Inizio la pubblicazione del libro oggi dimenticato ed ignorato di un grande ribelle dell'umanità: Jack London. Il suo amore per la libertà lo ispirò nello scrivere libri come "il richiamo della foresta" o il tallone di ferro che esprime il suo orrore per i meccanismi del potere.
Pubblicherò un capitolo ogni sabato
Pietro Ancona
brevi note su Jack London
http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_London
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TALLONE DI FERRO
Capitolo 1
LA MIA AQUILA
La brezza leggera dell'estate agita le sequoie e la Wild Water si frange con ritmiche cadenze contro le pietre muscose. Ci sono farfalle nel sole, e dovunque si leva il sonnolento ronzio delle api. C'è tanta pace e silenzio e io me ne sto qui, inquieta, a pensare. E' questa pace a rendermi inquieta: mi sembra irreale.
Una quiete profonda, ma è la quiete che precede la tempesta. Tendo dunque l'orecchio, e tutti i sensi, al primo segnale della tempesta imminente. Purché non sia prematura. Purché non scoppi troppo presto (1).
Sono inquieta con ragione. Penso, penso continuamente, è piú forte di me. Ho vissuto così a lungo nella mischia che la pace e la quiete mi opprimono e non posso impedirmi d'indugiare col pensiero su quel turbine di devastazione e morte che presto si scatenerà.
Già odo le grida delle vittime, già vedo, come nel passato, (2) tanta bella e preziosa carne falciata e mutilata, tante anime strappate a forza dai loro nobili corpi e lanciate verso Dio. E' così che noi povere creature umane raggiungiamo i nostri scopi; solo attraverso stragi e distruzioni riusciamo a portare pace e felicità durature sulla terra!
Sì, sono sola. Quando non penso a quel che sarà, penso a quel che è stato, a ciò che non è piú: alla mia Aquila, che batte l'aria con le ali instancabili, librandosi in eterno verso il suo sole, l'ideale radioso della libertà umana. Non saprei starmene inerte ad aspettare il grande avvenimento di cui lui è l'artefice, anche se non sarà presente al momento. Vi dedicò interi gli anni della sua vita, lo pagò con la vita. E' opera sua. Lo rese lui possibile (3).
Perciò, in simile ansiosa attesa, ho deciso di scrivere di mio marito. Io soltanto tra tutti potrò far luce sulla sua personalità, una personalità tanto nobile che tuttavia non sarà mai abbastanza nota. Era un'anima grande e, quanto il mio amore è scevro da ogni egoismo, il mio rammarico più grande è che lui non sia più qui ad assistere all'alba di domani. Non possiamo fallire: le basi che lui ha gettato sono troppo solide, troppo sicure.
Strapperemo via dal petto dell'umanità schiacciata il maledetto Tallone di Ferro. Al segnale della riscossa, le legioni dei lavoratori di tutto il mondo insorgeranno, e nella storia non si sarà mai visto nulla di simile. La solidarietà delle masse lavoratrici è assicurata, e per la prima volta scoppierà una rivoluzione internazionale, vasta quanto il mondo (4).
Sono, chiaramente, talmente presa da ciò che ci aspetta, che da tempo ormai vivo giorno e notte, sin nei minimi particolari, il grande avvenimento; anzi, non riesco a pensare a mio marito senza pensare a esso. Lui ne fu l'anima, come potrei separare le due cose nei miei pensieri?
Come ho detto, posso fare molta luce sulla sua personalità. Tutti sanno che ha lavorato molto, e penato ancor più, per la libertà; ma nessuno può saperlo meglio di me, che ho condiviso la sua vita in questi venti anni di ansia, e ho avuto modo di apprezzare la sua pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa per la quale, appena due mesi fa, è morto.
Cercherò di raccontare in tutta semplicità in che modo Ernest Everhard entrò nella mia vita: come lo conobbi, come finii col diventare parte di lui, quali profondi cambiamenti portò nella mia vita. In tal modo potrete guardarlo attraverso i miei occhi e apprendere di lui ciò che appresi io: tutto, salvo le cose troppo intime e dolci perché io possa ridirle.
Lo vidi per la prima volta nel febbraio del 1912. Era stato invitato a pranzo da mio padre (5), e devo dire che quando varcò la soglia di casa nostra a Berkeley, non mi fece un'impressione del tutto favorevole. Avevamo molta gente a pranzo e il suo ingresso nel salotto in cui aspettavamo l'arrivo degli ospiti fu abbastanza imbarazzante. Era la sera dei "predicatori", come diceva mio padre in famiglia, e Ernest non era certamente al suo posto tra quella gente di chiesa.
Tanto per cominciare, era mal vestito. Portava un completo di panno scuro, confezionato, che gli cascava addosso. In realtà, neppure in seguito riuscì mai a trovare un abito che gli andasse bene. Anche quella sera, come sempre, a ogni movimento che faceva i muscoli aggrinzivano la stoffa e, per via dell'ampio torace, dietro le spalle la giacca faceva una quantità di pieghe. Aveva il collo d'un campione di pugilato (6), grosso e robusto. E così questo è il filosofo sociale, ex maniscalco, scoperto da mio padre, mi dissi. Con quei bicipiti e quel collo, ne aveva tutta l'aria infatti. Lo giudicai immediatamente una specie di prodigio, un Blind Tom (7) della classe operaia.
Quando poi mi diede la mano, la sua fu una stretta forte e sicura.
I suoi occhi neri mi fissarono con ardire - un po' troppo ardire, mi parve. Ero nata e cresciuta in quell'ambiente, infatti, e a quel tempo avevo un istinto di classe molto sviluppato. Tanto ardire in un uomo del mio stesso livello sociale mi sarebbe risultato più o meno imperdonabile; fui dunque costretta ad abbassare gli occhi e fu con vero sollievo che tirai oltre per andare a salutare il vescovo Morehouse, uno dei miei prediletti, un uomo di mezza età, serio, dolce, dall'aspetto mite di un Cristo e, inoltre, un vero erudito.
Ma quell'ardire, che attribuii a presunzione, era quanto mai rivelatore della vera personalità di Ernest Everhard: era semplice, diretto, non aveva paura di niente e si rifiutava di perdere tempo con le convenzioni. "Mi piacesti subito", mi rivelò molto tempo dopo. "Perché dunque non avrei dovuto riempirmi gli occhi di ciò che mi piaceva?". Ho appena detto che non aveva paura di niente. Era un aristocratico autentico, anche se di fatto combatteva l'aristocrazia; un superuomo, l'essere biondo descritto da Nietzsche (8), e pur tuttavia un ardente democratico.
Impegnata a ricevere gli altri invitati, e forse anche per la cattiva impressione riportata, dimenticai quasi completamente il filosofo della classe operaia. In seguito, però, a tavola, attirò di nuovo un paio di volte la mia attenzione. Stava ascoltando i discorsi dei reverendi e nei suoi occhi notai un lampo divertito.
Ha il senso dell'umorismo, pensai, e quasi gli perdonai quel modo goffo di vestire. Intanto il tempo passava; il pranzo era inoltrato e lui non aveva aperto bocca neppure una volta mentre i reverendi discutevano animatamente della classe operaia e dei suoi rapporti con la chiesa e di ciò che questa aveva fatto e ancora faceva per essa. Notai che mio padre era seccato di quel suo silenzio e a un certo punto, profittando di un attimo di calma, gli chiese quale fosse la sua opinione. Ernest si limitò a scrollare le spalle e, dopo un secco "Non ho niente da dire", riattaccò a masticare mandorle salate.
Ma mio padre non si dava facilmente per vinto e, dopo qualche istante, disse: "Abbiamo tra noi un rappresentante della classe operaia. Sono sicuro che potrebbe presentarci le cose da un punto di vista nuovo e interessante. Alludo al Signor Everhard".
Tutti si mostrarono subito cortesemente interessati e sollecitarono Ernest a esporre le sue idee; ma il loro era un atteggiamento così chiaramente benevolo e tollerante da sembrar quasi condiscendenza. Mi accorsi che anche lui lo aveva notato, e ne era divertito. Girò lentamente lo sguardo sui convitati e in quei suoi occhi neri vidi un lampo di malizia.
"Non sono tagliato per le cortesi discussioni degli ecclesiastici", esordì poi, con tono modesto. Quindi esitò.
Si levarono alcune voci d'incoraggiamento: "Continui, continui". E il dottor Hammerfield aggiunse:
"Non temiamo la verità, da chiunque sia detta in buona fede".
"Lei dunque distingue tra verità e sincerità?" ribatté vivacemente Ernest con un sorriso.
Il dottor Hammerfield rimase un attimo perplesso, quindi balbettò:
"Anche il migliore di noi può sbagliare, giovanotto, anche il migliore".
All'improvviso, Ernest parve cambiare. In un attimo, sembrò un altro uomo.
"Bene, allora comincerò col dirvi che v'ingannate, tutti. Della classe operaia voi non sapete un bel niente. La vostra esperienza sociale è falsa e priva di valore come il vostro modo di ragionare".
Più che le parole mi colpì il tono con cui le pronunciò, e rimasi scossa già al solo suono della sua voce: uno squillo di tromba che mi fece fremere tutta. Anche tutti i presenti ne furono scossi, destati di colpo dal solito torpore e dalla solita monotonia.
"Cosa c'è di tanto falso e privo di valore nel nostro modo di ragionare, giovanotto?" chiese il dottor Hammerfield, con tono indispettito.
"Siete dei metafisici, e con la metafisica potete dimostrare qualunque cosa. Ma naturalmente, qualunque altro metafisico potrà a sua volta dimostrare, con non poca soddisfazione, che avete torto. Nel campo del pensiero siete degli anarchici e avete la passione delle costruzioni cosmiche. Ognuno di voi vive in un proprio universo, creato dalla sua fantasia e secondo i suoi desideri, ma dell'altro mondo, quello vero in cui abitate, non sapete niente, e il vostro pensiero non ha posto nella realtà se non come fenomeno di alienazione.
Sapete a cosa stavo pensando poco fa sentendovi parlare a vanvera?
A quegli scolastici del Medio Evo che con serietà e dottrina dibattevano il problema di quanti angeli possano danzare sulla punta di un ago. Voi, signori, siete lontani dalla vita intellettuale del ventesimo secolo quanto poteva esserlo diecimila anni fa uno stregone pellerossa impegnato a fare incantesimi in una foresta vergine".
A giudicare dal volto acceso, dalle sopracciglia aggrottate, dal lampeggiare degli occhi, dalle contrazioni del mento e della mascella, tutti segni di una natura aggressiva, sembrò che nel pronunciare quest'ultima frase fosse in preda all'ira. Era invece il suo modo di fare che, tuttavia, invariabilmente scuoteva la gente, esasperandola con quegli assalti impetuosi e improvvisi. I nostri invitati stavano già perdendo il loro contegno consueto. Il vescovo Morehouse ascoltava con attenzione, piegato in avanti; il dottor Hammerfield era rosso in viso per l'indignazione e anche gli altri erano sconvolti. Solo alcuni ancora sorridevano con aria divertita di superiorità. Quanto a me, trovavo la scena quanto mai divertente. Lanciai un'occhiata a mio padre e addirittura temetti che stesse per scoppiare a ridere per l'effetto prodotto da quella specie di bomba umana che aveva osato buttare in mezzo a noi.
"Lei si esprime in maniera abbastanza vaga", dichiarò infine il dottor Hammerfield. "Cosa intende dire esattamente chiamandoci metafisici?" "Vi definisco metafisici", riprese Ernest, "perché ragionate metafisicamente. Il vostro metodo è l'opposto di quello scientifico e le vostre conclusioni non hanno alcuna validità.
Dimostrate tutto e al tempo stesso niente, e neppure due tra voi riescono a mettersi d'accordo su un punto qualsiasi. Per spiegare l'universo e se stesso, ognuno di voi si tuffa nella propria coscienza, e pretendere di spiegare la coscienza con la coscienza è come pretendere di sollevarsi da terra tirandosi per i lacci delle scarpe".
"Non capisco", lo interruppe il vescovo Morehouse. "A me pare che tutte le cose dello spirito siano metafisiche. La stessa matematica, la più esatta e convincente delle scienze, è metafisica; ogni processo mentale di uno scienziato è già un atto di natura metafisica. Certamente sarà d'accordo su questo".
"Come lei stesso ha detto, non capisce", ribatté Ernest. "Il metafisico ragiona per deduzione partendo dalla sua stessa soggettività. Lo scienziato, invece, ragiona per induzione, basandosi sui fatti forniti dall'esperienza. Il metafisico procede dalla teoria ai fatti, lo scienziato dai fatti alla teoria. Il metafisico spiega l'universo secondo se stesso, lo scienziato spiega se stesso secondo l'universo".
"Ringraziamo Iddio di non essere scienziati", mormorò il dottor Hammerfield, con tono di compiacimento.
"E cosa siete, dunque?".
"Filosofi".
"Ci siamo", esclamò Ernest, ridendo. "Avete abbandonato il solito terreno della realtà per librarvi in aria con una parola, come se fosse una macchina volante. Per piacere, ritornate sulla terra e vogliate dirmi, a vostra volta, cosa intendete esattamente per filosofia".
"La filosofia è..." (il dottor Hammerfield si schiarì la voce) "è qualcosa che non si può definire in modo comprensibile se non a menti e spiriti filosofici. Lo scienziato che si limita a ficcare il naso tra le sue provette non potrà mai capire la filosofia".
La stoccata lasciò Ernest impassibile. Ma era abituato a ritorcere l'attacco contro l'avversario, e così fece, immediatamente, con volto e voce affatto benevoli.
"In tal caso, sarete certamente in grado di comprendere la definizione della filosofia che penso di proporvi. Prima, però, vi invito a rivelarne gli errori oppure a mantenere un silenzio metafisico. La filosofia non è altro che la più vasta di tutte le scienze. Il suo metodo non si distacca da quello di una qualunque scienza particolare o di tutte le scienze in generale. E appunto per questo suo meccanismo, questo suo metodo di ragionamento, il metodo induttivo, la filosofia fonde insieme tutte le scienze particolari, formando una sola, grande scienza. Come dice Spencer, i dati di ogni scienza particolare formano una conoscenza unificata solo in parte, mentre la filosofia sintetizza in sé la conoscenza offerta da tutte le scienze. E' cioè la scienza delle scienze, la scienza assoluta, se volete. Che ne dite di questa definizione?".
"Molto attendibile", mormorò il dottor Hammerfield.
Ma Ernest era senza pietà.
"Guardatevene", disse, "la mia definizione è fatale alla metafisica. Se, a partire da adesso, non riuscite a trovare in essa neppure un'incrinatura, sarete squalificati quando in seguito vorrete opporre argomenti metafisici. Passerete la vita intera a cercare quell'incrinatura e sarete costretti a restare metafisicamente muti fino a quando non l'avrete trovata".
Tacque, in attesa. Il silenzio divenne penoso. Il dottor Hammerfield era a disagio e insieme perplesso. Quell'attacco, dei veri e propri colpi di maglio, lo aveva sconcertato; non era abituato a quel modo di discutere semplice e diretto. Il suo sguardo implorante fece il giro della tavola, ma nessuno prese la parola per lui. Sorpresi mio padre che rideva dietro il tovagliolo.
