 24 agosto l’abbandono dal proprio incarico nel PCUS e nel Partito Comunista Ucraino. Yeltsin, che contava su un importante sostegno sociale, si astenne accuratamente dal rivelare il suo proposito di restaurare il capitalismo.

La sfrenata corsa verso il disastro proseguì nei mesi finali del 1991. Il referendum celebrato in Ucraina il 1° dicembre del 1991 poté contare sul controllo dell'apparato di Kravchuk, che fino a pochi mesi prima era il segretario comunista della repubblica riconvertitosi in nazionalista e guida dell'indipendenza ucraina.

Dopo i risultati, nel giorno successivo Kravchuk annunciò il suo veto per firmare il Trattato dell'Unione col resto delle repubbliche sovietiche. Kravchuk fu il prototipo del perfetto opportunista, pronto ad adottare qualunque ideologia per conservare la sua posizione: nell’agosto del 1991, nel tentativo di golpe contro Gorbachev, non chiarì bene la propria posizione, e non appoggiò né Yeltsin né Gorbachev, ma dopo il fallimento adottò una posizione nazionalista, abbandonò il partito comunista e si iniziò a reclamare l'indipendenza dell’Ucraina. Era un professionista del potere che intuì gli avvenimenti, pur essendo stato eletto presidente del parlamento ucraino nel 1990 dai deputati comunisti, dopo il fallimento del colpo abbandonò il comunismo. A questo punto le cose precipitarono. Se alcuni mesi prima, il 17 marzo del 1991, la popolazione ucraina aveva appoggiato a maggioranza il mantenimento dell'URSS (l’83 per cento votò a favore e solo il 16 per cento contro), la massiccia campagna del potere controllato da Kravchuk riuscì in un miracolo e, otto mesi dopo, la popolazione ucraina appoggiò la dichiarazione d’indipendenza del parlamento al 90 per cento, con una partecipazione dell’84 per cento.

Yeltsin annunciò, a pretesto, che se l’Ucraina non avesse firmato il nuovo trattato dell'Unione, non lo avrebbe fatto neppure la Russia: fu l'esplosione senza controllo dell'URSS. Alle spalle ci fu un intenso lavoro occidentale: due giorni dopo il referendum ucraino del 1° dicembre, Kravchuk parlò con Bush del riconoscimento dell'indipendenza: anche se Washington mantenne una certa cautela ufficiale per non intorbidire le relazioni con Mosca, la sua diplomazia e i servizi segreti lavorarono con forza appoggiando le forze scissioniste.

Anche Ungheria e Polonia, già diventati paesi satellite di Washington, riconobbero l’Ucraina. Yeltsin fece il suo, già lanciato nella distruzione dell'URSS. Subito dopo, fu avviato il piano per dissolvere l'Unione Sovietica, in un'operazione capeggiata da Yeltsin, Kravchuk e dal bielorusso Shushkevich l’8 dicembre del 1991 che si riunirono nella residenza di Viskuli, nella riserva naturale bielorussa di Belovezhskaya Puscha, dove proclamarono la dissoluzione dell'URSS, affrettandosi di informare George Bush per ottenere la sua approvazione.

Mancano molte informazioni per indagare su quell'operazione, anche se i protagonisti vivente, come Shushkevich, insistono nel dire che la dissoluzione dell'URSS non fu preparata in anticipo e che fu decisa all’improvviso. Il presidente bielorusso fu incaricato di comunicare l'accordo a un Gorbachev impotente e superato dagli avvenimenti - che già sapeva che si sarebbe tenuta la riunione a Viskuli - e gli rese noto, inoltre, che George Bush aveva acconsentito alla decisione. La rapida successione degli avvenimenti - la firma del 21 dicembre ad Almaty da parte di undici repubbliche sovietiche dei verbali per la creazione della CSI, le dimissioni di Gorbachev quattro giorni dopo e il ritiro simbolico della bandiera rossa sovietica dal Cremlino - segnarono il fine dell'Unione Sovietica.

In una corsa senza freni di richieste nazionaliste, molte forze politiche, che erano cresciute difendendo la perestroika, reclamarono la sovranità e l’indipendenza, asserendo che la singole repubbliche avrebbero iniziato un nuovo cammino verso la prosperità e il progresso, senza i limiti dovuti all'appartenenza all'Unione Sovietica.

