martedì 8 febbraio 2011

Notizie sull'Egitto orribile di Mubarak degli USA e di israele

Il Paese delle Piramidi, un coperchio saltato alla pentola “euro-atlantica” e alle sue strategie politico-militari

Crisi Egitto (1): Mubarak, il dittatore che piace all’occidente



di: Giancarlo Chetoni
 (rinascita)


Dal Canale d’Otranto a Gibilterra lungo le coste dell’intero Mediterraneo, dallo stretto di Bab el-Mandeb al Golfo Persico, ad est, e più in là dall’Oceano Indiano al Pacifico, il vento impetuoso della storia sta arricciando a uragano l’orizzonte.

Da dove vogliamo cominciare?

Dal narco-criminale dell’Albania Sali Berisha, che appare in televisione con la bandiera Usa alle spalle oltre che a quella della Nato e della Ue, che non lo annovera ancora (!) tra i suoi partner, quando la sua “guardia repubblicana” spara per uccidere sulla folla che manifesta, o dal “re” torturatore e assassino, alleato di Obama e Barroso, che occupa con la forza militare la Terra del Fronte Polisario, Mohammad VI del Marocco?

Questa volta partiremo dal Canale di Suez, perché tra il Sinai, ad est, e il porto di Alessandria, ad ovest, è lì che si gioca la partita più importante e decisiva dei primi 50 anni del XXI secolo per gli equilibri geopolitici, economici e militari dell’intera area del Vicino Oriente.

Lo sconquasso del sistema di condizionamento euro-atlantico partito dalla Tunisia, che ha coinvolto con diversa intensità le regioni del Maghreb e del Mashreq fino allo Yemen, e sta investendo con una forza devastante in questi giorni l’Egitto, va analizzato con grande attenzione.

Anche se l’effetto che potrà produrre è lontano dal poter essere, oggi, adeguatamente inquadrato, dopo il terremoto manifestatosi con la fuga del despota Ben Ali in Arabia Saudita, quello che sta uscendo allo scoperto è il logoramento ormai traumatico, terminale del potere di un altro “amicissimo” a tutto campo di Stati Uniti e Europa: quello del “rais” Mubarak che dal 24 ottobre del 1981 ha imposto al popolo egiziano oltre che un brutale e sanguinoso pugno di ferro anche la fame e una corruzione dilagante dopo aver sbriciolato il sistema educativo e sanitario messo in piedi da Gamal Nasser.

Regalini che il “rais” si sta apprestando a lasciare al suo Paese a 30 anni dall’insediamento alla presidenza dopo la convalescenza causatagli da 3 proiettili dell’ Ak47 di Kalid al Islambudi che lo attinsero mentre affiancava Anwar el Sadat in una tribuna allestita durante una sfilata militare al Cairo.

Mettiamo insieme un po’ di dati.

I soli detenuti, politici, sulle sponde del Nilo sono al momento oltre 42.000, di cui 18.000 in detenzione amministrativa (senza accuse).

Il 45% della ricchezza nazionale è concentrato nelle mani delle oligarchie copte che dissanguano il Paese (il magnate Naquib Sawiris delle telecomunicazioni Wind è la testa del serpente), i 3/5 degli egiziani sopravvive con un reddito di 2 dollari al giorno, i senza lavoro sono quantificabili dai 18 ai 45 anni di età, secondo stime di esperti indipendenti, in oltre 21 milioni.

Il consumo di pane pro-capite è il più alto in assoluto a livello planetario.

In Egitto si usano semolati di granaglie per l’approntamento del 75% dei pasti alimentari. Il consumo di pollame, carne ovina, bovina o proveniente dalla macellazione di cammelli, in Egitto è considerato un bene usufruibile nelle sole occasioni delle festività dal 60% della popolazione.

File interminabili, dal primo mattino al tramonto, per acquistare pane sono ormai da anni “normalità” in Egitto. La prime sollevazioni popolari per la farina macinata arrivarono nel 1977. Anwar Sadat le definì con ributtante cinismo la “rivolta dei ladri”. Dal 1975 ad oggi la popolazione è aumentata da 45 a 80 milioni. I delitti commessi con armi bianche o da sparo dai fornai egiziani contro “rapinatori di pane” sono in costante aumento.

L’aumento vertiginoso del prezzo della farina passato da 3 a 15 piastre nel corso del 2010 è stata la scintilla che ha fatto esplodere l’ Egitto. Il pane cotto è lievitato nel costo d’acquisto da 5 a 20 piastre.