"C'è un altro modo per squalificare i metafisici", riprese Ernest quando la sconfitta del dottore fu ben chiara, "giudicarli dalle loro opere. Cosa hanno fatto per l'umanità oltre a tessere fantasie aeree e scambiare per divinità la propria ombra?
Riconosco che hanno aggiunto nuovi motivi d'allegria per il genere umano, ma quale bene tangibile hanno mai apportato? Hanno filosofato, scusatemi la parola di cattivo gusto, sul cuore come sede delle emozioni, mentre intanto gli scienziati studiavano la circolazione del sangue. Hanno declamato sulla peste e sulla carestia, considerandole flagelli di Dio, mentre intanto gli scienziati costruivano silos e risanavano gli agglomerati urbani.
Descrivevano la terra come centro dell'universo, mentre gli scienziati scoprivano l'America e scrutavano lo spazio per scoprirvi le stelle e le leggi degli astri. Insomma, i metafisici non hanno fatto assolutamente niente per l'umanità. Hanno dovuto arretrare passo dopo passo davanti alle conquiste della scienza; ma appena i fatti scientificamente accertati rovesciavano le loro spiegazioni soggettive, ne fabbricavano altre su scala più vasta per spiegare appunto i fatti accertati. E così, senza dubbio, continueranno a fare sino alla fine dei secoli. Signori, i metafisici sono degli impostori. Fra voi e l'esquimese che immaginava dio come un mangiatore di grasso vestito di pelliccia, c'è solo una differenza di qualche migliaio d'anni di fatti accertati. Tutto qui".
"Eppure il pensiero di Aristotele ha dominato l'Europa per dodici secoli", intervenne il dottor Ballingford, pomposo, "e Aristotele era un metafisico".
Quindi il dottor Ballingford girò lo sguardo sui commensali, dai quali fu ricompensato con cenni e sorrisi di approvazione.
"Il suo esempio non è per niente felice", rispose Ernest. "Lei si riferisce a uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità.
Infatti lo chiamiamo periodo d'oscurantismo, un'epoca in cui la scienza era schiava della metafisica, la fisica si limitava alla ricerca della pietra filosofale, l'alchimia aveva preso il posto della chimica, e l'astrologia quello dell'astronomia. Triste dominio quello del pensiero di Aristotele!".
Il dottor Ballingford parve seccato, ma subito si riprese e ribatté:
"Anche accettando il quadro nero che lei ci ha dipinto, deve però riconoscere alla metafisica un grande valore intrinseco, perché è riuscita a liberare l'umanità dall'oscurantismo avviandola verso la luce dei secoli successivi".
"La metafisica non ne ebbe alcun merito", ribatté Ernest.
"Come!" esclamò il dottor Hammerfield, "non è stato forse il pensiero speculativo a condurre alle grandi scoperte?".
"Ah, caro reverendo", disse Ernest con un sorriso, "la credevo squalificato. Non ha ancora trovato una sola incrinatura, nella mia definizione della filosofia e ora è sospeso nel vuoto. Ma questa è un'abitudine dei metafisici e io la perdono. No, ripeto, la metafisica non ebbe alcun merito in tutto questo. Ai viaggi di scoperta spinse il bisogno di pane quotidiano, seta e gioielli, monete d'oro e metalli preziosi e, tra l'altro, la chiusura delle vie commerciali terrestri verso l'India. Quando cadde Costantinopoli nel 1453, i turchi chiusero le vie carovaniere per l'India, e i mercanti europei dovettero cercare altre strade.
Questa fu la vera causa di quelle esplorazioni. Cristoforo Colombo prese il mare per cercare una nuova via per le Indie, potete leggerlo su tutti i libri di storia. Si scoprirono così per caso fatti nuovi in natura, come la grandezza e la forma della terra, e il sistema tolemaico mandò i suoi ultimi bagliori".
Il dottor Hammerfield emise un grugnito.
"Non è d'accordo?" domandò Ernest. "Allora mi dica dove sbaglio".
"Posso soltanto riconfermare il mio punto di vista" replicò aspramente il dottor Hammerfield. "Sarebbe altrimenti un tema troppo vasto".
"Non esistono temi troppo vasti per uno scienziato", ribatté, in tono cortese, Ernest. "Per questo lo scienziato scopre e ottiene, per questo è arrivato in America".
Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia per me una gioia ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle prime ore passate con Ernest Everhard.
La discussione si fece molto animata, e i reverendi avvampavano, quando Ernest li chiamava filosofi romantici, lanterne magiche e così via. Li interrompeva continuamente per richiamarli ai fatti.
"Il fatto, amico, il fatto inconfutabile", proclamava trionfante, ogni volta che assestava un colpo decisivo. Era irto di fatti e glieli lanciava fra i piedi, glieli drizzava davanti in improvvise imboscate, li bombardava con raffiche di fatti.
"A quanto pare lei sacrifica soltanto sull'altare del fatto", lo stuzzicò il dottor Hammerfield.
"Non c'è altro dio che il fatto, e il signor Everhard è il suo profeta", parafrasò il dottor Ballingford.
Ernest, sorridendo, approvò col capo.
"Io sono come i texani", disse. E, sollecitato, spiegò: "Quelli del Missouri dicono sempre: 'Bisogna farmelo vedere'; quelli del Texas, invece, dicono: 'Bisogna mettermelo in mano'. Chiaro quindi che non sono dei metafisici".
A un certo punto, avendo egli detto che i filosofi metafisici non potrebbero sopportare la prova della verità, il dottor Hammerfield tuonò:
"Qual è questa prova della verità, giovanotto? Vuole avere la bontà di spiegarci quello che a lungo ha imbarazzato menti più sagge della sua?".
"Volentieri", rispose Ernest, con quella sicurezza che li indispettiva. "Le menti sagge sono state a lungo imbarazzate dalla ricerca della verità perché la cercavano per aria, lassù! Se fossero rimaste sulla terra ferma, l'avrebbero trovata facilmente.
Come avrebbero certamente scoperto che con ogni azione e pensiero pratico della loro vita, essi stessi costituivano appunto la prova della verità".
"La prova, la prova", ripeté con impazienza il dottor Hammerfield.
"Lasci da parte i preamboli. Ci dia ciò che abbiamo cercato tanto a lungo: la prova della verità. Ce la dia e diventeremo degli dèi".
C'era in queste parole, e nel modo con cui furono pronunciate, lo scetticismo aggressivo e ironico che la maggioranza dei convitati provava; il vescovo Morehouse parve però colpito.
"Il dottor Jordan (9) l'ha stabilito in maniera chiarissima", disse Ernest. "Ecco il suo modo di verificare la verità: 'E' essa concreta, in atto? le affidereste la vostra vita?'".
"Figurarsi!" disse il dottor Hammerfield con un sorriso. "Non ha tenuto conto del vescovo Berkeley (10). In conclusione, non gli hanno mai risposto".
"Il più nobile metafisico della confraternita", replicò Ernest, ridendo, "ma scelto male come esempio. Come egli stesso ha dimostrato, la sua metafisica era campata in aria".
Il dottor Hammerfield s'indignò, punto sul vivo, come se avesse sorpreso Ernest nell'atto di rubare o mentire.
"Giovanotto", sbottò, "questa affermazione è degna di tutto quanto ha detto stasera. E' un'asserzione ignobile e assolutamente priva di fondamento".
"Eccomi bell'e sistemato", mormorò Ernest, con un'aria afflitta.
"Purtroppo non mi sento colpito. Bisognerebbe farmelo toccare con mano, reverendo".
"Benissimo, benissimo", balbettò il dottor Hammerfield. "Non potrà certo dire che il vescovo Berkeley non abbia dimostrato che la sua metafisica non fosse pratica. Non ne ha le prove, giovanotto, lei non ne sa niente. La metafisica di Berkeley ha sempre funzionato".
"Per me, la prova migliore che la metafisica di Berkeley era pura astrazione, sta nel fatto che lo stesso Berkeley", e a questo punto Ernest riprese tranquillamente fiato, "aveva la buona abitudine di passare per le porte e non attraverso i muri; perché per nutrire la propria vita s'affidava al pane e burro e al sostanzioso arrosto, e si faceva la barba con un rasoio bene affilato".
"Ma queste sono cose della vita fisica", esclamò il dottore, "mentre la metafisica appartiene allo spirito".
"E funziona anche in spirito?" chiese Ernest, calmissimo.
L'altro annuì.
"E, in spirito, una miriade di angeli può danzare sulla punta di un ago", continuò Ernest, con aria assorta. "E, in spirito, può esistere anche un dio impellicciato e mangiatore di grasso, perché non ci sono prove contrarie, in spirito. E immagino, reverendo, che lei viva anche in spirito, vero?".
"Il mio spirito è il mio regno", rispose l'altro.
"Cioè, vive nel vuoto. Ma sono sicuro che ritorna sulla terra all'ora dei pasti o alle prime scosse d'un terremoto. O forse mi obietta che in un simile malaugurato caso non avrebbe nessun timore che il suo corpo immateriale possa essere colpito da una tegola immateriale?".
Istintivamente, e con gesto inconsapevole, il dottor Hammerfield si toccò la testa, dove, nascosta tra i capelli, aveva una cicatrice. L'esempio di Ernest era stato quanto mai calzante:
durante il grande terremoto (11), infatti, il reverendo per poco non era stato schiacciato da un comignolo. Scoppiarono tutti a ridere.
"Ebbene", riprese Ernest quando l'ilarità si fu calmata, "aspetto sempre la prova del contrario". Poi, nel silenzio generale, aggiunse: "Passi pure questo suo ultimo argomento, ma non è ancora quello risolutivo".
Il dottor Hammerfield era ormai fuori combattimento; ma la battaglia si spostò in un'altra direzione. Punto per punto, Ernest confutò ogni loro asserzione. Quando sostenevano di conoscere la classe operaia, lui ribatteva esponendo delle verità fondamentali che quelli non conoscevano, e li sfidava a contraddirlo. Parlava di fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci verso la luna e li riconduceva sul terreno solido dei fatti.
Ricordo benissimo la scena! Mi pare di udirlo ancora, con quel suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti, di cui ciascuno era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne accordava (12). Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse loro:
"Questa sera avete ammesso più volte, direttamente o con le vostre dichiarazioni d'incompetenti, di non conoscere la classe operaia.
Non vi biasimo per questo: come potreste conoscerla, infatti? Non vivete fra gli operai, pascolate con la classe capitalista. E perché dovreste agire diversamente? I capitalisti vi pagano, vi nutrono, vi danno gli abiti che portate questa sera. In cambio, voi predicate ai vostri padroni il tipo di metafisica che è loro particolarmente gradito e che essi accettano perché non minaccia l'ordine stabilito delle cose".
A queste parole, ci fu una protesta generale.
"Oh, non metto in dubbio la vostra sincerità", proseguì Ernest.
"Voi siete sinceri. Predicate ciò in cui credete. In questo consistono la vostra forza e il vostro valore agli occhi dei capitalisti. Ma se per caso cominciaste a credere in qualcosa che minaccia invece l'ordine stabilito, le vostre prediche diventerebbero inaccettabili per i vostri padroni, e voi sareste licenziati. Ogni tanto, non spesso, qualcuno di voi viene infatti congedato (13). Non è così?".
Questa volta non ci fu nessuna protesta: tutti se ne stettero umilmente in silenzio, tranne il dottor Hammerfield, che disse:
"Solo quando il loro modo di pensare è falso, vengono invitati a dimettersi".
"Vale a dire quando il loro modo di pensare è inaccettabile", ribatté Ernest, e aggiunse: "Per questo vi dico, continuate a predicare e a guadagnarvi il vostro soldo ma, per amor del cielo, lasciate in pace la classe operaia. Voi state dalla parte del nemico. Non avete nulla in comune con essa. Le vostre mani sono bianche perché altri lavorano per voi, e i vostri stomachi pieni per l'abbondanza di cibo". (A questo punto il dottor Hammerfield fece una smorfia e tutti sbirciarono verso il suo enorme pancione, grazie al quale, si diceva, da anni non vedeva più i propri piedi). "E le vostre menti sono infarcite di dottrine che servono a reggere l'ordine stabilito. Siete dei mercenari sinceri, mercenari sinceri, lo ammetto, ma come lo era la Guardia Svizzera (14). Siate fedeli a chi vi dà il pane, il sale e la paga; sostenete con le vostre prediche gli interessi dei vostri signori, ma non venite a offrirvi alla classe operaia come falsi condottieri! Non potreste vivere onestamente in due campi opposti.
La classe operaia ha fatto a meno di voi, e credetemi, continuerà a farne a meno. Inoltre se la sbrigherà meglio senza di voi che con voi".
NOTE:
1!Sebbene avesse collaborato, naturalmente, con i dirigenti europei, la Seconda Rivolta fu, in larga misura, opera di Ernest Everhard. Successivamente, il suo arresto e la sua esecuzione segreta, furono il grande avvenimento della primavera del 1932. E tuttavia aveva preparato così minuziosamente quella rivolta che i suoi compagni poterono mettere in atto i suoi piani senza confusione né indugio. Dopo l'esecuzione di Everhard, la vedova si ritirò a Wake Robin Lodge, un piccolo bungalow tra le Sonoma Hills, in California.
2) Certamente si riferisce alla Comune di Chicago.
3) Con tutto il rispetto per sua moglie Avis, va detto che Everhard fu soltanto uno dei tanti e abili dirigenti che progettarono la Seconda Rivolta. Oggi, a distanza di secoli, possiamo affermare che anche se lui fosse sopravvissuto, il risultato di quella rivolta non sarebbe stato meno disastroso .
4) La Seconda Rivolta fu effettivamente internazionale. Si trattava di un disegno troppo vasto per essere elaborato dal genio di un uomo solo. In tutte le oligarchie del mondo, i lavoratori erano pronti a sollevarsi al segnale convenuto. La Germania, l'Italia, la Francia e tutta l'Australasia erano paesi di lavoratori, stati socialisti pronti ad appoggiare la rivoluzione.E lo fecero, coraggiosamente. Per questo, quando fu soffocata la Seconda Rivolta furono anch'essi soffocati, schiacciati, dall'alleanza mondiale delle oligarchie e i rispettivi governi socialisti sostituiti da governi oligarchici.
5) John Cunningham, padre di Avis Everhard, era professore alla State University di Berkeley, in California. Il suo campo era la fisica, svolgeva molte ricerche originali anche in altri campi, ed era molto stimato come scienziato. Suoi principali contributi alla scienza furono i suoi studi sugli elettroni e, soprattutto, la monumentale opera intitolata "Identità della materia e dell'energia", nella quale stabilì, in maniera inconfutabile, che l'unità ultima della materia e quella della forza sono la stessa cosa. Prima di lui, la stessa idea era stata avanzata, ma non dimostrata, da Sir Oliver Lodge e da altri studiosi del nuovo campo della radioattività.
6) A quel tempo gli uomini si battevano a pugni per vincere un premio. Quando uno dei due cadeva, privo di sensi o morto, l'altro guadagnava il premio.