Dal Caucaso alle repubbliche baltiche, passando per Ucraina, Bielorussia e Moldavia (con l'eccezione delle repubbliche centroasiatiche), la gran parte dei protagonisti di quel momento si affrettarono a rompere i legami sovietici per impadronirsi del potere nelle proprie repubbliche.

Un'alleanza tacita tra settori nazionalisti e liberali (che avrebbero dovuto illuminare la via verso la libertà e la prosperità), tra vecchi dissidenti, alti funzionari dello Stato e direttori di fabbriche e agglomerati industriali, opportunisti del PCUS, dirigenti comunisti riconvertiti a gran velocità per mantenere il proprio status (Yeltsin l'aveva fatto già, e gli si accodarono Yakovlev, Kravchuk, Shushkevich, Nazarbayev, Aliev, Shevardnadze, Karimov, eccetera), settori comunisti disorientati e ambiziosi capi militari disposti a tutto (perfino a tradire il proprio giuramento, per mantenersi nella graduatoria o per dirigere gli eserciti di ogni repubblica) confluirono nell’iniziativa di demolizione dell'URSS.

Con tutto il potere nelle sue mani e col partito comunista disarticolato e bandito, Yeltsin e i dirigenti delle repubbliche si lanciarono al recupero del bottino, alla privatizzazione selvaggia, al furto della proprietà pubblica.

Non ci furono freni. Dopo, per schiacciare la resistenza verso la deriva capitalista, sarebbe arrivato il colpo di Stato di Yeltsin nel 1993 che ha inaugurato la via militare al capitalismo, il sanguinante massacro per le strade di Mosca, il bombardamento del Parlamento (qualcosa di inaudito nell'Europa dopo il 1945, un fatto che fece inorridire il mondo, ma che fu appoggiato dai i governi di Washington, Parigi, Berlino e Londra) e, alla fine, la manipolazione e il furto delle elezioni del 1996 in Russia, che furono cinte dal candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov.

La distruzione dell'URSS fece cadere in povertà milioni di persone, distrusse l'industria sovietica, disarticolò in toto la complessa struttura scientifica del paese, distrusse la sanità e l'educazione pubbliche e portò all'esplosione di guerre civili in varie repubbliche, molte delle quali caddero nelle mani di satrapi e dittatori.

È lampante che ci fosse un'evidente insoddisfazione tra una parte importante della popolazione sovietica, insoddisfazione che affondava le radici negli anni della repressione stalinista e che si acutizzò per l'ossessivo controllo della popolazione, e, ancor di più, per la disorganizzazione progressiva e la mancanza di alimenti e forniture che caratterizzarono gli ultimi anni sotto Gorbachev, ma la dissoluzione peggiorò tutti questi aspetti. Questa parte di popolazione era disposta a credere persino le bugie che dilagavano in URSS, diffuse a volte dai mezzi di comunicazione occidentali.

Nelle analisi e nella storiografia che si è costruita in questi vent’anni, è stato un luogo comune l’interrogarsi sulle ragioni dell’assenza di risposta del paese sovietico di fronte alla dissoluzione dell'URSS. Vent’anni dopo, lo sguardo d’insieme è più chiaro: l'acutizzazione della crisi paralizzò buona parte delle forze del paese, le dispute nazionaliste centrarono il dibattito sui supposti vantaggi della dissoluzione dell'Unione (tutte le repubbliche, perfino quella russa o almeno i suoi dirigenti, asserirono che le altre si stavano approfittando delle proprie risorse, che fossero agricole o minerarie, industriali o dei servizi, e che la separazione avrebbe provocato il superamento della crisi e l'inizio di una nuova prosperità) e l'ambizione politica di molti dirigenti, nuovi o vecchi, verteva sulla creazione di nuovi centri di potere, di nuove repubbliche.