Dal 1977 ad oggi si contano a migliaia di morti per “fame” liquidati dalle forze di repressione del regime egiziano e a decine e decine di migliaia gli egiziani passati per un lungo soggiorno nelle galere del “rais” per spezzare le rivolte generate dalla miseria e dalla totale mancanza di qualsiasi libertà politica.

L’elenco della sequenza di stragi, da quelle numericamente ridotte a quelle di più ampia portata, effettuate, nell’arco di 30 anni, dalle forze di repressione della “vacca che ride” contro oppositori politici e egiziani alla disperazione sulle piazze e sulle strade dell’intero corso del Nilo non può non produrre sconcerto, disgusto.

Avete mai sentito mezza parola, sui giornali e tv in Italia, in Europa o negli Stati Uniti o all’Onu sulla violazione dei “diritti umani” nel Paese delle Piramidi o a un Forum come Davos delle catastrofiche dimensioni del disastro economico e sociale che morde alla gola, ormai da 15 anni, in crescendo, 48 milioni di bambini, giovani, uomini, donne e anziani?

Abbiamo saputo tutto, per anni, fino alla nausea, sugli arresti domiciliari della birmana San Suu Kyi ma mai niente, nemmeno un nome, di un oppositore di Mubarak messo a marcire in galera da un tribunale egiziano ad eccezione del “caso” Abu Omar, anche se con il sigillo paralizzante del “segreto di stato” opposto prima da Prodi e poi da Berlusconi.

Perché c’è un’enorme indulgenza per l’attuale presidente dell’Egitto a livello dell’intera “comunità internazionale”?

Perché l’Onu e l’Ocse non hanno mai mandato “ispettori” a monitorare la regolarità delle elezioni presidenziali, delle legislative e amministrative organizzate in Egitto dal “Dead Man Walking” dal 1981 ad oggi?

Perché le campagne di Amnesty International contro le illecite detenzioni e l’uso della tortura si spengono, senza troppo clamore, alle porte del Canale di Suez?

Perché nella Repubblica delle Banane l’Egitto non fa “cronaca” eccetto che in occasione delle ripetute visite del “rais” a Roma nei Palazzi del Potere?





Articolo letto: 444 volte (04 Febbraio 2011)

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La partita a scacchi con la rivoluzione

Il Potere Imperiale della Grassa Borghesia che si raccoglie attorno a Mubarak alla Clinton ed all'ineffabile "babbiaturi" Obama ha giocata una partita a scacchi con la "rivoluzione" ed è riuscito a catturarla e farne il punto di partenza per una nuova fase ancora più legata agli interessi di Israele. Il Presidente Perez ha dichiarato che non accetterebbe la vittoria elettorale in Egitto dei Fratelli Musulmani. Di fatto ha minacciato la guerra.Auspico una forte direzione antiimperialistica per i movimenti di liberazione araba.
Pietro Ancona


http://it.euronews.net/2011/02/06/peres-mubarak-uomo-di-pace-ma-richiama-i-rischi-per-la-regione/

lunedì 7 febbraio 2011

la pernacchia americana

La Pernacchia americana



Marchionne ha fatto una pernacchia gigantesca all'Italia, a Fassino, alla Camusso, a Bonanni ad Angeletti che pur gli avevano steso un lungo tappeto sotto i piedi fatto dei diritti e della salute degli operai Fiat: si porta via la direzione Fiat a New York. I nostri grandi "modernizzatori" del PD e della CGIL non sanno come incassare la pedata in culo: la Camusso fa capire che farà lo sciopero generale (fuori tempo massimo ed a giochi fatti). Non è neppure detto che Mirafiori e Pomigliano realizzeranno (tra due anni?) i programmi annunziati ma mai consegnati.Un Italia non lascia neppure il nome Fiat: gli stabilimenti che sopravviveranno sono tutti NEWCO.

Pietro Ancona

http://www.agi.it/economia/notizie/201102071152-eco-rt10082-fiat_camusso_necessaria_grande_mobilitazione_nel_paese

domenica 6 febbraio 2011

la rivoluzione sconfitta dal tempo e dalla mancanza di progetto politico.