7) Oscuro riferimento a un musicista negro, cieco, che verso la fine del diciannovesimo secolo ebbe un istante di notorietà negli Stati Uniti.
8) Friedrich Nietzsche, il filosofo pazzo del secolo diciannovesimo, che ebbe visioni fantastiche della verità ma la cui ragione, a furia di girare nel gran circolo del pensiero umano, sfuggì per la tangente.
9) Noto educatore della fine del diciannovesimo secolo e dell'inizio del ventesimo. Era rettore dell'Università di Stanford, università fondata per lascito privato.
10) Monista idealista che imbarazzò a lungo i filosofi del suo tempo, negando l'esistenza della materia; ma i suoi sottili ragionamenti finirono per crollare quando le nuove scoperte empiriche della scienza furono generalizzate in filosofia.
11) Quello che distrusse San Francisco, nel 1906.
12) Immagine, questa, ispirata alle abitudini di quel tempo. Quando, tra quelli che si battevano all'ultimo sangue in quella loro maniera bestiale, un vinto gettava via le sue armi, era facoltà del vincitore ucciderlo o risparmiarlo.
13) A quel tempo parecchi ministri furono espulsi dalla Chiesa per aver predicato dottrine inaccettabili. Ciò accadeva in particolare quando le loro prediche erano tinte di socialismo.
14) Guardie di palazzo straniere assoldate da Luigi sedicesimo, un re di Francia che fu decapitato dal popolo.
sabato 21 agosto 2010
venerdì 20 agosto 2010
CIVILTA' ED UMANITA' DELL'IRAN
PERCHE' GLI EBREI IRANIANI STANNO MEGLIO DEI PALESTINESI DI GAZA
DI MIKE WHITNEYcounterpunch.org
Vivere nella dignità con i benefici della cittadinanza
25 000 Ebrei vivono in Iran. È la più grande popolazione ebraica nel Medio Oriente fuori da Israele. Gli Ebrei iraniani non sono perseguitati, né subiscono abusi da parte dello stato, anzi, sono protetti dalla Costituzione iraniana. Sono liberi di praticare la loro religione e di votare alle elezioni. Non vengono fermati e perquisiti ai posti di blocco, non vengono brutalizzati da un esercito di occupazione, e non vengono ammassati in una colonia penale densamente popolata (Gaza) dove vengono privati dei loro mezzi di sussistenza di base. Gli Ebrei iraniani vivono nella dignità e godono dei diritti della cittadinanza.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato demonizzato dai media occidentali. Viene definito un antisemita e il "nuovo Hitler". Ma se queste teorie sono vere, perché la maggioranza degli Ebrei iraniani ha votato per Ahmadinejad alle recenti elezioni presidenziali? Potrebbe essere che la gran parte di quello che sappiamo su Ahmadinejad altro non sia che voci senza fondamento e propaganda?
Questo estratto è stato pubblicato in un articolo della BBC:
"l'ufficio di (Ahmadinejad) ha fatto una recente donazione di denaro all'ospedale ebraico di Tehran. È solo uno dei quattro ospedali di carità ebraici in tutto il mondo ed è finanziato con le sovvenzioni della diaspora ebraica – una cosa straordinaria in Iran, dove persino le organizzazioni di aiuto locali hanno difficoltà a ricevere sovvenzioni dall'estero per timore di essere accusati di essere agenti stranieri".
Quando mai Hitler ha donato denaro agli ospedali ebraici? L'analogia con Hitler è un tentativo disperato di fare il lavaggio del cervello agli Americani. Non ci dice niente di come sia realmente Ahmadinejad.
Le menzogne su Ahmadinejad non sono diverse da quelle su Saddam Hussein o su Hugo Chavez. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di creare la giustificazione per un'altra guerra. È per questo che i media attribuiscono ad Ahmadinejad di aver detto cose che non ha mai detto. Non ha mai detto di "volere cancellare Israele dalla carta geografica". Questa è un'altra finzione. L'autore Jonathan Cook spiega quello che il presidente iraniano ha realmente detto:
"Questo mito è stato riciclato a non finire dal momento in cui fu commesso un errore di traduzione di un discorso di Ahmadinejad fatto quasi due anni fa. Gli esperti della lingua persiana hanno verificato che il presidente iraniano, lungi dal minacciare di distruggere Israele, stava citando un discorso precedente del defunto Ayatollah Khomeini, in cui rassicurava i sostenitori dei Palestinesi che "il regime Sionista a Gerusalemme" sarebbe "svanito dalla pagina del tempo".
Non minacciava di sterminare gli Ebrei e neppure Israele. Stava paragonando l'occupazione da parte di Israele dei [territori] Palestinesi ad altri sistemi illegittimi di governo il cui tempo è ormai finito, compresi gli Shah che un tempo governavano l'Iran, l'apartheid in Sud Africa e l'impero sovietico. Ciononostante, questa traduzione errata è persistita e ha prosperato perché Israele e i suoi sostenitori l'hanno sfruttata per i propri crudi scopi di propaganda". ("Israel Jewish problem in Tehran, Jonathan Cook, The Electronic Intifada)
Ahmadinejad non rappresenta una minaccia né per Israele né per gli Stati Uniti. Come chiunque altro in Medio Oriente, vuole una tregua dall'aggressione degli USA e di Israele.
Questo [estratto] proviene da Wikipedia:
"Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha mosso accuse di discriminazione in Iran contro gli Ebrei. Secondo tale studio, gli Ebrei non potrebbero occupare alte posizioni nel governo e non potrebbero prestare servizio nei servizi giudiziari e di sicurezza, né diventare presidi di scuole pubbliche. Lo studio dice che ai cittadini ebrei è consentito ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese, ma che spesso gli vengono loro negati i permessi di uscite multiple normalmente rilasciati agli altri cittadini. Le accuse mosse dal Dipartimento di Stato americano sono state condannate dagli Ebrei iraniani. La Association of Tehrani Jews ha detto in una dichiarazione, "noi Ebrei iraniani condanniamo le accuse del Dipartimento di Stato americano sulle minoranze religiose iraniane, annunciato che siamo pienamente liberi di praticare i nostri doveri religiosi e non sentiamo alcuna restrizione in merito alla pratica dei nostri rituali religiosi".
A chi dovremmo credere: agli Ebrei che a tutti gli effetti vivono in Iran, o alle provocazioni del Dipartimento di Stato americano?
Ci sono 6 macellerie kosher, 11 sinagoghe e numerose scuole ebraiche a Tehran. Né Ahmadinejad, né nessun altro funzionario del governo iraniano ha mai fatto alcun tentativo di far chiudere queste strutture. Mai. Gli Ebrei iraniani sono liberi di viaggiare (o di spostarsi) ad Israele a loro piacimento. Non sono imprigionati da un esercito di occupazione. Non gli vengono negati né cibo, né medicine. I loro figli non crescono con disturbi mentali provocati dal trauma della violenza sporadica. Le loro famiglie non vengono fatte saltare in aria dagli elicotteri d'assalto che girano intorno alle spiagge. I loro sostenitori non vanno a finire sotto ai bulldozer, né gli vengono sparati nel cranio delle pallottole di gomma. Quando fanno manifestazioni pacifiche per le loro libertà civili non vengono picchiati né vengono usati gas lacrimogeni. I loro leader non vengono perseguitati ed uccisi con assassini premeditati.
Roger Cohen ha scritto un articolo molto attento sull'argomento per il New York Times. Ha detto:
"Sarà che io prediligo i fatti alle parole, ma dico che la realtà della civiltà iraniana nei confronti degli Ebrei ci dice più sull'Iran – sulla sua sofisticazione e sulla sua cultura – di quanto lo faccia tutta la retorica incendiaria. Potrà essere perché sono ebreo, e raramente sono stato trattato con un tale e costante calore come in Iran. O forse mi ha colpito che l'ira per Gaza, sbandierata sui poster e sulla TV iraniana, non si è mai riversata sotto forma di insulti o di violenze contro gli Ebrei. O forse è perché sono convinto che la caricatura di "Mullah Pazzo" dell'Iran e che l'assimilarne qualunque compromesso al Monaco del 1938 – una posizione popolare in alcuni circoli ebraici americani – sia fuorviante e pericoloso". ("What Iran's Jews Say", Roger Cohen, New York Times).
La situazione non è perfetta per gli Ebrei che vivono in Iran, ma è meglio di quella dei Palestinesi che vivono a Gaza. Molto meglio.
Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato all'indirizzo fergiewhitney@msn.
DI MIKE WHITNEYcounterpunch.org
Vivere nella dignità con i benefici della cittadinanza
25 000 Ebrei vivono in Iran. È la più grande popolazione ebraica nel Medio Oriente fuori da Israele. Gli Ebrei iraniani non sono perseguitati, né subiscono abusi da parte dello stato, anzi, sono protetti dalla Costituzione iraniana. Sono liberi di praticare la loro religione e di votare alle elezioni. Non vengono fermati e perquisiti ai posti di blocco, non vengono brutalizzati da un esercito di occupazione, e non vengono ammassati in una colonia penale densamente popolata (Gaza) dove vengono privati dei loro mezzi di sussistenza di base. Gli Ebrei iraniani vivono nella dignità e godono dei diritti della cittadinanza.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato demonizzato dai media occidentali. Viene definito un antisemita e il "nuovo Hitler". Ma se queste teorie sono vere, perché la maggioranza degli Ebrei iraniani ha votato per Ahmadinejad alle recenti elezioni presidenziali? Potrebbe essere che la gran parte di quello che sappiamo su Ahmadinejad altro non sia che voci senza fondamento e propaganda?
Questo estratto è stato pubblicato in un articolo della BBC:
"l'ufficio di (Ahmadinejad) ha fatto una recente donazione di denaro all'ospedale ebraico di Tehran. È solo uno dei quattro ospedali di carità ebraici in tutto il mondo ed è finanziato con le sovvenzioni della diaspora ebraica – una cosa straordinaria in Iran, dove persino le organizzazioni di aiuto locali hanno difficoltà a ricevere sovvenzioni dall'estero per timore di essere accusati di essere agenti stranieri".
Quando mai Hitler ha donato denaro agli ospedali ebraici? L'analogia con Hitler è un tentativo disperato di fare il lavaggio del cervello agli Americani. Non ci dice niente di come sia realmente Ahmadinejad.
Le menzogne su Ahmadinejad non sono diverse da quelle su Saddam Hussein o su Hugo Chavez. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di creare la giustificazione per un'altra guerra. È per questo che i media attribuiscono ad Ahmadinejad di aver detto cose che non ha mai detto. Non ha mai detto di "volere cancellare Israele dalla carta geografica". Questa è un'altra finzione. L'autore Jonathan Cook spiega quello che il presidente iraniano ha realmente detto:
"Questo mito è stato riciclato a non finire dal momento in cui fu commesso un errore di traduzione di un discorso di Ahmadinejad fatto quasi due anni fa. Gli esperti della lingua persiana hanno verificato che il presidente iraniano, lungi dal minacciare di distruggere Israele, stava citando un discorso precedente del defunto Ayatollah Khomeini, in cui rassicurava i sostenitori dei Palestinesi che "il regime Sionista a Gerusalemme" sarebbe "svanito dalla pagina del tempo".
Non minacciava di sterminare gli Ebrei e neppure Israele. Stava paragonando l'occupazione da parte di Israele dei [territori] Palestinesi ad altri sistemi illegittimi di governo il cui tempo è ormai finito, compresi gli Shah che un tempo governavano l'Iran, l'apartheid in Sud Africa e l'impero sovietico. Ciononostante, questa traduzione errata è persistita e ha prosperato perché Israele e i suoi sostenitori l'hanno sfruttata per i propri crudi scopi di propaganda". ("Israel Jewish problem in Tehran, Jonathan Cook, The Electronic Intifada)
Ahmadinejad non rappresenta una minaccia né per Israele né per gli Stati Uniti. Come chiunque altro in Medio Oriente, vuole una tregua dall'aggressione degli USA e di Israele.
Questo [estratto] proviene da Wikipedia:
"Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha mosso accuse di discriminazione in Iran contro gli Ebrei. Secondo tale studio, gli Ebrei non potrebbero occupare alte posizioni nel governo e non potrebbero prestare servizio nei servizi giudiziari e di sicurezza, né diventare presidi di scuole pubbliche. Lo studio dice che ai cittadini ebrei è consentito ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese, ma che spesso gli vengono loro negati i permessi di uscite multiple normalmente rilasciati agli altri cittadini. Le accuse mosse dal Dipartimento di Stato americano sono state condannate dagli Ebrei iraniani. La Association of Tehrani Jews ha detto in una dichiarazione, "noi Ebrei iraniani condanniamo le accuse del Dipartimento di Stato americano sulle minoranze religiose iraniane, annunciato che siamo pienamente liberi di praticare i nostri doveri religiosi e non sentiamo alcuna restrizione in merito alla pratica dei nostri rituali religiosi".
A chi dovremmo credere: agli Ebrei che a tutti gli effetti vivono in Iran, o alle provocazioni del Dipartimento di Stato americano?
Ci sono 6 macellerie kosher, 11 sinagoghe e numerose scuole ebraiche a Tehran. Né Ahmadinejad, né nessun altro funzionario del governo iraniano ha mai fatto alcun tentativo di far chiudere queste strutture. Mai. Gli Ebrei iraniani sono liberi di viaggiare (o di spostarsi) ad Israele a loro piacimento. Non sono imprigionati da un esercito di occupazione. Non gli vengono negati né cibo, né medicine. I loro figli non crescono con disturbi mentali provocati dal trauma della violenza sporadica. Le loro famiglie non vengono fatte saltare in aria dagli elicotteri d'assalto che girano intorno alle spiagge. I loro sostenitori non vanno a finire sotto ai bulldozer, né gli vengono sparati nel cranio delle pallottole di gomma. Quando fanno manifestazioni pacifiche per le loro libertà civili non vengono picchiati né vengono usati gas lacrimogeni. I loro leader non vengono perseguitati ed uccisi con assassini premeditati.
Roger Cohen ha scritto un articolo molto attento sull'argomento per il New York Times. Ha detto:
"Sarà che io prediligo i fatti alle parole, ma dico che la realtà della civiltà iraniana nei confronti degli Ebrei ci dice più sull'Iran – sulla sua sofisticazione e sulla sua cultura – di quanto lo faccia tutta la retorica incendiaria. Potrà essere perché sono ebreo, e raramente sono stato trattato con un tale e costante calore come in Iran. O forse mi ha colpito che l'ira per Gaza, sbandierata sui poster e sulla TV iraniana, non si è mai riversata sotto forma di insulti o di violenze contro gli Ebrei. O forse è perché sono convinto che la caricatura di "Mullah Pazzo" dell'Iran e che l'assimilarne qualunque compromesso al Monaco del 1938 – una posizione popolare in alcuni circoli ebraici americani – sia fuorviante e pericoloso". ("What Iran's Jews Say", Roger Cohen, New York Times).