Inoltre, nessuno poteva organizzare la resistenza, perché i principali dirigenti dello Stato stavano capeggiando l'operazione di smantellamento (in modo attivo come Yeltsin, o in modo passivo come Gorbachev) e il partito comunista era stato bandito e le sue organizzazioni smantellate. Il PCUS si era fuso nel corso degli anni con la struttura dello Stato, e questa situazione gli dava forza, ma anche debolezza: quando fu vietato, i milioni di militanti rimasero orfani, senza iniziativa, e molti di essi rimasero in attesa, impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti.

Nel passato, questi dirigenti opportunisti (come Yeltsin, Aliev, Nazarbayev, presidente del Kazakistan dalla sparizione dell'URSS, la cui dittatura ha appena proibito l'attività del nuovo Partito Comunista Kazako) dovevano agire nell’ambito del partito unico, e di alcune leggi e di una costituzione che li obbligarono a sviluppare una politica favorevole agli interessi popolari.

Il collasso dell'Unione mostrò il suo vero carattere, trasformandosi nel saccheggio della proprietà pubblica e configurando regimi repressivi, dittatoriali e populisti, che ricevettero l'immediato appoggio dei paesi capitalisti occidentali. Con una sinistra ironia, i dirigenti che furono protagonisti del più grande furto della storia furono presentati dalla stampa russa e da quella occidentale come "progressisti" e "innovatori", mentre chi cercò di salvare l'URSS e di mantenere le conquiste sociali della popolazione furono ostracizzati come "conservatori" e "immobilisti".

Questi progressisti si sarebbero poi lanciati verso una sfrenata predazione delle ricchezze pubbliche, rubando a piene mani, con i "liberatori" e i "progressisti" che avrebbero guidato la più grande truffa della storia e un massacro di dimensioni terrificanti, non solo per il bombardamento del Parlamento, ma anche per un'operazione di ingegneria sociale (la privatizzazione selvaggia) che ha causato la morte di milioni di persone.

Un aspetto secondario del tema di cui ci stiamo occupando, ma rilevante per le implicazioni nel futuro, è la questione di chi guadagnò dalla sparizione dell'URSS. Naturalmente, non fu la popolazione sovietica che, vent’anni dopo, ha ancora un tenore di vita inferiore a quello che aveva raggiunto sotto l'URSS. Tre esempi possono bastare: la Russia aveva centocinquanta milioni di abitanti, e ora ne ha appena centoquarantadue; la Lituania che contava nel 1991 tre milioni e settecentomila abitanti, ora raggiunge solo i due milioni e mezzo; l’Ucraina, che ne aveva cinquanta milioni, oggi arriva a quarantacinque. Oltre ai milioni di morti, la speranza di vita è diminuita in tutte le repubbliche. La sparizione dell'URSS fu una catastrofe per la popolazione che cadde in mani di delinquenti, di satrapi, di ladri, molti dei quali ora riconvertiti in "rispettabili imprenditori e politici". Gli Stati Uniti si affrettarono a cantare vittoria, e tutto sembrava indicarlo: il suo principale rivale ideologico e strategico aveva smesso di esistere. Ma, se Washington guadagnò sul momento, la sua disastrosa gestione di un mondo unipolare diede inizio alla propria crisi: la sua decadenza, anche se relativa, è un fatto e il ripiegamento militare in tutto il mondo si aggraverà, a dispetto dei voleri dei governanti.

Vent’anni dopo, l'Unione Sovietica è ancora presente nella memoria dei suoi cittadini, tanto tra i veterani come tra le nuove generazioni. Olga Onoiko, una giovane scrittrice di ventisei anni che ha guadagnato il prestigioso premio Debut, ha affermato alcuni mesi fa, con un'ingenuità che rivela anche la coscienza di una gran perdita: "L'Unione Sovietica appare nella mia mente come un paese grande e bello, un paese soleggiato e festante, il paese dei sogni della mia infanzia, con un chiaro cielo azzurro e bandiere rosse che sventolano." Da parte sua, Irina Antonova, una donna eccezionale di ottantanove anni, direttrice del celebre Museo Pushkin di Mosca, ha aggiunto: "L'epoca di Stalin fu un momento duro per la cultura e per il paese. Ma poi ho visto, tempo dopo, un gran paese che si è perso in modo involontario e non necessaria. [...] A volte mi dico che voglio solo andare all'altro mondo dopo aver visto di nuovo un germoglio di qualcosa di nuovo, qualcosa di realmente nuovo. Un Picasso che trasformi questa realtà dall'arte, dalla bellezza e dall'emozione umana. Ma la cultura di massa ha divorato tutto. Ha abbassato il nostro livello. Anche se passerà. È solo un periodo brutto. E lo supereremo.”