La rivoluzione dovrà accontentarsi di una maquillage del regime. Il blocco sociale che reggeva al potere Mubarak resta saldo in sella e il regime attenuerà alcune delle sue fattezze più impresentabili. Da Mubarak a Sulemein per Israele non cambia niente. E neppure per la funzione di Gendarme dell'Imperialismo riservata all'Egitto.   C'è un rafforzamento dell'influenza nazi-sionista sul vertice con l'avvento di Sulemein rispetto il quale la candidatura di AlBaradei e degli altri pretendenti liberalborghesi appare patetica.  Il tempo ha funzionato bene contro la piazza dei dimostranti. La gente deve continuare a vivere e tredici giorni sono tanti, tantissimi. Non ci sarà nessun cambiamento come non ci sarà nessun cambiamento in Tunisia. I reclusi di Gaza faranno in tempo a morire nel lager prima che le cose cambino davvero. Quattrocento morti e migliaia di feriti e di prigionieri sono stati sacrificati quasi per niente. La rivoluzione deve avere una Ideologia, una Direzione e deve essere armata oppure soccombe
Pietro Ancona

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/02/06/visualizza_new.html_1591472429.html

venerdì 4 febbraio 2011

le bandiere che non vengono bruciate

Le bandiere che non vengono bruciate



Uno dei più autorevoli giornali statunitensi, il Washington post, si domanda sconcertato e indispettito perchè mai nelle piazze che sono state infiammate dalla rivoluzione araba in Tunisia, in Egitto, nello Yemen, in Giordania, in Algeria i manifestanti non ripetano il rito di bruciare la bandiera a stella e strisce. Ne deduce da questo una diminuzione dell'influenza politica degli States sull'area medioorientale e mediterranea e si chiede come è possibile che questo sia accaduto.

In effetti, i regimi tirannici messi in discussione dalle folle in rivolta hanno tutti un comune denominatore: sono sostenuti dall'Occidente e spesso sono stati e sono attivi nello svolgimento della politica occidentale o, meglio, imperialistica. Hanno avuto una funzione di contrasto ed addirittura di gendarmeria verso i popoli oppressi e ribelli, contro i palestinesi o l'Iran o quanti sono in disgrazia presso lo zio Sam. L'Egitto da trenta anni assolve al ruolo di Stato-Gendarme che Kissinger aveva inventato a suo tempo per l'Iran dello Scià. Partecipa alla costruzione del mostruoso muro di acciaio, finanziato anche dall'Europa che per trenta metri è sotterraneo e congegnato per l'emissione di gas velenosi capaci di uccidere i malcapitati che tentassero di uscire da Gaza. Le sue forze armate sono integrate con quelle americane ed israeliane e lo stesso dicasi dei servizi segreti. Se si analizzano le situazioni della Tunisia o dello Yemen si scoprono più o meno le stesse cose. I blocchi sociali che hanno sostenuto le tirannidi di Mubarak, di Ben Alì e degli altri sono costituiti dalla borghesia parassitaria imprenditora e mercantile in ottimi rapporti con le multinazionali europee e con le banche occidentali. Insomma, i regimi che oggi sono nella tempesta della contestazione sono organici agli USA e ricavano gran parte della loro forza dal loro appoggio. Perchè quindi non vengono chiamati in causa? Perchè le bandiere non vengono bruciate?

E' difficile dare una risposta a questo interrogativo. Non credo che si tratti tuttavia del segno di un declino dell'influenza yanchee. Si possono cominciare ad azzardare alcune spiegazioni che tuttavia non sono esaurienti. Innanzitutto è scomparsa dalla zona l'influenza ideologica che per molti decenni è stata esercitata dai palestinesi. Il mito di Arafat era un sicuro punto ideologico e politico di riferimento per tutte la masse araba e per la loro intellighentia democratica. Ora la questione palestinese è ridotta ad un grosso problema umanitario di due milioni di persone rinchiuse nel lager di Gaza mentre il partito di Abu Mazen è oramai la legione straniera di Israele, qualcosa di più e di peggio dell'ascarismo che gli italiani creammo in Etiopia. Anni ed anni di persecuzioni, omicidi, carcerazioni hanno reso quasi clandestino ed assai cauto il partito dei fratelli musulmani. In ogni caso, non c'è una possibilità di leadership religiosa in nazioni che sono state spinte alla rivolta dagli effetti feroci della globalizzazione del capitalismo, dalla fame, dalla disoc cupazione di massa. L'Iran non è in grado di influenzare un vasto movimento rivoluzionario dal momento che il komeinismo appare oggi una opzione assurda presente soltanto nella propaganda della Cia e del Mossad. I partiti comunisti dell'area non sono in grado di esercitare un ruolo, una egemonia. L'antiamericanismo da sempre presente nella area non risorge ed i movimenti in corso appaiono tutti concentrati a contestare la tirannia dei governanti quasi monarchi ed a rivendicare diritti civili e cambio di regime.