La situazione non è perfetta per gli Ebrei che vivono in Iran, ma è meglio di quella dei Palestinesi che vivono a Gaza. Molto meglio.
Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato all'indirizzo fergiewhitney@msn.
martedì 17 agosto 2010
Gli stranieri nelle carceri europee di Jura Gentium
Jura Gentium
Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale
Jura Gentium / Pagina iniziale / Rubriche / Migranti /
IV (2008), 1
La detenzione degli stranieri nelle carceri europee (*)
Lucia Re
1. La sovrarappresentazione dei migranti nelle carceri europee
Con il mio intervento intendo portare l'attenzione su un fenomeno solo in parte noto e spesso male interpretato dall'opinione pubblica a causa delle ricorrenti campagne allarmistiche sulla criminalità degli stranieri. Si tratta della forte presenza di detenuti stranieri nelle carceri dei principali paesi dell'Unione europea, in particolare di quelli occidentali e meridionali. Salvo qualche accenno, lascerò da parte la situazione dei paesi dell'Europa dell'Est da poco entrati nell'Unione europea che presentano caratteristiche piuttosto singolari per quanto attiene i fenomeni migratori, le legislazioni penali e penitenziarie e le condizioni di reclusione. Basti pensare che la Polonia ha un tasso di detenzione di 235 detenuti ogni 100.000 abitanti, che è più del doppio del tasso medio europeo, e una presenza di stranieri in carcere, minima, pari allo 0,7% della popolazione detenuta (1).
L'alta percentuale di detenuti stranieri è invece una delle principali caratteristiche dei sistemi penitenziari dell'Europa occidentale e mediterranea. Gli stranieri sono sovrarappresentati (cioè presenti in modo sproporzionato rispetto al numero di stranieri residenti) negli istituti penitenziari dei principali paesi europei. La percentuale media degli stranieri reclusi nelle carceri di questi paesi supera infatti il 30% della popolazione detenuta, mentre la presenza straniera sul territorio si aggira intorno al 7% della popolazione (è questo anche il dato italiano secondo l'ultimo rapporto sulle migrazioni dell'Ismu, appena pubblicato).
La percentuale della popolazione detenuta di nazionalità straniera è inferiore alla media europea in alcuni dei paesi europei di più antica immigrazione, ad esempio nel Regno Unito, ma nei penitenziari di questi stessi paesi vi è una percentuale elevata di cittadini, figli di genitori immigrati. Le amministrazioni penitenziarie europee - ad eccezione di quella britannica - non distinguono questa categoria di detenuti da quella dei cittadini di origine 'autoctona', per la comprensibile preoccupazione che tale distinzione possa avere effetti discriminatori. Tuttavia, così facendo, se da un lato si è formalmente corretti nei confronti dei cittadini di origine straniera, dall'altro si occulta un dato preoccupante: in molti paesi europei una percentuale elevata di detenuti è di origine o di nazionalità straniera. Non solo, ma, soprattutto nei paesi dell'Europa nord-occidentale, è di religione islamica e non è bianca (il profilo 'razziale' appare più importante di quanto comunemente si pensi).
I detenuti di nazionalità straniera sono particolarmente numerosi nei paesi in cui l'immigrazione è recente e nei paesi che confinano con le aree di emigrazione, ad esempio con l'Europa dell'Est. Si pensi alla Germania e, soprattutto, all'Austria, dove la presenza straniera in carcere è un record europeo ed è pari al 45% (2), o all'Estonia - nuovo membro dell'Unione che confina con la Federazione russa - dove la percentuale di detenuti stranieri è pari al 36,4% (3).
Nei paesi dell'Europa mediterranea, che riuniscono le due condizioni sopraccitate - immigrazione recente e contiguità geografica con paesi di emigrazione - la detenzione dei migranti appare persino essere un tratto caratterizzante dei sistemi penitenziari nazionali. In Grecia, in Italia, e in Spagna e a Malta i detenuti stranieri sono in media il 35% del totale (4) e provengono in maggioranza dai paesi della sponda sud e della sponda est del Mediterraneo. In Italia quasi la metà dei detenuti stranieri è originaria del continente africano (5). Mentre circa il 32% dei detenuti stranieri proviene da Balcani ed est europeo (Romania, Albania ed ex-jugoslavia) (6). Complessivamente, più del 70% dei detenuti stranieri nelle carceri italiane proviene da paesi che sono alla periferia dell'Unione europea e che sono i paesi di diretta emigrazione verso l'Italia.
La sovrarappresentazione degli stranieri è ancora maggiore con riguardo alle donne e ai minori. In Italia le donne straniere sono il 42% (7) della popolazione detenuta femminile (sul dato incide molto la presenza di donne rom) e i minori stranieri reclusi negli istituti penali per i minorenni sono il 54,5% del totale (8). Inoltre, le presenze in carcere di minori stranieri sono in continuo aumento, in particolare nei penitenziari del centro-nord. La percentuale di minori stranieri presenti nei principali istituti penali per i minorenni del centro-nord Italia (Milano, Bologna, Torino, Roma e Firenze) è pari quasi all'80% e ormai anche nei penitenziari del sud (esclusi Napoli e la Sicilia) la presenza straniera è superiore o pari alla metà dei detenuti (9). Il tutto a fronte di una progressiva diminuzione degli ingressi in carcere dei minori italiani, per i quali il ricorso alla pena detentiva è divenuto una extrema ratio. Per i minori, come per gli adulti, i principali paesi di provenienza sono quelli 'prossimi' all'Italia (10).
La percentuale di stranieri detenuti è in aumento in tutti i paesi dell'Unione europea e non è proporzionata al corrispondente aumento, pur verificatosi, della popolazione straniera presente sul territorio. In Italia in un solo anno, il 2002, si è registrato un vero e proprio boom dell'incarcerazione degli stranieri: la percentuale di detenuti stranieri è passata da 29,5% al 31-5-01 a quasi il 32% al 30-6-02. Da allora è rimasta sostanzialmente stabile. Le date non sono forse insignificanti, poiché coincidono con il periodo di vigenza della legge attuale sull'immigrazione, la cosiddetta Bossi- Fini, che ha riformato il T.U. sull'immigrazione.
Ecco alcuni dati in altri paesi europei:
Tabella 1. Detenuti stranieri in alcuni paesi UE (percentuale su tot. pop. det.) (11) Austria 45,1% al 1-11-2005 - molto aumentata negli ultimi 3 anni (Ministero della giustizia austriaco)
Grecia 41,7% al 16-12-2004 (Ministero della giustizia greco)
Italia 32% al 30-09-2006 - in lieve aumento dall'inizio degli anni duemila. -1% con l'approvazione dell'indulto (Ministero della giustizia)
Paesi Bassi 31,7% al 1-7-2006 - in lieve diminuzione (National Agency of Correctional Institutions)
Spagna 29,7% al 21-4-2006 - +4,3% dal 2002 (Direzione generale dell'amministrazione penit. spagnola)
Germania 28,2% al 31-3-2004 - stabile (Ministero della giustizia tedesco)
Svezia 26,2% al 1-10-2005 - aumentata di più dell'1% in un anno (Ministero della giustizia svedese) - solo definitivi.
Francia 21,1% al 1-4-2005 - in lieve diminuzione (Ministero della giustizia francese)
Portogallo 18,5% al 31-12-2005 - aumentata del 6% dal 2002 (Ministero della giustizia portoghese)
Uk-Inghilterra e Galles 13,6% al 31-10-2005 - +1,4% dal 2004 (Home Office Prison Service)
Finlandia 8,0% al 1-4-2006 - stabile negli ultimi anni (Ministero della giustizia finlandese)
2. Discriminazione e criminalizzazione degli stranieri
Alla base di queste percentuali vi sono diversi fattori fra loro connessi.
Negli ultimi anni una parte della sociologia, dei media e dell'opinione pubblica europea ha messo l'accento sulla devianza degli stranieri. I dati sulla presenza dei migranti nelle carceri europee sono stati interpretati da alcuni come un indice fedele del loro livello di devianza (Marzio Barbagli, Immigrazione e criminalità in Italia, Il mulino, Bologna1998). Altri autori li hanno invece considerati come il sintomo di una diffusa discriminazione, legata sia alle precarie condizioni di vita dei migranti, sia alle difficoltà che essi incontrano quando entrano in relazione con i sistemi giudiziari europei. Per questi autori la forte presenza di migranti in carcere è in primo luogo il frutto di un processo di criminalizzazione (fra gli studi italiani si vedano: S. Palidda, Devianza e criminalità tra gli immigrati, Fondazione Cariplo- ISMU, Milano1994; A. Dal Lago, Non-persone, Feltrinelli, Milano 1999; F. Quassoli,Immigrazione uguale criminalità: rappresentazioni di senso comune e pratiche degli operatori di diritto, in "Rassegna italiana di sociologia", 1, 1999, pp. 43-76).
I dati sulla criminalità, pur evidenziando alcune aree in cui gli stranieri sono particolarmente attivi (ad esempio la spaccio di sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione), non giustificano questa sovrarappresentazione degli stranieri in carcere. Dal Rapporto pubblicato dall'Istat nel 2004 su Gli stranieri e il carcere: aspetti della detenzione (Roma 2004) emerge ad esempio che fra il 1991 e il 1998 (anno di promulgazione del T.U. sull'immigrazione) gli stranieri in carcere sono aumentati molto più velocemente del numero di stranieri denunciati. Il ché per gli estensori del Rapporto è un chiaro segnale degli svantaggi che affliggono gli stranieri nell'iter processuale e nell'accesso alle misure alternative alla detenzione.
Difficile è poi negare che esiste un forte legame fra l'aumento degli stranieri detenuti e l'adozione di politiche restrittive in materia di immigrazione. Analogamente è evidente il collegamento fra carcerazione degli stranieri e difficoltà di inserimento e di vita nelle società di arrivo.
I paesi impegnati in un controllo quasi militare delle proprie coste, come la Grecia, l'Italia o la Spagna, sono anche quelli in cui il numero degli stranieri in carcere è più elevato, mentre la presenza di stranieri sul territorio dello Stato resta inferiore alla media dei paesi dell'Europa del nord. La detenzione in carcere è divenuta in questi paesi uno dei principali strumenti di controllo e di repressione della immigrazione 'clandestina'. In particolare, il sistema penitenziario nell'Europa mediterranea ha assunto un ruolo importante come strumento di limitazione della libertà di movimento dei migranti all'interno dell'Unione europea. In Italia, gli ingressi in carcere per violazione di disposizioni relative al Testo Unico sull'immigrazione sono in costante crescita: dal 2004 al 2006 si è passati da 2.469 ingressi così motivati a 11.116 (12), un vero e proprio boom. Si deve considerare che questo genere di reati riguarda esclusivamente stranieri ed è dunque uno dei fattori che contribuiscono alla sovrarappresentazione degli stranieri in carcere.
I reati cosiddetti di immigrazione sono solo uno dei fattori attraverso i quali si realizza la criminalizzazione degli stranieri, lo strumento detentivo appare agire in vari modi per realizzare il controllo della immigrazione. Si noti, che i dati sopraccitati si riferiscono solo alla detenzione penale - alle carceri - e non comprendono gli stranieri reclusi nei centri di permanenza temporanea, che sono strutture detentive a tutti gli effetti. CPT e carceri configurano un sistema integrato di istituti di reclusione preposti alla segregazione degli stranieri.
Vorrei soffermarmi brevemente su questo punto.
Le carceri dell'Europa del sud assomigliano sempre di più a centri di permanenza temporanea nei quali sono detenuti i migranti destinati ad essere espulsi. Questo perché la maggioranza degli stranieri reclusi in carcere sono irregolari, o perché lo erano al momento della reclusione o perché lo diventano una volta usciti di prigione, non potendo organizzarsi nuovamente una vita da 'regolari'. L'espulsione segue dunque sovente la detenzione in carcere, quando non è direttamente usata, come avviene nella legge italiana, come strumento alternativo o aggiuntivo alla carcerazione (13). Secondo sporadiche ricerche condotte dal Dap nei maggiori penitenziari italiani, nel 2004, l'80% dei detenuti stranieri non aveva permesso di soggiorno al momento dell'ingresso in carcere (Istat, op. cit., p. 8).
Il caso italiano non è in controtendenza rispetto all'orientamento diffuso nel resto d'Europa. La configurazione dell'espulsione come alternativa alla pena per i clandestini è presente nelle legislazioni di molti paesi europei, tanto da far pensare che nell'Unione europea si stia creando un "sistema penale dei migranti" che si differenzia dal "sistema penale dei cittadini" e si integra invece nel più generale sistema di controllo e di repressione dell'immigrazione.
In Francia il dibattito sulla "doppia pena" - pena detentiva ed espulsione - che colpisce gli stranieri è stato molto acceso dalla seconda metà degli anni Novanta. L'espressione "doppia pena" fa riferimento sia all'espulsione amministrativa degli stranieri che finiscono di scontare una condanna penale, sia all'espulsione decisa in sede giudiziaria - "interdiction du territoire français" - contestualmente a una condanna penale.
In tutta Europa va affermandosi una nuova concezione della detenzione come strumento di incapacitazione per cui l'obiettivo non è reinserire i condannati, ma espellerli dalla società. Nel caso dei migranti l'espulsione è uno strumento più efficace e meno costoso della reclusione in carcere. Allo stesso tempo, la detenzione in carcere e la detenzione amministrativa nei Centri di permanenza temporanea tendono ad assomigliarsi: la prima perde il carattere trattamentale, mentre la seconda acquista i tratti propri di una pena inflitta al di fuori di sufficienti garanzie procedurali e scontata in condizioni spesso disumane (14).
Le legislazioni restrittive in materia di immigrazione giocano dunque un ruolo molto rilevante nella criminalizzazione dei migranti. In alcuni casi esse ne favoriscono direttamente l'ingresso in carcere; in altri esse sono determinanti nel rendere precarie le condizioni di vita degli stranieri inducendoli a impiegarsi nei mercati informali e in quelli illegali. Generalmente le politiche migratorie restrittive combinano entrambi questi aspetti. Accanto ad esse, altre caratteristiche delle società di arrivo favoriscono il coinvolgimento dei migranti nelle attività criminali. Una ricerca condotta da Luigi Maria Solivetti nel 2004 (15), confrontando i dati sulla carcerazione dei migranti e alcuni dati sulle società di arrivo in 18 paesi dell'Europa occidentale, ha ad esempio mostrato una correlazione positiva fra indice di carcerazione degli stranieri e incidenza dell'economia sommersa. Vi è invece una correlazione negativa con alcune variabili come: la spesa complessiva pro capite per la protezione sociale, la percentuale di popolazione diplomata, la certezza del diritto (misurata dalla BM). Infine, l'indice di carcerazione è tanto più elevato quanto più è alto l'indice di clandestinità.
I paesi dell'Europa mediterranea, che hanno le più alte percentuali di detenuti stranieri, sono caratterizzati da un benessere economico relativamente minore rispetto ai paesi dell'Europa nord-occidentale, da una certa instabilità economica, da una più iniqua distribuzione del reddito, da un modesto livello culturale e da una rapida crescita della popolazione straniera di origine extraeuropea. Più alta è la diffusione dell'economia sommersa, di comportamenti illegali, della corruzione, ecc. nelle società di arrivo, più alto è il numero degli stranieri in carcere.