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http://rebelion.org/noticia.php?id=142726

Dalla parte del movimento dei forconi

Dalla parte del movimento dei forconi
Da sempre gli scioperi e le agitazioni hanno prodotto disagi alla popolazione. Se scioperano i ferrovieri quanti viaggiano ne traggono un disagio. Se scioperano gli insegnanti idem e così dicasi per quanti esercitano il loro diritto alla protesta sospendendo l'attività alla quale sono dediti. Se poi queste persone scoraggiano il crumiraggio o invitano altri ad aderire con modi che possono sembrare violenti anche questo fa parte della lotta e delle sue conseguenze. La lotta ha anche aspetti sgradevoli ma è assai più sgradevole una crisi generale dell'agricoltura siciliana costretta a vendere alla filiera mafioso-liberista che arriva alle Coop ed alla grande distribuzione mandarini arance a 5 centesimo il chilo o il frumento a 10 centesimi ( ci vogliono dieci chili di frumento per pagarsi una tazzina di caffè). Se il movimento è infiltrato o controllato dalla destra bisogna chiedersi perchè non è infiltrato o controllato dalla "sinistra" ed io aggiungo: c'è ancora una sinistra? Liquidare i movimenti del popolo siciliano o del popolo sardo come jacquerie è sommamente stupido e obbedisce alla logica che si sono imposti i partiti per non disturbare il governo del tronfio vuoto livido governor dell'Italia Monti che lavora giorno e notte per distruggere la civiltà del lavoro e del diritto che i lavoratori italiani erano riusciti a conquistarsi in tanti decenni di lotta. Chiunque criminalizza il movimento per la sua connotazione "fascista" o "forza novista" fa propaganda a queste forze e gli regala un atto della vicenda politica siciliana che va letto in modo asai diverso. Purtroppo come è stato fatto morire dal Potere il movimento dei pastori sardi anche questo siciliano sarà fatto morire da governi e partiti anche quelli che si qualificano di sinistra per mancanza di risposte. Risposte non ne avremo e questo potrà portare o ad una profonda e secolare rassegnazione o ad una esplosione rivoluzionaria perchè la gente è arrivata al capolinea. L'anno scorso solo tra i lavoratori licenziati ci sono stati 400 suicidi. E' così che dobbiamo andare avanti?

da sempre gli scioperi e le agitazioni hanno prodotto disagi alla popolazione. Se scioperano i ferrovieri quanti viaggiano ne traggono un disagio. Se scioperano gli insegnanti idem e così dicasi per quanti esercitano il loro diritto alla protesta sospendendo l'attività alla quale sono dediti. Se poi queste persone scoraggiano il crumiraggio o invitano altri ad aderire con modi che possono sembrare violenti anche questo fa parte della lotta e delle sue conseguenze. La lotta ha anche aspetti sgradevoli ma è assai più sgradevole una crisi generale dell'agricoltura siciliana costretta a vendere alla filiera mafioso-liberista che arriva alle Coop ed alla grande distribuzione mandarini arance a 5 centesimo il chilo o il frumento a 10 centesimi ( ci vogliono dieci chili di frumento per pagarsi una tazzina di caffè). Se il movimento è infiltrato o controllato dalla destra bisogna chiedersi perchè non è infiltrato o controllato dalla "sinistra" ed io aggiungo: c'è ancora una sinistra? Liquidare i movimenti del popolo siciliano o del popolo sardo come jacquerie è sommamente stupido e obbedisce alla logica che si sono imposti i partiti per non disturbare il governo del tronfio vuoto livido governor dell'Italia Monti che lavora giorno e notte per distruggere la civiltà del lavoro e del diritto che i lavoratori italiani erano riusciti a conquistarsi in tanti decenni di lotta. Chiunque criminalizza il movimento per la sua connotazione "fascista" o "forza novista" fa propaganda a queste forze e gli regala un atto della vicenda politica siciliana che va letto in modo assai diverso. Purtroppo come è stato fatto morire dal Potere il movimento dei pastori sardi anche questo siciliano sarà fatto morire da governi e partiti anche quelli che si qualificano di sinistra per mancanza di risposte. Risposte non ne avremo e questo potrà portare o ad una profonda e secolare rassegnazione o ad una esplosione rivoluzionaria perchè la gente è arrivata al capolinea. L'anno scorso solo tra i lavoratori licenziati ci sono stati 400 suicidi. E' così che dobbiamo andare avanti?