In sostanza i movimenti appaiono acefali e coloro che si offrono di rappresentarli sono membri dell'establiscement graditi all'Occidente come il premio nobel El Baradei che si premura rassicurare Israele che non gli è ostile. Una offerta del tutto insignificante dal momento che Israele è assai garantita nel governo Mubarak, da Omar Soleiman e dal rapporto con le forze armate egiziane.

In sostanza non c'è antiamericanismo nelle rivoluzioni non certo per quello che pensa l'indispettito Washington Post e cioè del declino politico ed ideologico degli USA che non li farebbe più percepire come nemici ma soltanto perchè il movimento che si è creato non va lontano dalla rivendicazione di diritti civili e di un miglioramento delle condizioni economiche. Non ha un progetto politico ed è composto da milioni di giovani in gran parte laureati, colti, destinati ad espatriare come schiavi in Europa, ma che non si rendono conto che il buon governo che auspicano non risolverà alla radice il loro problema e non li grazierà dalla condanna alla disoccupazione perpetua ed alla delusione esistenziale. Giovani che non si identificano nel fondamentalismo islamico, che peraltro esiste solo nella fantasia dei cultori dello scontro di civiltà, ma che non hanno ancora elaborato un progetto socialista di uso diverso delle risorse della loro terra e di affrancamento dal dominio del capitalismo mondiale.

Per questo cambieranno i Governi ma non si volterà pagina. Il Bilderbeg può stare ancora tranquillo per qualche tempo. Anche senza bandiere bruciate, Rochfeller e i suoi colleghi banchieri e militari continueranno a spadroneggiare sul mondo. La nefasta influenza USA continuerà.

Pietro Ancon a

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/02/03/AR2011020306882.html?hpid=topnews

giovedì 3 febbraio 2011

Israele commissaria l'egitto attraverso Omar Soleiman? (notarelle ...)

Israele mantiene anche eserciti privati specializzati per intervenire a sostegno dei regimi filoamericani come la Colombia......Perchè non dovrebbero essere in Egitto ad appoggiare il Mostro che li spalleggia da anni?




Chi può escludere la presenza di squadroni della morte costituiti da "palestinesi" di Abu Mazen infiltrati dagli israeliani per concludere in un bagno di sangue la rivoluzione pacifica degli egiziani contro il loro Mostro-Faraone?

L'ONU si ritira dall'Egitto lasciandolo nelle mani degli assassini assoldati da Mubarak per sparare sulla rivoluzione. La quale rischia di fare la fine dell'intifada se non si arma per restituire colpo su colpo. Il Mostro seduto sul trono del Faraone non molla la preda

che dissangua da trenta anni



E' iniziata la mattanza per la rivoluzione egiziana. Il suo carattere pacifico viene sfruttato dal Regime e dai suoi possenti protettori (Usa e Israele) per massacrarla. Il sangue scorrerà a fiumi...... Le pietre non potranno niente controi cannoni e le mitragliatricCon la nomina a Vice Presidente di Omar Suleiman Israele ha commissariato l'Egitto e di fatto se ne è impadronito. Gli Usa hanno lasciato fare e fingono di essere raccapricciati per i massacri dei killers di Mybarak e soci
 
 
gli squadroni della morte organizzati da Israele hanno chiuso la rivoluzione in piazza. Stanotte il sangue scorrerà a fiumi. L'allontanamento dei giornalisti significa che la repressione non vuole testimoni. Come a Gaza. Come in Irak, Come in Afghanistan

martedì 1 febbraio 2011

la rivoluzione ha bisogno di un partito armato e combattente

Senza un partito armato e combattente le rivoluzioni sono destinate ad essere sconfitte od ad infrangersi ai piedi istituzioni come l'Esercito. Senza una forte organizzazione internazionale non si riuscirà a piegare un potere che è sempre locale e mondiale: dietro Mubarak gli USA, il FMI, la Nato. Questi, al massimo, cambiano Mubarak dopo trenta anni ma per insediare una carogna ancora più pericolosa di lui.




La rivoluzione ha bisogno di un Partito armato.



La generosità di milioni di manifestanti, la morte di centinaia di giovani, il ferimento di migliaia di ragazsi e ragazze, l'arresto, non serviranno a niente se alla testa della rivoluzione non c'è una forte struttura capace di una strategia per la presa del potere che non lasci a Potere Occidentale la possibilità di manipolare e di essere l'unico in grado di offrire una soluzione "politica" che non cambia niente negli assetti dei poteri sociali ed economici.



E' importante la creazione di un'altra entità statale oltre l'Iran per bilanciare i rapporti di forza internazionale. Se ad un Iran



si unisse un Egitto capace di rompere con l'Impero la situazione potrebbe cambiare radicalmente.



pietro ancona