Quest'ultimo rispecchia dunque in parte la devianza dei non-cittadini, tuttavia essa non sembra definibile come "criminalità degli immigrati". Come ha sostenuto Dario Melossi: le radici della devianza sono sempre interne alla società in cui la devianza si manifesta (D. Melossi, Stato, controllo sociale, devianza, Mondadori, Milano 2002, p. 283). Nel caso italiano, ad esempio: "le due attività centrali alle forme di devianza anche molto gravi di cui sono protagonisti gli immigrati - il mercato degli stupefacenti e quello della prostituzione di strada - (…) sono attività dirette a soddisfare bisogni che preesistevano all'immigrazione e che ancora oggi sono ampiamente definibili come italiani (…) Da questo punto di vista i criminali 'tunisini', 'marocchini', 'albanesi' e quanti altri non sono affatto tali, ma sono criminali a tutti gli effetti 'italiani'(…)" (D. Melossi, 2002, 283). I mercati illegali che soddisfano i bisogni di trasgressione e di svago dei cittadini europei necessitano di manodopera al pari degli altri mercati: essi creano quindi occasioni di emigrazione, che sono spesso più facili da cogliere e più fruttuose delle occasioni legali.
A questi fattori si devono aggiungere i diversi meccanismi di discriminazione razziale e/o etnica che sono presenti a tutti i livelli del sistema penale: dalle pratiche di polizia alla fase d'esecuzione della pena, passando per il processo. Queste discriminazioni sono solo in parte consapevoli: spesso derivano da scelte tecniche finalizzate a rendere efficiente in termini di risultati quantitativi l'operato delle forze di polizia o dipendono dalle caratteristiche proprie di un sistema penale e penitenziario pensato per i cittadini, che non si adatta allo status giuridico e sociale dei migranti,
I migranti sono spesso oggetto di attività di controllo discriminatorie: le polizie europee ricorrono a pratiche di controllo e di repressione che li penalizzano (16). Le strategie di contrasto al terrorismo tendono poi a favorire la pratica dell'arresto e della perquisizione selettiva dei cittadini di origine musulmana e dei migranti (17). All'indomani dell'attentato terroristico di Londra, così come del fallito attentato dell'estate scorsa, nei principali paesi dell'Unione europea si è discusso dell'opportunità di incentivare i controlli sugli immigrati e si è dato avvio a una serie di operazioni di polizia espressamente indirizzate verso le comunità musulmane, al di là delle esigenze di controllo imposte dalle indagini in corso.
Le organizzazioni non governative hanno più volte denunciato l'uso dell'"Ethnic profiling" - di criteri etnici per l'orientamento delle azioni di polizia e per la schedatura dei dati - da parte delle forze di polizia europee, soprattutto dopo l'11 settembre 2001 (18). A queste politiche di polizia si sommano le discriminazioni arbitrarie che si verificano nei casi in cui le forze di polizia si sentono legittimate a tenere comportamenti razzisti perché l'opinione pubblica richiede una risposta dura alla criminalità. Studi sociologici (19) e indagini giornalistiche hanno messo in luce i comportamenti razzisti tenuti dalle forze di polizia e dai tribunali penali, comportamenti che emergono ad esempio anche dalla lettura dei rapporti sulla detenzione dei migranti nell'Europa del sud stilati dal Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura.
L'impressione è, tuttavia, che a esporre i migranti alla repressione penale, più che i consapevoli atteggiamenti discriminatori e razzisti di alcuni attori del sistema penale, siano, da una parte, la "discriminazione strutturale" (20) dovuta alla condizione sociale degli stranieri, dall'altra, la scelta di una politica di controllo selettiva che sceglie di concentrarsi sui migranti. Sotto quest'ultimo aspetto è evidente come le politiche adottate a partire dagli anni Novanta nella maggior parte dei paesi europei in materia di immigrazione abbiano condotto a un'intensificazione dei controlli nei confronti degli stranieri: le polizie nazionali hanno reso abituali operazioni finalizzate a mostrare l'impegno delle forze dell'ordine nel contrasto all'immigrazione clandestina. Gli stranieri, essendo oggetto di continui controlli, tendono ad accumulare denunce, imputazioni e condanne divenendo così dei plurirecidivi.
Fra le forme di discriminazione strutturale appare particolarmente grave quella che deriva dall'inadeguatezza di molti sistemi giudiziari europei a trattare i migranti come gli altri cittadini. L'esempio più illuminante è quello relativo all'uso di non concedere agli stranieri misure cautelari alternative alla custodia in carcere. Tale prassi, insieme all'analoga prassi di non concedere ai detenuti stranieri la sospensione condizionale della pena o altre pene alternative alla detenzione, è una delle cause principali dell'elevato numero di stranieri detenuti nei penitenziari europei. Vi è dunque l'esigenza di realizzare delle riforme strutturali e di fornire ai sistemi giudiziari europei le risorse umane ed economiche necessarie per assicurarne il corretto funzionamento anche nei confronti dei migranti, la cui comparizione di fronte ai tribunali e la cui presenza in carcere non può certo più considerarsi come un fatto eccezionale (21).
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Note
*. Relazione presentata alle Giornate di studio sui diritti dei migranti, IV anno, Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara, 14/03/2007.
1. Ministero della giustizia polacco, dati aggiornati al 30.11.2006. Vedi International Centre for Prison Studies, World Prison Brief.
2. Dati del Ministero della Giustizia austriaco, al 1.11.2005. Vedi International Centre for Prison Studies, World Prison Brief.
3. Dati del Ministero della Giustizia estone, al 31.10.2005. Cfr. Ivi.
4. I dati sono i seguenti: 29,7% in Spagna, 32% in Italia, 35% a Malta e 41,7% in Grecia.
5. Al 30.06.2006 i marocchini erano il 20% dei detenuti stranieri, i tunisini il 9,7%, gli algerini il 6,3% e il 10,4% proveniva da altri paesi africani. L'indulto non ha significativamente mutato queste percentuali, nonostante una lieve flessione dei detenuti africani che sono passati dal 48,3% al 43,8% dei detenuti stranieri. Ministero della giustizia, dati riferiti al 31.12.2006
6. Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, popolazione detenuta e risorse dell'amministrazione penitenziaria, Ministero della giustizia, Roma 2006.
7. Mia elaborazione sui dati forniti dal Ministero della Giustizia che registrano la situazione al 30-6-02.
8. V. Belotti, "Doppia pena", reati e criminalizzazione, in V. Belotti, R. Maurizio, A. C. Moro, a cura di, Minori stranieri in carcere, Guerini e associati, Milano 2006, p. 101. Rielaborazione dati Istat e Ministero della giustizia riferiti al 2004.
9. Ivi, p. 102.
10. La Romania (31%), il Marocco (24%), la Serbia (16%) e l'Albania (9%).Ibid.
11. La maggioranza dei dati qui riportati è tratta da INTERNATIONAL CENTRE FOR PRISON STUDIES, World Prison Brief, cit.
12. Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, popolazione detenuta e risorse dell'amministrazione penitenziaria, cit.
13. La legge italiana sull'immigrazione prevede che ogni straniero entrato in carcere per uno dei reati previsti all'art. 380, commi primo e secondo, del codice di procedura penale e per qualsiasi reato attinente alla droga o alla libertà sessuale debba essere espulso una volta scontata la pena. L'art. 16 del Testo Unico sull'immigrazione, così come è stato modificato dal provvedimento del 2002, prevede inoltre l'utilizzo dell'espulsione come misura alternativa alla detenzione. Il magistrato di sorveglianza deve infatti procedere all'espulsione di tutti i detenuti stranieri irregolari che siano identificabili e abbiano meno di due anni di pena detentiva da scontare. La legge Bossi-Fini ha poi stabilito che gli immigrati che hanno commesso un reato per cui è previsto l'arresto in flagranza non possano ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno e vadano dunque incontro all'espulsione. L'espulsione diviene così esplicitamente una pena, configurando un regime penale ad hoc per i migranti. La legge aveva infine previsto l'arresto obbligatorio dello straniero irregolare che non aveva ottemperato all'ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio nazionale o che aveva violato l'obbligo di reingresso. L'arresto era finalizzato a renderne possibile l'immediata espulsione. La Corte costituzionale ha sancito l'incostituzionalità di questa norma. Il meccanismo sanzionatorio speciale è stato, tuttavia, ripristinato dalla legge n. 271 del 2004, che ha trasformato la violazione dell'ordine di lasciare il paese da contravvenzione in delitto, rendendo legittimo l'arresto obbligatorio in flagranza e permettendo che lo straniero sia prima arrestato e poi espulso. Espulsione e pena detentiva sono dunque state equiparate. In questo modo la funzione rieducativa della pena è definitivamente cancellata ed è esplicitamente istituito un sistema penale differenziato per gli stranieri.
14. Vedi la denuncia del giornalista Federico Gatti che, fingendosi migrante, è riuscito a entrare nel Centro di detenzione temporanea di Lampedusa (F. GATTI, Io clandestino a Lampedusa, "L'espresso", 40 (2005)). Gatti ha sostenuto che la sua presenza a Lampedusa, come quella di molti migranti entrati con lui nel Centro nella settimana fra il 24 e il 30 settembre 2005, non è mai stata convalidata dal giudice. Le condizioni igieniche del Centro sono secondo il giornalista gravissime. Inoltre, durante la sua reclusione, egli ha potuto assistere ai comportamenti razzisti di molti carabinieri in servizio nel Centro, a percosse e a forme di violenza psicologica nei confronti dei detenuti. Il tema dei Centri di permanenza temporanea meriterebbe di essere trattato approfonditamente. Qui si può solo accennare ad alcuni degli aspetti più gravi che riguardano la detenzione in questi centri. Per un esame della questione in chiave sia sociologica, sia filosofico-politica, vedi F. RAHOLA, Zone definitivamente provvisorie. Campi di internamento e diritti umani, Ombre Corte, Verona 2003.
15. L. M. Solivetti, Immigrazione, integrazione e crimine in Europa, Il mulino, Bologna 2004.
16. I dati relativi alle persone fermate e perquisite dalla polizia (secondo la tecnica di "stop and search") nel Regno Unito nell'anno 2003-2004, riportati dallo Home Office, mostrano che i neri sono stati fermati sei volte più dei bianchi e gli asiatici il doppio dei bianchi.
17. Nel marzo del 2005 il Ministro dell'interno britannico ha esplicitamente ammesso che le misure antiterrorismo sono destinate a colpire in prevalenza i musulmani, poiché la minaccia proviene dal mondo islamico.
18. Il tema è trattato esaustivamente nel dossier redatto dall'Open Society Justice Initiative (AA.VV., Ethnic Profiling by Police in Europe, Open Society Justice Initiative, London 2005). Secondo alcuni analisti la forza di polizia comunitaria, Europol, incaricata principalmente della prevenzione e della repressione del crimine organizzato, opera assumendo che la criminalità si organizza su basi etniche. L'opinione pubblica europea sostiene queste pratiche discriminatorie nella convinzione che siano efficaci a contrastare il terrorismo e la criminalità internazionale.
19. Vedi ad esempio F. QUASSOLI, Immigrazione uguale criminalità: rappresentazioni di senso comune e pratiche degli operatori del diritto, "Rassegna italiana di sociologia", 1 (1999).
20. Il termine richiama la sociologia di Pierre Bourdieu e fa riferimento alla discriminazione che deriva dalla povertà di capitale economico, sociale e culturale che caratterizza i migranti sospingendoli nella marginalità. Con questo termine mi riferisco tuttavia anche alla 'non-idoneità' degli stranieri a relazionarsi con un apparato penale che prevede garanzie pensate per i cittadini, ossia per soggetti ben inseriti nel tessuto sociale e dotati di strumenti economici, sociali e culturali di cui i migranti non dispongono.
21. Per chiudere con una nota minimamente ottimistica (o idealistica, dipende dai punti di vista) vorrei citare la proposta di riforma dell'ordinamento penitenziario attualmente giacente in parlamento. Si tratta di una riforma elaborata sotto il coordinamento di Alessandro Margara, già direttore del DAP, amico e collaboratore di Mario Gozzini, che provvede a rimuovere il più possibile le norme che discriminano gli stranieri nella fase esecutiva: dalla concessione dei permessi alle misure alternative, fino ai colloqui e alle telefonate. Se una simile riforma fosse approvata, l'Italia farebbe un grosso passo avanti nella eliminazione della "discriminazione strutturale" che contribuisce alla forte presenza di stranieri in carcere.
Jura Gentium, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica
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IV (2008), 1
La detenzione degli stranieri nelle carceri europee (*)
Lucia Re
1. La sovrarappresentazione dei migranti nelle carceri europee
Con il mio intervento intendo portare l'attenzione su un fenomeno solo in parte noto e spesso male interpretato dall'opinione pubblica a causa delle ricorrenti campagne allarmistiche sulla criminalità degli stranieri. Si tratta della forte presenza di detenuti stranieri nelle carceri dei principali paesi dell'Unione europea, in particolare di quelli occidentali e meridionali. Salvo qualche accenno, lascerò da parte la situazione dei paesi dell'Europa dell'Est da poco entrati nell'Unione europea che presentano caratteristiche piuttosto singolari per quanto attiene i fenomeni migratori, le legislazioni penali e penitenziarie e le condizioni di reclusione. Basti pensare che la Polonia ha un tasso di detenzione di 235 detenuti ogni 100.000 abitanti, che è più del doppio del tasso medio europeo, e una presenza di stranieri in carcere, minima, pari allo 0,7% della popolazione detenuta (1).
L'alta percentuale di detenuti stranieri è invece una delle principali caratteristiche dei sistemi penitenziari dell'Europa occidentale e mediterranea. Gli stranieri sono sovrarappresentati (cioè presenti in modo sproporzionato rispetto al numero di stranieri residenti) negli istituti penitenziari dei principali paesi europei. La percentuale media degli stranieri reclusi nelle carceri di questi paesi supera infatti il 30% della popolazione detenuta, mentre la presenza straniera sul territorio si aggira intorno al 7% della popolazione (è questo anche il dato italiano secondo l'ultimo rapporto sulle migrazioni dell'Ismu, appena pubblicato).
La percentuale della popolazione detenuta di nazionalità straniera è inferiore alla media europea in alcuni dei paesi europei di più antica immigrazione, ad esempio nel Regno Unito, ma nei penitenziari di questi stessi paesi vi è una percentuale elevata di cittadini, figli di genitori immigrati. Le amministrazioni penitenziarie europee - ad eccezione di quella britannica - non distinguono questa categoria di detenuti da quella dei cittadini di origine 'autoctona', per la comprensibile preoccupazione che tale distinzione possa avere effetti discriminatori. Tuttavia, così facendo, se da un lato si è formalmente corretti nei confronti dei cittadini di origine straniera, dall'altro si occulta un dato preoccupante: in molti paesi europei una percentuale elevata di detenuti è di origine o di nazionalità straniera. Non solo, ma, soprattutto nei paesi dell'Europa nord-occidentale, è di religione islamica e non è bianca (il profilo 'razziale' appare più importante di quanto comunemente si pensi).