venerdì 20 gennaio 2012

pietro nenni e mario monti

Diceva Pietro Nenni criticando i governi del quadripartito: Forte con i deboli e debole con i forti!! Il pavido Monti che fa la faccia feroce ai ferrovieri ed ai taxisti, dopo aver ricevuto Letta emissario di Berlusconi, ha cancellato la questione dell'assegnazione delle frequenze televisive che potrebbero fruttare allo Stato 5 miliardi di euro. Fa anche finta di "liberalizzare" notai e farmacisti ma in definitiva si accanisce soltanto con gli edicolanti e fa volare gli stracci. E' perfettamente inquadrato in una tradizione di viltà e disonore che le classi dirigenti italiane incarnano da sempre!

la "sinistra" fugge dai movimenti

I movimenti e la sinistra

L'onorevole Granata è stato l'unico politico siciliano a prendere di petto il Presidente della Sicindustria Lo Bello ed a rimproverargli la criminalizzazione dell movimento dei forconi. L'ho sempre considerato un politico onesto e questa sua dura presa di posizione per me ne è conferma. La "sinistra" è spiazzata e si limita a disprezzare i gruppi dirigenti del movimento e tentare di "mascariarlo". La verità è che "la sinistra" ha rinunziato ai movimenti da un pezzo e continua con vero spirito suicida e tanta miopia a considerare le istituzioni parlamentari unici luoghi della politica. Non capisce la protesta dei sicilian i e scappa davanti ad essa. Non si rende conto che la Sicilia non potrà reggere a lungo con l'attuale costo dei carburanti e l crisi dei prezzi dei prodotti agricoli e tanta tanta disoccupazione. Inoltre non capisce la protesta dei taxisti e non si rende conto che le liberalizzazioni sono vere soltanto per le zone "basse" delle professioni e delle categorie che ne verranno travolte mentre le zone alte e tra questi notai farmacie e studi professionali con clientele lussuose nelle banche, nei commerci, nella politica diventeranno più potenti e milionari.

mercoledì 18 gennaio 2012

sospetti

Sospetti
Il rinvio dell'incontro romano dei tre Merkel, Sarcozy e Monti, la fredda dichiarazione della cancelliera tedesca sull'Italia "arrangiatevi da soli", la motivazione scortese di Sarcozy per giustificare la sua indisponibilità "ho da fare a Parigi" sembrano indicare un cambiamento di rotta, una gelata dopo le effusioni dei primi giorni celebrate da Scalfari come un omaggio al grande statista Monti. Forse questi signori sanno che l'Italia è stata scritta da Obama e dal WallStreet nel libro nero nonostante abbia accettato come primo Ministro il suo uomo di fiducia Monti. Forse ci hanno destinato a fallire per accelerare la crisi dell'Euro e dell'Europa in vista di un forte rilancio del potere finanziario statunitense sul mondo. Stupisce sconcerta e desta sgomento l'assenza delle istituzioni democratiche ed il ruolo del Presidente della repubblica. In una situazione come questa Camera e Senato dovrebbero stare riunite note e giorno ed i Presidenti del Parlamento dovrebbero incitare l'Italia a reggere all'urto della crisi. Invece il Parlamento si limita a votare con la fiducia i decreti del governo e Bersani,Casini e Alfano si o ccupano di supportare Monti nella sua livida manovra c ontro i lavoratori. Intanto la Sicilia insorge. Stamane i supermercati di Palermo erano quasi vuoti e gran parte dei benzinai chiusi a causa della ottusità dei bocconiani al governo.

martedì 17 gennaio 2012

Gli anglosassoni all'attacco dell'Euro e dell'Europa

AldoGiannuli.italdo@aldogiannuli.itPuntuale arriva il downgrade dell’Europa
Qualche tempo fa, si sviluppò (anche su questo sito) un dibattito sulle ragioni della crisi che aveva investito l’Europa e sulla possibilità che essa fosse frutto di una qualche manovra coperta. Ora dobbiamo fare i conti con questa mossa di S&P che declassa nove paesi dell’Eurozona (Austria, Italia, Spagna, Francia, Spagna, Slovenia, Slovacchia, Cipro, Malta, Portogallo) su diciassette -mentre la Grecia è già al penultimo gradino della scala- e proprio mentre il mercato finanziario europeo accennava a riprendersi. Facciamo innanzitutto una premessa: togliamo di mezzo la solita polemica cretina sui “complotti”, fra chi dice che c’è un complotto e chi dice di non credere ai complotti. E’ un piano avvilente di discorso che rifiutiamo: complotto è una categoria interpretativa da bar dello sport, tanto se chi la usa vuol spiegare qualcosa, quanto se vuol negare che la spiegazione sia quella. Il problema, impostato correttamente, si pone in questi termini: tanto nella vita individuale, quanto in quella politica o finanziaria, ci sono azioni evidenti (cioè, delle quali si conosce subito l’autore, la natura, gli scopi ecc.) quanto azioni in tutto o in parte coperte, ciascuna delle quali assume un nome in riferimento alla sua natura. Se il signor Rossi incontra clandestinamente la signorina Bianchi e non lo dice alla moglie, non sta “facendo un complotto”, ma un “adulterio” che, di solito, non si racconta alla moglie. Se un determinato soggetto finanziario sta rastrellando sottobanco le azioni di una determinata società, non si tratta di un complotto ma di una “scalata ostile”. Nel nostro caso, dobbiamo capire di cosa stiamo parlando ed, in particolare, se siamo in presenza di una “guerra finanziaria” e, nel caso positivo, che caratteristiche ed attori abbia.
Abbiamo tre possibilità:

a- la crisi è frutto della disaffezione dei “mercati”, intendendo per essi una indistinta massa molto numerosa di investitori che, (indipendentemente l’uno dall’altro) si stanno ritirando dai bond europei o per timore di subire perdite o sperando di fare più lauti guadagni speculando sulla loro crisi. In questo caso parleremo di una generica “ondata speculativa” o di “fuga dal rischio”

b- la crisi è il prodotto dell’azione di pochi soggetti dotati di forte massa critica (i maggiori fra hedge fundd e banche d’affari, agenzie di rating ecc.) che, in accordo fra loro, stanno operando per colpire i paesi dell’Eurozona e conseguire non solo forti guadagni, ma anche una sostanziale modifica degli equilibri di forza nel mondo finanziario. In questo caso parleremmo di una grande “operazione speculativa” e non di una ondata, proprio perchè si tratterebbe dell’opera di pochi soggetti in accordo fra loro e non della confluenza spontanea di moltissimi

c- la crisi è il prodotto dell’azione convergente (se non proprio concordata) fra grandi soggetti finanziari e qualche grande potenza statuale per ottenere effetti sia finanziari -come quelli appena descritti- che politici (fine dell’Euro e, di conseguenza, della Ue). In questo caso parleremmo di “guerra finanziaria” in senso proprio, in quanto orientata ad ottenere effetti strategici attraverso l’azione sul debito.

La prima spiegazione viene normalmente argomentata riproponendo le teorie sulla efficienza dei mercati (che non sarebbero manipolabili a piacimento, in quanto ogni azione causerebbe una reazione di segno contrario, che riporterebbe la situazione in equilibrio), pertanto, la cura da adottare sarebbe quella di recuperare la fiducia degli investitori, offrendo loro maggiore convenienza a tornare sui propri titoli. Ovviamente, questa tesi non è dimostrabile, se non stabilendo con certezza che il ritiro dall’investimento europeo è fatto da milioni di piccoli investitori non organizzati e non organizzabili, il che è praticamente impossibile da fare, per cui resta solo da interpretare i segnali indiretti che vengono dal mercato. Un simile movimento finanziario difficilmente potrebbe procedere con una tempistica regolare e tempestiva: le ondate spontanee sul mercato di solito procedono in modo discontinuo e sfasato rispetto ad un disegno strategico, anzi, di solito segnalano sempre qualche ritardo su quello che “sarebbe opportuno fare” –dovuto ai tempi richiesti dalla percezione- oppure hanno un andamento in crescendo esponenziale, come è tipico delle ondate di panico.