I detenuti di nazionalità straniera sono particolarmente numerosi nei paesi in cui l'immigrazione è recente e nei paesi che confinano con le aree di emigrazione, ad esempio con l'Europa dell'Est. Si pensi alla Germania e, soprattutto, all'Austria, dove la presenza straniera in carcere è un record europeo ed è pari al 45% (2), o all'Estonia - nuovo membro dell'Unione che confina con la Federazione russa - dove la percentuale di detenuti stranieri è pari al 36,4% (3).
Nei paesi dell'Europa mediterranea, che riuniscono le due condizioni sopraccitate - immigrazione recente e contiguità geografica con paesi di emigrazione - la detenzione dei migranti appare persino essere un tratto caratterizzante dei sistemi penitenziari nazionali. In Grecia, in Italia, e in Spagna e a Malta i detenuti stranieri sono in media il 35% del totale (4) e provengono in maggioranza dai paesi della sponda sud e della sponda est del Mediterraneo. In Italia quasi la metà dei detenuti stranieri è originaria del continente africano (5). Mentre circa il 32% dei detenuti stranieri proviene da Balcani ed est europeo (Romania, Albania ed ex-jugoslavia) (6). Complessivamente, più del 70% dei detenuti stranieri nelle carceri italiane proviene da paesi che sono alla periferia dell'Unione europea e che sono i paesi di diretta emigrazione verso l'Italia.
La sovrarappresentazione degli stranieri è ancora maggiore con riguardo alle donne e ai minori. In Italia le donne straniere sono il 42% (7) della popolazione detenuta femminile (sul dato incide molto la presenza di donne rom) e i minori stranieri reclusi negli istituti penali per i minorenni sono il 54,5% del totale (8). Inoltre, le presenze in carcere di minori stranieri sono in continuo aumento, in particolare nei penitenziari del centro-nord. La percentuale di minori stranieri presenti nei principali istituti penali per i minorenni del centro-nord Italia (Milano, Bologna, Torino, Roma e Firenze) è pari quasi all'80% e ormai anche nei penitenziari del sud (esclusi Napoli e la Sicilia) la presenza straniera è superiore o pari alla metà dei detenuti (9). Il tutto a fronte di una progressiva diminuzione degli ingressi in carcere dei minori italiani, per i quali il ricorso alla pena detentiva è divenuto una extrema ratio. Per i minori, come per gli adulti, i principali paesi di provenienza sono quelli 'prossimi' all'Italia (10).
La percentuale di stranieri detenuti è in aumento in tutti i paesi dell'Unione europea e non è proporzionata al corrispondente aumento, pur verificatosi, della popolazione straniera presente sul territorio. In Italia in un solo anno, il 2002, si è registrato un vero e proprio boom dell'incarcerazione degli stranieri: la percentuale di detenuti stranieri è passata da 29,5% al 31-5-01 a quasi il 32% al 30-6-02. Da allora è rimasta sostanzialmente stabile. Le date non sono forse insignificanti, poiché coincidono con il periodo di vigenza della legge attuale sull'immigrazione, la cosiddetta Bossi- Fini, che ha riformato il T.U. sull'immigrazione.
Ecco alcuni dati in altri paesi europei:
Tabella 1. Detenuti stranieri in alcuni paesi UE (percentuale su tot. pop. det.) (11) Austria 45,1% al 1-11-2005 - molto aumentata negli ultimi 3 anni (Ministero della giustizia austriaco)
Grecia 41,7% al 16-12-2004 (Ministero della giustizia greco)
Italia 32% al 30-09-2006 - in lieve aumento dall'inizio degli anni duemila. -1% con l'approvazione dell'indulto (Ministero della giustizia)
Paesi Bassi 31,7% al 1-7-2006 - in lieve diminuzione (National Agency of Correctional Institutions)
Spagna 29,7% al 21-4-2006 - +4,3% dal 2002 (Direzione generale dell'amministrazione penit. spagnola)
Germania 28,2% al 31-3-2004 - stabile (Ministero della giustizia tedesco)
Svezia 26,2% al 1-10-2005 - aumentata di più dell'1% in un anno (Ministero della giustizia svedese) - solo definitivi.
Francia 21,1% al 1-4-2005 - in lieve diminuzione (Ministero della giustizia francese)
Portogallo 18,5% al 31-12-2005 - aumentata del 6% dal 2002 (Ministero della giustizia portoghese)
Uk-Inghilterra e Galles 13,6% al 31-10-2005 - +1,4% dal 2004 (Home Office Prison Service)
Finlandia 8,0% al 1-4-2006 - stabile negli ultimi anni (Ministero della giustizia finlandese)
2. Discriminazione e criminalizzazione degli stranieri
Alla base di queste percentuali vi sono diversi fattori fra loro connessi.
Negli ultimi anni una parte della sociologia, dei media e dell'opinione pubblica europea ha messo l'accento sulla devianza degli stranieri. I dati sulla presenza dei migranti nelle carceri europee sono stati interpretati da alcuni come un indice fedele del loro livello di devianza (Marzio Barbagli, Immigrazione e criminalità in Italia, Il mulino, Bologna1998). Altri autori li hanno invece considerati come il sintomo di una diffusa discriminazione, legata sia alle precarie condizioni di vita dei migranti, sia alle difficoltà che essi incontrano quando entrano in relazione con i sistemi giudiziari europei. Per questi autori la forte presenza di migranti in carcere è in primo luogo il frutto di un processo di criminalizzazione (fra gli studi italiani si vedano: S. Palidda, Devianza e criminalità tra gli immigrati, Fondazione Cariplo- ISMU, Milano1994; A. Dal Lago, Non-persone, Feltrinelli, Milano 1999; F. Quassoli,Immigrazione uguale criminalità: rappresentazioni di senso comune e pratiche degli operatori di diritto, in "Rassegna italiana di sociologia", 1, 1999, pp. 43-76).
I dati sulla criminalità, pur evidenziando alcune aree in cui gli stranieri sono particolarmente attivi (ad esempio la spaccio di sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione), non giustificano questa sovrarappresentazione degli stranieri in carcere. Dal Rapporto pubblicato dall'Istat nel 2004 su Gli stranieri e il carcere: aspetti della detenzione (Roma 2004) emerge ad esempio che fra il 1991 e il 1998 (anno di promulgazione del T.U. sull'immigrazione) gli stranieri in carcere sono aumentati molto più velocemente del numero di stranieri denunciati. Il ché per gli estensori del Rapporto è un chiaro segnale degli svantaggi che affliggono gli stranieri nell'iter processuale e nell'accesso alle misure alternative alla detenzione.
Difficile è poi negare che esiste un forte legame fra l'aumento degli stranieri detenuti e l'adozione di politiche restrittive in materia di immigrazione. Analogamente è evidente il collegamento fra carcerazione degli stranieri e difficoltà di inserimento e di vita nelle società di arrivo.
I paesi impegnati in un controllo quasi militare delle proprie coste, come la Grecia, l'Italia o la Spagna, sono anche quelli in cui il numero degli stranieri in carcere è più elevato, mentre la presenza di stranieri sul territorio dello Stato resta inferiore alla media dei paesi dell'Europa del nord. La detenzione in carcere è divenuta in questi paesi uno dei principali strumenti di controllo e di repressione della immigrazione 'clandestina'. In particolare, il sistema penitenziario nell'Europa mediterranea ha assunto un ruolo importante come strumento di limitazione della libertà di movimento dei migranti all'interno dell'Unione europea. In Italia, gli ingressi in carcere per violazione di disposizioni relative al Testo Unico sull'immigrazione sono in costante crescita: dal 2004 al 2006 si è passati da 2.469 ingressi così motivati a 11.116 (12), un vero e proprio boom. Si deve considerare che questo genere di reati riguarda esclusivamente stranieri ed è dunque uno dei fattori che contribuiscono alla sovrarappresentazione degli stranieri in carcere.
I reati cosiddetti di immigrazione sono solo uno dei fattori attraverso i quali si realizza la criminalizzazione degli stranieri, lo strumento detentivo appare agire in vari modi per realizzare il controllo della immigrazione. Si noti, che i dati sopraccitati si riferiscono solo alla detenzione penale - alle carceri - e non comprendono gli stranieri reclusi nei centri di permanenza temporanea, che sono strutture detentive a tutti gli effetti. CPT e carceri configurano un sistema integrato di istituti di reclusione preposti alla segregazione degli stranieri.
Vorrei soffermarmi brevemente su questo punto.
Le carceri dell'Europa del sud assomigliano sempre di più a centri di permanenza temporanea nei quali sono detenuti i migranti destinati ad essere espulsi. Questo perché la maggioranza degli stranieri reclusi in carcere sono irregolari, o perché lo erano al momento della reclusione o perché lo diventano una volta usciti di prigione, non potendo organizzarsi nuovamente una vita da 'regolari'. L'espulsione segue dunque sovente la detenzione in carcere, quando non è direttamente usata, come avviene nella legge italiana, come strumento alternativo o aggiuntivo alla carcerazione (13). Secondo sporadiche ricerche condotte dal Dap nei maggiori penitenziari italiani, nel 2004, l'80% dei detenuti stranieri non aveva permesso di soggiorno al momento dell'ingresso in carcere (Istat, op. cit., p. 8).
Il caso italiano non è in controtendenza rispetto all'orientamento diffuso nel resto d'Europa. La configurazione dell'espulsione come alternativa alla pena per i clandestini è presente nelle legislazioni di molti paesi europei, tanto da far pensare che nell'Unione europea si stia creando un "sistema penale dei migranti" che si differenzia dal "sistema penale dei cittadini" e si integra invece nel più generale sistema di controllo e di repressione dell'immigrazione.
In Francia il dibattito sulla "doppia pena" - pena detentiva ed espulsione - che colpisce gli stranieri è stato molto acceso dalla seconda metà degli anni Novanta. L'espressione "doppia pena" fa riferimento sia all'espulsione amministrativa degli stranieri che finiscono di scontare una condanna penale, sia all'espulsione decisa in sede giudiziaria - "interdiction du territoire français" - contestualmente a una condanna penale.
In tutta Europa va affermandosi una nuova concezione della detenzione come strumento di incapacitazione per cui l'obiettivo non è reinserire i condannati, ma espellerli dalla società. Nel caso dei migranti l'espulsione è uno strumento più efficace e meno costoso della reclusione in carcere. Allo stesso tempo, la detenzione in carcere e la detenzione amministrativa nei Centri di permanenza temporanea tendono ad assomigliarsi: la prima perde il carattere trattamentale, mentre la seconda acquista i tratti propri di una pena inflitta al di fuori di sufficienti garanzie procedurali e scontata in condizioni spesso disumane (14).
Le legislazioni restrittive in materia di immigrazione giocano dunque un ruolo molto rilevante nella criminalizzazione dei migranti. In alcuni casi esse ne favoriscono direttamente l'ingresso in carcere; in altri esse sono determinanti nel rendere precarie le condizioni di vita degli stranieri inducendoli a impiegarsi nei mercati informali e in quelli illegali. Generalmente le politiche migratorie restrittive combinano entrambi questi aspetti. Accanto ad esse, altre caratteristiche delle società di arrivo favoriscono il coinvolgimento dei migranti nelle attività criminali. Una ricerca condotta da Luigi Maria Solivetti nel 2004 (15), confrontando i dati sulla carcerazione dei migranti e alcuni dati sulle società di arrivo in 18 paesi dell'Europa occidentale, ha ad esempio mostrato una correlazione positiva fra indice di carcerazione degli stranieri e incidenza dell'economia sommersa. Vi è invece una correlazione negativa con alcune variabili come: la spesa complessiva pro capite per la protezione sociale, la percentuale di popolazione diplomata, la certezza del diritto (misurata dalla BM). Infine, l'indice di carcerazione è tanto più elevato quanto più è alto l'indice di clandestinità.
I paesi dell'Europa mediterranea, che hanno le più alte percentuali di detenuti stranieri, sono caratterizzati da un benessere economico relativamente minore rispetto ai paesi dell'Europa nord-occidentale, da una certa instabilità economica, da una più iniqua distribuzione del reddito, da un modesto livello culturale e da una rapida crescita della popolazione straniera di origine extraeuropea. Più alta è la diffusione dell'economia sommersa, di comportamenti illegali, della corruzione, ecc. nelle società di arrivo, più alto è il numero degli stranieri in carcere.
Quest'ultimo rispecchia dunque in parte la devianza dei non-cittadini, tuttavia essa non sembra definibile come "criminalità degli immigrati". Come ha sostenuto Dario Melossi: le radici della devianza sono sempre interne alla società in cui la devianza si manifesta (D. Melossi, Stato, controllo sociale, devianza, Mondadori, Milano 2002, p. 283). Nel caso italiano, ad esempio: "le due attività centrali alle forme di devianza anche molto gravi di cui sono protagonisti gli immigrati - il mercato degli stupefacenti e quello della prostituzione di strada - (…) sono attività dirette a soddisfare bisogni che preesistevano all'immigrazione e che ancora oggi sono ampiamente definibili come italiani (…) Da questo punto di vista i criminali 'tunisini', 'marocchini', 'albanesi' e quanti altri non sono affatto tali, ma sono criminali a tutti gli effetti 'italiani'(…)" (D. Melossi, 2002, 283). I mercati illegali che soddisfano i bisogni di trasgressione e di svago dei cittadini europei necessitano di manodopera al pari degli altri mercati: essi creano quindi occasioni di emigrazione, che sono spesso più facili da cogliere e più fruttuose delle occasioni legali.
A questi fattori si devono aggiungere i diversi meccanismi di discriminazione razziale e/o etnica che sono presenti a tutti i livelli del sistema penale: dalle pratiche di polizia alla fase d'esecuzione della pena, passando per il processo. Queste discriminazioni sono solo in parte consapevoli: spesso derivano da scelte tecniche finalizzate a rendere efficiente in termini di risultati quantitativi l'operato delle forze di polizia o dipendono dalle caratteristiche proprie di un sistema penale e penitenziario pensato per i cittadini, che non si adatta allo status giuridico e sociale dei migranti,
I migranti sono spesso oggetto di attività di controllo discriminatorie: le polizie europee ricorrono a pratiche di controllo e di repressione che li penalizzano (16). Le strategie di contrasto al terrorismo tendono poi a favorire la pratica dell'arresto e della perquisizione selettiva dei cittadini di origine musulmana e dei migranti (17). All'indomani dell'attentato terroristico di Londra, così come del fallito attentato dell'estate scorsa, nei principali paesi dell'Unione europea si è discusso dell'opportunità di incentivare i controlli sugli immigrati e si è dato avvio a una serie di operazioni di polizia espressamente indirizzate verso le comunità musulmane, al di là delle esigenze di controllo imposte dalle indagini in corso.