Non sembra che sia questo l’andamento della crisi. Certamente non è affatto escluso che al movimento di “ritiro dal rischio” partecipino anche moltissimi piccoli investitori, ma è da comprendere quanto questo sia determinato dall’”istinto gregario” che qualcuno sta sfruttando.

La seconda spiegazione si basa sull’osservazione empirica di diversi comportamenti di alcuni grandi soggetti di Wall Street (ad esempio, la lettera “riservata” di Goldman Sachs ai suoi clienti che sconsigliava l’investimento in titoli europei, finita “per errore” sui giornali) cui si accompagna l’analisi del comportamento delle agenzie di rating, straordinariamente tempestivo nel soffocare ogni accenno di ripresa delle borse europee con miratissimi downgrade annunciati –ancor prima che essere decisi- in modo da aumentarne l’impatto sul mercato: un vero plotone di esecuzione.

Ed il sospetto (si badi: “sospetto”, non “certezza”) si rafforza se usiamo come cartina di tornasole il caso inglese: l’Uk ha un debito aggregato al 245% del Pil ed è al terzo posto in Europa, dopo Grecia e Portogallo, precedendo la Spagna e di molte lunghezze la Francia; ha un debito pubblico all’80% del Pil (maggiore di quello di paesi declassati come l’Austria o la Spagna), ha una bilancia commerciale che non sta messa meglio di quasi tutti i paesi dell’Eurozona, un Pil che per il 45% è fatto dalle banche (che non hanno una situazione più brillante di quelle di molti paesi dell’Eurozona), un sistema industriale a pezzi ed un governo abbastanza fragile. Eppure le agenzie di rating non hanno dubbi ad assegnare la tripla A al paese della Sterlina. D’altra parte, sappiamo che la City è in provincia di Wall Street…

Per essere certi che si tratti di una manovra concertata fra i grandi della finanza americana, dovremmo avere dati non disponibili: quanti titoli europei sono stati venduti da queste banche e quanti di essi allo scoperto? Quante volte esse hanno dovuto fare ricorso allo short selling per i titoli europei in generale ed italiani in particolare? Ma, questi dati sono in possesso di quelle stesse banche che non ce li faranno mai vedere. Tuttavia, se la “pistola fumante” non c’è (ed in questi casi è assurdo aspettarsi di trovarla) di indizi ce ne sono in abbondanza. Dunque, abbiamo buona probabilità di avvicinarci alla verità seguendo questa pista. E se si trattasse di una “operazione speculativa” la cura da seguire sarebbe quella dell’acquisto di titoli di debito dei paesi Eurozona da parte della Bce, emettendo tutta la liquidità necessaria -sempre che i tedeschi se ne convincano- così da rovesciare l’operazione addosso ai suoi promotori. Ad esempio, questo potrebbe scoraggiare massicce vendite allo scoperto che puntino al ribasso.

Più scivoloso si fa il terreno della terza ipotesi, cioè se insieme ad obiettivi e soggetti di natura finanziaria ce ne siano anche di natura politica. Per parlare fuori dei denti, se l’amministrazione Usa sia della partita. Qui le prove ancora più difficili da conseguire (pare che non ci facciano assistere, neanche se lo chiediamo, alle riunioni del National Security Council).
Non resta che partire da alcuni dati e ragionarci su. In primo luogo, non è un mistero che gli Usa hanno sempre guardato con molto diffidenza all’Euro ed al suo tentativo di scalzare il dollaro o, almeno, affiancarlo. Il che, peraltro, è perfettamente legittimo, considerando il loro punto di vista.