Le organizzazioni non governative hanno più volte denunciato l'uso dell'"Ethnic profiling" - di criteri etnici per l'orientamento delle azioni di polizia e per la schedatura dei dati - da parte delle forze di polizia europee, soprattutto dopo l'11 settembre 2001 (18). A queste politiche di polizia si sommano le discriminazioni arbitrarie che si verificano nei casi in cui le forze di polizia si sentono legittimate a tenere comportamenti razzisti perché l'opinione pubblica richiede una risposta dura alla criminalità. Studi sociologici (19) e indagini giornalistiche hanno messo in luce i comportamenti razzisti tenuti dalle forze di polizia e dai tribunali penali, comportamenti che emergono ad esempio anche dalla lettura dei rapporti sulla detenzione dei migranti nell'Europa del sud stilati dal Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura.
L'impressione è, tuttavia, che a esporre i migranti alla repressione penale, più che i consapevoli atteggiamenti discriminatori e razzisti di alcuni attori del sistema penale, siano, da una parte, la "discriminazione strutturale" (20) dovuta alla condizione sociale degli stranieri, dall'altra, la scelta di una politica di controllo selettiva che sceglie di concentrarsi sui migranti. Sotto quest'ultimo aspetto è evidente come le politiche adottate a partire dagli anni Novanta nella maggior parte dei paesi europei in materia di immigrazione abbiano condotto a un'intensificazione dei controlli nei confronti degli stranieri: le polizie nazionali hanno reso abituali operazioni finalizzate a mostrare l'impegno delle forze dell'ordine nel contrasto all'immigrazione clandestina. Gli stranieri, essendo oggetto di continui controlli, tendono ad accumulare denunce, imputazioni e condanne divenendo così dei plurirecidivi.
Fra le forme di discriminazione strutturale appare particolarmente grave quella che deriva dall'inadeguatezza di molti sistemi giudiziari europei a trattare i migranti come gli altri cittadini. L'esempio più illuminante è quello relativo all'uso di non concedere agli stranieri misure cautelari alternative alla custodia in carcere. Tale prassi, insieme all'analoga prassi di non concedere ai detenuti stranieri la sospensione condizionale della pena o altre pene alternative alla detenzione, è una delle cause principali dell'elevato numero di stranieri detenuti nei penitenziari europei. Vi è dunque l'esigenza di realizzare delle riforme strutturali e di fornire ai sistemi giudiziari europei le risorse umane ed economiche necessarie per assicurarne il corretto funzionamento anche nei confronti dei migranti, la cui comparizione di fronte ai tribunali e la cui presenza in carcere non può certo più considerarsi come un fatto eccezionale (21).
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Note
*. Relazione presentata alle Giornate di studio sui diritti dei migranti, IV anno, Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara, 14/03/2007.
1. Ministero della giustizia polacco, dati aggiornati al 30.11.2006. Vedi International Centre for Prison Studies, World Prison Brief.
2. Dati del Ministero della Giustizia austriaco, al 1.11.2005. Vedi International Centre for Prison Studies, World Prison Brief.
3. Dati del Ministero della Giustizia estone, al 31.10.2005. Cfr. Ivi.
4. I dati sono i seguenti: 29,7% in Spagna, 32% in Italia, 35% a Malta e 41,7% in Grecia.
5. Al 30.06.2006 i marocchini erano il 20% dei detenuti stranieri, i tunisini il 9,7%, gli algerini il 6,3% e il 10,4% proveniva da altri paesi africani. L'indulto non ha significativamente mutato queste percentuali, nonostante una lieve flessione dei detenuti africani che sono passati dal 48,3% al 43,8% dei detenuti stranieri. Ministero della giustizia, dati riferiti al 31.12.2006
6. Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, popolazione detenuta e risorse dell'amministrazione penitenziaria, Ministero della giustizia, Roma 2006.
7. Mia elaborazione sui dati forniti dal Ministero della Giustizia che registrano la situazione al 30-6-02.
8. V. Belotti, "Doppia pena", reati e criminalizzazione, in V. Belotti, R. Maurizio, A. C. Moro, a cura di, Minori stranieri in carcere, Guerini e associati, Milano 2006, p. 101. Rielaborazione dati Istat e Ministero della giustizia riferiti al 2004.
9. Ivi, p. 102.
10. La Romania (31%), il Marocco (24%), la Serbia (16%) e l'Albania (9%).Ibid.
11. La maggioranza dei dati qui riportati è tratta da INTERNATIONAL CENTRE FOR PRISON STUDIES, World Prison Brief, cit.
12. Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, popolazione detenuta e risorse dell'amministrazione penitenziaria, cit.
13. La legge italiana sull'immigrazione prevede che ogni straniero entrato in carcere per uno dei reati previsti all'art. 380, commi primo e secondo, del codice di procedura penale e per qualsiasi reato attinente alla droga o alla libertà sessuale debba essere espulso una volta scontata la pena. L'art. 16 del Testo Unico sull'immigrazione, così come è stato modificato dal provvedimento del 2002, prevede inoltre l'utilizzo dell'espulsione come misura alternativa alla detenzione. Il magistrato di sorveglianza deve infatti procedere all'espulsione di tutti i detenuti stranieri irregolari che siano identificabili e abbiano meno di due anni di pena detentiva da scontare. La legge Bossi-Fini ha poi stabilito che gli immigrati che hanno commesso un reato per cui è previsto l'arresto in flagranza non possano ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno e vadano dunque incontro all'espulsione. L'espulsione diviene così esplicitamente una pena, configurando un regime penale ad hoc per i migranti. La legge aveva infine previsto l'arresto obbligatorio dello straniero irregolare che non aveva ottemperato all'ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio nazionale o che aveva violato l'obbligo di reingresso. L'arresto era finalizzato a renderne possibile l'immediata espulsione. La Corte costituzionale ha sancito l'incostituzionalità di questa norma. Il meccanismo sanzionatorio speciale è stato, tuttavia, ripristinato dalla legge n. 271 del 2004, che ha trasformato la violazione dell'ordine di lasciare il paese da contravvenzione in delitto, rendendo legittimo l'arresto obbligatorio in flagranza e permettendo che lo straniero sia prima arrestato e poi espulso. Espulsione e pena detentiva sono dunque state equiparate. In questo modo la funzione rieducativa della pena è definitivamente cancellata ed è esplicitamente istituito un sistema penale differenziato per gli stranieri.
14. Vedi la denuncia del giornalista Federico Gatti che, fingendosi migrante, è riuscito a entrare nel Centro di detenzione temporanea di Lampedusa (F. GATTI, Io clandestino a Lampedusa, "L'espresso", 40 (2005)). Gatti ha sostenuto che la sua presenza a Lampedusa, come quella di molti migranti entrati con lui nel Centro nella settimana fra il 24 e il 30 settembre 2005, non è mai stata convalidata dal giudice. Le condizioni igieniche del Centro sono secondo il giornalista gravissime. Inoltre, durante la sua reclusione, egli ha potuto assistere ai comportamenti razzisti di molti carabinieri in servizio nel Centro, a percosse e a forme di violenza psicologica nei confronti dei detenuti. Il tema dei Centri di permanenza temporanea meriterebbe di essere trattato approfonditamente. Qui si può solo accennare ad alcuni degli aspetti più gravi che riguardano la detenzione in questi centri. Per un esame della questione in chiave sia sociologica, sia filosofico-politica, vedi F. RAHOLA, Zone definitivamente provvisorie. Campi di internamento e diritti umani, Ombre Corte, Verona 2003.
15. L. M. Solivetti, Immigrazione, integrazione e crimine in Europa, Il mulino, Bologna 2004.
16. I dati relativi alle persone fermate e perquisite dalla polizia (secondo la tecnica di "stop and search") nel Regno Unito nell'anno 2003-2004, riportati dallo Home Office, mostrano che i neri sono stati fermati sei volte più dei bianchi e gli asiatici il doppio dei bianchi.
17. Nel marzo del 2005 il Ministro dell'interno britannico ha esplicitamente ammesso che le misure antiterrorismo sono destinate a colpire in prevalenza i musulmani, poiché la minaccia proviene dal mondo islamico.
18. Il tema è trattato esaustivamente nel dossier redatto dall'Open Society Justice Initiative (AA.VV., Ethnic Profiling by Police in Europe, Open Society Justice Initiative, London 2005). Secondo alcuni analisti la forza di polizia comunitaria, Europol, incaricata principalmente della prevenzione e della repressione del crimine organizzato, opera assumendo che la criminalità si organizza su basi etniche. L'opinione pubblica europea sostiene queste pratiche discriminatorie nella convinzione che siano efficaci a contrastare il terrorismo e la criminalità internazionale.
19. Vedi ad esempio F. QUASSOLI, Immigrazione uguale criminalità: rappresentazioni di senso comune e pratiche degli operatori del diritto, "Rassegna italiana di sociologia", 1 (1999).
20. Il termine richiama la sociologia di Pierre Bourdieu e fa riferimento alla discriminazione che deriva dalla povertà di capitale economico, sociale e culturale che caratterizza i migranti sospingendoli nella marginalità. Con questo termine mi riferisco tuttavia anche alla 'non-idoneità' degli stranieri a relazionarsi con un apparato penale che prevede garanzie pensate per i cittadini, ossia per soggetti ben inseriti nel tessuto sociale e dotati di strumenti economici, sociali e culturali di cui i migranti non dispongono.
21. Per chiudere con una nota minimamente ottimistica (o idealistica, dipende dai punti di vista) vorrei citare la proposta di riforma dell'ordinamento penitenziario attualmente giacente in parlamento. Si tratta di una riforma elaborata sotto il coordinamento di Alessandro Margara, già direttore del DAP, amico e collaboratore di Mario Gozzini, che provvede a rimuovere il più possibile le norme che discriminano gli stranieri nella fase esecutiva: dalla concessione dei permessi alle misure alternative, fino ai colloqui e alle telefonate. Se una simile riforma fosse approvata, l'Italia farebbe un grosso passo avanti nella eliminazione della "discriminazione strutturale" che contribuisce alla forte presenza di stranieri in carcere.
Jura Gentium, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica
il giorno dopo la visita alle carceri
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Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237 Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237
Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237 Il giorno dopo la visita alle carceri
Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. E' durata tre giorni e pare abbia impegnato "centinaia" di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti conforts e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la "barca" a Lipari per "coordinare" i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.
Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scouts capeggiati
da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell'Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere
in questa iniziativa "umanitaria" che testimonia della loro sensibilità sociale.
Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perchè restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.
Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una "cultura" ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima
nei confronti dei suoi prigionieri che va dall'odio razzista all'indifferenza. Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto
che saranno studiati accuratamente per essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell'Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future "agevolazioni".
Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.
Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c'è l'iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall'inizio dell'anno.
La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c'è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d'Europa. C'è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale. Ma che cosa c'è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite "ispettive" si fanno soltanto a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l'indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti "ordinari" di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all'anno negli ultimi dieci anni. Salutato l'illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta via!!
Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all'unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l'amnistia o l'indulto.
E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l'afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.
Pietro Ancona
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/migrant/ferrara.htm
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Riepilogo_Nazionale_20_GIUGNO_-_Presenze_Detenuti.doc
http://www.garantedetenutilazio.it/opencms/export/sites/gddl/_allegati/Popolazione_detenuta_posizione_giuridica_29.03.doc
http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?previsiousPage=mg_14_7&contentId=SST157237
venerdì 13 agosto 2010
ad continendos homines, non ad puniendos
ad continendos homines, non ad puniendos.
Al contrario di quanto costituiva la filosofia della carcerazione
nell'antichità, il carcere oggi ha un carattere fortemente afflittivo, non
rieducativo come prescrive la Costituzione, è un luogo di vendetta dello
Stato nei confronti di quanti considera suoi nemici o soltanto sue mele
marce che bisogna isolare dal corpo "sano" della Nazione. Scriveva nel suo
decreto il Granduca di Toscana a proposito del carcere: "la possibile
speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile e corretto; "
dichiarando il recupero sociale la più importante finalità della pena . Questa finalità
è stata contestata da assordanti campagne propagandistiche nelle quali si sono
distinti la Lega e la destra e che hanno aumentato a dismisura la sensazione
di insicurezza della cittadinanza al fine di aizzarla ad una concezione
punitiva e vendicativa. La destra al governo ha dato vita ad una
legislazione sulla "sicurezza" che ha riempito fino quasi a fare scoppiare
le carceri italiane con la criminalizzazione di comportamenti che potrebbero
essere soltanto contravvenzionati o che addirittura non costituiscono reato.
Essere sanspapiers aumenta la pena di un terzo e costituisce
una discriminazione che nessuna Costituzione di un paese civile potrebbe
tollerare.
Il carcere è luogo di afflizione e di pena dei poveri puniti per reati che
raramente pongono grossi problemi di allarme sociale. Personaggi come
Previti, Dell'Utri, Balducci, Tanzi, ed altri squali della stessa stazza non
finiscono in carcere. Se vi finiscono ci stanno poco tempo e godono di particolari privilegi.
Ottaviano Del Turco fece un mese di detenzione mantenendosi rigorosamente
distante dalla popolazione carceraria di Sulmona. I potenti erano in fila
per essere ricevuti nella sua cella dove venivano ammessi come alla presenza
di un illustre dignitario. I grandi reati finanziari dei colletti bianchi
restano quasi sempre impuniti anche se hanno provocato danni immensi a volte
a centinaia di migliaia di persone o ad intere
Nazioni. I responsabili della bolla immobiliare USA che hanno truffato milioni
di persone nell'acquisto facilitato delle case che poi non hanno potuto
pagare perchè rincarate ed hanno dovuto abbandonare perdendo tutto non sono stati puniti. Quanti hanno
inondato il pianeta di titoli falsi si sono poi liquidati benefict
scandalosi di milioni di dollari.Soltanto uno di loro è finito in galera mentre
il furto in un supermercato viene punito con carcerazione che, a seconda
della condizione dell'imputato, può anche essere ergastolo.
Il Partito Radicale quest'anno come l'anno scorso ha assunto l'iniziativa
di visitare le carceri italiane il giorno di ferragosto. Iniziativa ben
progettata dal punto di vista propagandistico come sono soliti
fare i radicali, maestri nell'arte della comunicazione. Le conferenze stampa
di Pannella e dei suoi sodali saranno l'unica attività politica di un giorno
destinato al relax totale dagli italiani. L'indomani della conferenza stampa
che denuncerà le gravissimi intollerabili condizioni constatate dai nostri
eroi
sarà presentata una interrogazione, si farà uno o più digiuni e tutto
tornerà come prima. In effetti la proposta radicale è per una amnestia o un indulto.