E non è neppure un mistero che gli Usa abbiano sempre guardato con molta sufficienza alla Ue e, talvolta, con vivissima irritazione a quelli che, ai loro occhi, erano “colpi di testa” di francesi e tedeschi che si desolidarizzavano dalle imprese americane in Medio Oriente.

In terzo luogo, è difficile pensare che al default di alcuni paesi europei (e dell’Italia in particolare) non faccia seguito il collasso dell’Euro e che, a questo, non succeda la dissoluzione della Ue: una catena di nessi causali altamente probabile.

Possiamo già porci una prima domanda: è possibile che il governo degli Usa non abbia previsto o preso in considerazione una simile eventualità? Non è possibile. Di conseguenza, appare chiaro che questo accade quantomeno con la sua acquiescienza. Diversamente, Washington potrebbe azionare misure di contrasto (acquisto di titoli Eurozona a sostegno, moral suasion verso le banche del proprio paese che hanno appena fatto rifornimento di liquidità a buon mercato dalla Fed, pressione sulle agenzie di rating, come è accaduto per il declassamento dei titoli Usa ecc.). Dunque, difficile immaginare una estraneità della Casa Bianca all’operazione di cui si sospetta Wall Street, quantomeno in termini di “volontà permissiva”.

Ma con quali obiettivi? Un primo scopo immediato può essere rintracciato proprio nella situazione finanziaria degli Usa: a settembre la situazione appariva molto compromessa, con il fresco declassamento operato da S&P e dopo la sofferta vicenda dell’innalzamento del tetto di debito; poi si è profilata una ripresa ancora embrionale con una limitata crescita occupazionale dopo diversi anni; ora si prospetta un anno molto difficile in cui occorrerà rifinanziare a livello mondiale titoli per 11.000 miliardi di dollari e si sa che, probabilmente, una parte resterà non soddisfatta. In questo contesto, presentare i titoli americani come molto più sicuri di quelli Eurozona (anche se meno remunerativi di essi), non è cosa ininfluente ai fini del chi resterà col cerino in mano. E questo, per un Presidente sotto elezioni, è manna dal cielo.

Ma c’è un’altro possibile disegno: una disgregazione dell’Eurozona –e della Ue- sarebbe anche una riduzione di complessità dell’ordine mondiale, in un momento in cui si stenta a definirne uno nuovo e durevole.

E’ un discorso che occorrerà riprendere. Ma se la spiegazione della crisi fosse questa la cura dovrebbe essere un’altra: raccogliere il guanto e rispondere sullo stesso piano. Ad esempio: le banche centrali Eurozona (come molte delle maggiori banche private) possiedono ingenti quantità di Bond Usa, che potrebbero vendere sul mercato (o non rinnovare quelli in scadenza) per finanziare il ritiro dal mercato dei titoli pubblici Eurozona.

Ma nessuno sembra prendere minimamente in considerazione una idea che implicherebbe molto coraggio politico. Molto più di quello che hanno statisti e banchieri d’Europa. E poi, chi dovrebbe coordinare questa azione: l’ex advisors della Goldman Sachs Mario Draghi?

Aldo GIANNULI

domenica 15 gennaio 2012

la precarietà nella tragedia della nave Concordia

Il precariato nella tragedia della Concordia
la tragedia del Concordia non ancora del tutto nota è anche conseguenza della gravissima deregolation del diritto del lavoroIl il personale della grande nave crocierista era tutto "usa e getta" composto di lavoratori e lavoratrici provenienti da ogni parte del mondo senza al alcuna specializzazioneI marinai erano incapaci di comunicare tra di loro e con i passeggeri. Si è creata una vera e propria babele. La volatilità della manod'opera mette in pericolo la sicurezza. Il capitalismo di oggi non tiene in nessun conto la competenza e l'esperienza ma soltanto la disponibilità ad accettare salari miserrimi. Il capitalismo significa insicurezza e dequalificazione. Perdita di sapere che prima si accumulava e si trasmetteva all'interno di un sistema giuridico che garantiva lavoratori e servizio. Ora vengono considerati superprivilegiati i lavoratori a tempo indeterminato che costituiscono il nucleo di sapere e di trasmissione del progresso dell'economia italiana. Il liberismo, la scuola alla quale appartiene Monti , è deleterio per l'umanità