Sono convinto che l'inerzia del governo che dopo aver promesso un anno fa 17 mila nuovi posti
carcere non ha fatto niente tranne che commissariare per sfuggire ai controlli vuole provocare una umanitaria nelle carceri
per convincere il Parlamento al varo di misure di indulto ed amnistia che servono i grandi profittatori di regime, le cricche. La sofferenza dei reclusi viene strumentalizzata ed usata per i potenti. In effetti la situazione carceraria è diventata tragica. L'Italia è sempre stata particolarmente feroce con i suoi
prigionieri e con quanti ha avuto in dominio nei lagers. Già nel 1861 il neonato stato di Cavour e dei Savoia rinchiudeva nel terribile Forte Fenestrelle diecine di migliaia di soldati napoletani e meridionali
per condannarli a morire di fame e di freddo. I loro corpi venivano squagliati nella calce viva. Carmine Crozza, capo popolare della rivolta antisavoia, veniva sottoposto a crudeli trattamenti che durarono
fino alla sua morte in carcere. Lo stesso avveniva per Giovanni Passannante che aveva attentato alla vita di Umberto primo chiuso per dieci anni in isolamento assoluto in una cella sotto il livello del mare,costretto a mangiare i suoi escrementi. La pena per Carmine Crozza e Giovanni Passannante è proseguita oltre la loro morte. Le loro teste furono tagliate, studiate da lombrosiani e conservate in un museo di Torino dove sono esposte assieme ad altri anonimi resti di condannati per un qualche reato.
L'opinione pubblica è stata avvelenata dai massmedia della destra con martellanti campagne contro
i reclusi attuali. La gente è stata indotta a disprezzare ed odiare i detenuti. Anche persone di orientamento democratico e di sinistra sono state attirate in questo vortice di odio violento del securitarismo. Sindaci di centro-sinistra si sono lasciati andare a misure antiumanitarie contro i migranti ed i senza tetto. I barboni vengono schedati da Maroni. Non avere casa è diventato indizio di asocialità criminale.
Basterebbero alcune modeste e ragionevoli delegiferazioni per ridurre la popolazione carceraria. Mi riferisco alla legge Fini-Giovanardi sulla droga ed alle leggi sulla sicurezza. Inoltre bisognerebbe
modificare profondamente i regolamenti carcerari e le normative che graduano i penitenziari in tanti gironi di inferno. Non si possono trattenere persone in galera per anni dopo avere scontato
la pena inflitta dal Magistrato. Si debbono abolire il 41 bis e tutte le norme di appesantimento oggi previste. Il carcere deve essere il luogo in cui si sconta la pena inflitta dal Giudice senza varianti che finiscono per diventare una seconda e più pesante condanna.
Ma si farà un gran baccano soltanto per l'amnistia e l'indulto. E' quanto interessa il senatore Dell'Utri
che domani sarà accanto a Pannella nello spettacolo allestito per dopo la visita. Indulto ed amnistia che interessano appunto Dell'Utri e molti altri della Oligarchia.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www.ristretti.it/
Al contrario di quanto costituiva la filosofia della carcerazione
nell'antichità, il carcere oggi ha un carattere fortemente afflittivo, non
rieducativo come prescrive la Costituzione, è un luogo di vendetta dello
Stato nei confronti di quanti considera suoi nemici o soltanto sue mele
marce che bisogna isolare dal corpo "sano" della Nazione. Scriveva nel suo
decreto il Granduca di Toscana a proposito del carcere: "la possibile
speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile e corretto; "
dichiarando il recupero sociale la più importante finalità della pena . Questa finalità
è stata contestata da assordanti campagne propagandistiche nelle quali si sono
distinti la Lega e la destra e che hanno aumentato a dismisura la sensazione
di insicurezza della cittadinanza al fine di aizzarla ad una concezione
punitiva e vendicativa. La destra al governo ha dato vita ad una
legislazione sulla "sicurezza" che ha riempito fino quasi a fare scoppiare
le carceri italiane con la criminalizzazione di comportamenti che potrebbero
essere soltanto contravvenzionati o che addirittura non costituiscono reato.
Essere sanspapiers aumenta la pena di un terzo e costituisce
una discriminazione che nessuna Costituzione di un paese civile potrebbe
tollerare.
Il carcere è luogo di afflizione e di pena dei poveri puniti per reati che
raramente pongono grossi problemi di allarme sociale. Personaggi come
Previti, Dell'Utri, Balducci, Tanzi, ed altri squali della stessa stazza non
finiscono in carcere. Se vi finiscono ci stanno poco tempo e godono di particolari privilegi.
Ottaviano Del Turco fece un mese di detenzione mantenendosi rigorosamente
distante dalla popolazione carceraria di Sulmona. I potenti erano in fila
per essere ricevuti nella sua cella dove venivano ammessi come alla presenza
di un illustre dignitario. I grandi reati finanziari dei colletti bianchi
restano quasi sempre impuniti anche se hanno provocato danni immensi a volte
a centinaia di migliaia di persone o ad intere
Nazioni. I responsabili della bolla immobiliare USA che hanno truffato milioni
di persone nell'acquisto facilitato delle case che poi non hanno potuto
pagare perchè rincarate ed hanno dovuto abbandonare perdendo tutto non sono stati puniti. Quanti hanno
inondato il pianeta di titoli falsi si sono poi liquidati benefict
scandalosi di milioni di dollari.Soltanto uno di loro è finito in galera mentre
il furto in un supermercato viene punito con carcerazione che, a seconda
della condizione dell'imputato, può anche essere ergastolo.
Il Partito Radicale quest'anno come l'anno scorso ha assunto l'iniziativa
di visitare le carceri italiane il giorno di ferragosto. Iniziativa ben
progettata dal punto di vista propagandistico come sono soliti
fare i radicali, maestri nell'arte della comunicazione. Le conferenze stampa
di Pannella e dei suoi sodali saranno l'unica attività politica di un giorno
destinato al relax totale dagli italiani. L'indomani della conferenza stampa
che denuncerà le gravissimi intollerabili condizioni constatate dai nostri
eroi
sarà presentata una interrogazione, si farà uno o più digiuni e tutto
tornerà come prima. In effetti la proposta radicale è per una amnestia o un indulto.
Sono convinto che l'inerzia del governo che dopo aver promesso un anno fa 17 mila nuovi posti
carcere non ha fatto niente tranne che commissariare per sfuggire ai controlli vuole provocare una umanitaria nelle carceri
per convincere il Parlamento al varo di misure di indulto ed amnistia che servono i grandi profittatori di regime, le cricche. La sofferenza dei reclusi viene strumentalizzata ed usata per i potenti. In effetti la situazione carceraria è diventata tragica. L'Italia è sempre stata particolarmente feroce con i suoi
prigionieri e con quanti ha avuto in dominio nei lagers. Già nel 1861 il neonato stato di Cavour e dei Savoia rinchiudeva nel terribile Forte Fenestrelle diecine di migliaia di soldati napoletani e meridionali
per condannarli a morire di fame e di freddo. I loro corpi venivano squagliati nella calce viva. Carmine Crozza, capo popolare della rivolta antisavoia, veniva sottoposto a crudeli trattamenti che durarono
fino alla sua morte in carcere. Lo stesso avveniva per Giovanni Passannante che aveva attentato alla vita di Umberto primo chiuso per dieci anni in isolamento assoluto in una cella sotto il livello del mare,costretto a mangiare i suoi escrementi. La pena per Carmine Crozza e Giovanni Passannante è proseguita oltre la loro morte. Le loro teste furono tagliate, studiate da lombrosiani e conservate in un museo di Torino dove sono esposte assieme ad altri anonimi resti di condannati per un qualche reato.
L'opinione pubblica è stata avvelenata dai massmedia della destra con martellanti campagne contro
i reclusi attuali. La gente è stata indotta a disprezzare ed odiare i detenuti. Anche persone di orientamento democratico e di sinistra sono state attirate in questo vortice di odio violento del securitarismo. Sindaci di centro-sinistra si sono lasciati andare a misure antiumanitarie contro i migranti ed i senza tetto. I barboni vengono schedati da Maroni. Non avere casa è diventato indizio di asocialità criminale.
Basterebbero alcune modeste e ragionevoli delegiferazioni per ridurre la popolazione carceraria. Mi riferisco alla legge Fini-Giovanardi sulla droga ed alle leggi sulla sicurezza. Inoltre bisognerebbe
modificare profondamente i regolamenti carcerari e le normative che graduano i penitenziari in tanti gironi di inferno. Non si possono trattenere persone in galera per anni dopo avere scontato
la pena inflitta dal Magistrato. Si debbono abolire il 41 bis e tutte le norme di appesantimento oggi previste. Il carcere deve essere il luogo in cui si sconta la pena inflitta dal Giudice senza varianti che finiscono per diventare una seconda e più pesante condanna.
Ma si farà un gran baccano soltanto per l'amnistia e l'indulto. E' quanto interessa il senatore Dell'Utri
che domani sarà accanto a Pannella nello spettacolo allestito per dopo la visita. Indulto ed amnistia che interessano appunto Dell'Utri e molti altri della Oligarchia.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www.ristretti.it/
giovedì 12 agosto 2010
Nando della Chiesa racconta la storia della Villa di Arcore
La villa della marchesina sedotta e bidonata
http://cerca.unita.it/data/PDF0100/PDF0100/text1/fork/ref/04124avh.HTM?key=marchesina+bidonata&first=1&orderby=1
La villa della marchesina sedotta e bidonata
di Nando Dalla Chiesa
Gli anni Settanta furono tumultuosi non solo sulle pubbliche vie, e non solo al sabato pomeriggio. Furono ricchi di tumulti, se così si può dire, privati. Anche di domenica. Ed era proprio una domenica di fine agosto del 1970 quando il marchese Camillo Casati Stampa, 43 anni, uccise con un fucile da caccia la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante, lo studente Massimo Minorenti, per poi uccidere se stesso. Fosse stato l’onore offeso, il caldo estivo o la impossibilità (allora) di divorziare, quale che sia stata insomma la causa scatenante del delitto, fatto sta che il mito di Arcore, dei luoghi sacri dell’era berlusconiana, nasce in quel mattino di sangue: a dimostrazione - ancora una volta - che ciò che dà fortuna a Silvio Berlusconi coincide sempre con una tragedia altrui. Il marchese infatti aveva proprietà immense, il cui valore venne stimato dai giornali intorno ai tre-quattrocento miliardi del tempo. E aveva una sola erede, la marchesina Annamaria, nata dal primo matrimonio. La sorella della signora Fallarino cercò di conquistare quel bendiddio per il proprio ramo, sperando di riuscire a dimostrare che la marchesa avesse esalato l’ultimo respiro dopo il marito omicida. Benché patrocinata in questo nobile tentativo da un giovane e valente avvocato calabrese, di nome Cesare Previti, ella non riuscì nel proprio intento. Poco male. Il giovane avvocato, dopo avere patrocinato le ragioni della parte rimasta a bocca asciutta, si offrì in soccorso alla parte vincente, ossia alla marchesina, appena 19enne. Che accettò. In parallelo però il Tribunale dei minori (allora essendo fissata la maggiore età ai 21 anni) affidò la giovane a un vecchio amico dei Casati, un senatore liberale di professione avvocato e di nome Giorgio Bergamasco. Costui, sul piano culturale, non è un alieno nella storia che stiamo raccontando. Si era distinto infatti per avere presentato più disegni di legge in materia finanziaria, tra cui uno sulle successioni e uno di amnistia per i reati finanziari. Fu lui a stendere la denuncia di successione. E lo fece coerentemente con lo spirito delle sue fatiche legislative: 231 pagine per descrivere immobili e terreni, titoli e gioielli, per un controvalore inferiore ai due miliardi. Lo stesso ministro delle finanze lo giudicò risibile. E aveva ragione se si pensa che alcuni piccoli lotti di terra nel comune di Cusago, nemmeno dettagliati in quella denuncia, sarebbero poi stati venduti a sei miliardi, ossia per un valore triplo dell’intero patrimonio. Tuttavia per rispetto dei morti e di una vicenda così dolorosa, non successe nulla. La marchesina rimase, con quel patrimonio a lei intestato, affidata alle sapienti mani del senatore Bergamasco e dell’avvocato Previti. Lo avrebbe ella gestito al meglio o lo avrebbe venduto (e forse svenduto) pezzo a pezzo? C’era nelle vicinanze una società interessata alle attività immobiliari e che brillava per dinamismo e trasparenza. La possedeva una delle primissime manager italiane, una signora tutta Bocconi e Boston, tale Maria Borsani, zia di Silvio Berlusconi, affiancata da un brillante finanziere di nome Giorgio Dell’Oglio, cognato dello stesso Berlusconi. Si chiamava Edilnord Centri Residenziali sas, la società. La quale mise gli occhi anche sulla tenuta di Arcore e sulla villa di San Martino. Venne così stipulata una convenzione di compravendita che fu stesa però in due successive versioni. Nella prima versione comprava la Edilnord. Nella seconda versione, invece, chissà perché, comprava la Società Generale Attrezzature, che abbiamo già citato in precedenza, che era guidata da Walter Donati, altro prestanome di prestigio di Silvio Berlusconi, e che come la Edilnord era collegata - indovina indovinello - con una finanziaria svizzera, la Cofinvest di Lugano. Prezzo di vendita: 750 milioni. Un valore reale o solo un po' più modesto del reale? Forse basta dire che poco tempo dopo la Cariplo erogherà, avendo tali beni in garanzia, un finanziamento per un valore dieci volte più alto. E d’altronde, giusto per soddisfare i più curiosi, si trattava di una tenuta di un milione di metri quadrati in cui sorgevano un edificio settecentesco con annesso parco, villa San Martino appunto, di circa 3.500 metri quadri, 147 stanze e contenente, oltre a una biblioteca da antiquariato, un bel po' di quadri del Quattrocento e del Cinquecento, tra cui dei Tiepolo e Tintoretto. Da qui la domanda che torna nella leggenda. La marchesina, incapace di intendere e di volere, fu forse indotta a svendere? Venne cioè, professionalmente, sedotta e bidonata? E se sì, perché e da chi? Oppure venne condotta una straordinaria operazione di compravendita in nero per realizzare una gigantesca evasione fiscale da una parte e dall’altra? Gli storici di quella speciale e moderna disciplina detta “economia politica dei misteri” si sono a lungo arrabattati intorno a queste diverse interpretazioni, in genere con punte di malizia francamente illiberali nei confronti dell’avvocato Cesare Previti e del “Dottore” (Silvio Berlusconi). Converrà dunque non cedere alle suggestioni e ai pregiudizi e attenersi il più possibile ai fatti effettivamente accaduti. Soprattutto sarà giusto riandare alle condizioni di compravendita. La proprietà, così si prevedeva, sarebbe stata acquistata in più rate, l’ultima delle quali (250 milioni) entro sei mesi dalla stipulazione del contratto, la cui data non era indicata, e comunque senza decorrenza di interessi. In compenso «il possesso e il godimento di quanto promesso in vendita si trasferiscono alla parte acquirente con effetto dalla data odierna». Insomma, ad Arcore dallo stesso giorno sarebbe stato di casa il vero referente di quell’incredibile coacervo di sigle e prestanomi acquirenti. Coacervo reso ancora più incredibile dal fatto che il rogito verrà finalmente firmato molti anni dopo, nel 1980, dal signor Giovanni Del Santo (siciliano poi indicato dalle forze dell’ordine in contatto con ambienti mafiosi), altro prestanome di Berlusconi. E non sarà firmato né per la Edilnord né per la Società Generale Attrezzature, ma per la Immobiliare Idra srl. Se il nome Idra, denso di evocazioni mitologiche, voglia essere una forma di rappresentazione programmatica della società, questo non lo si può sapere. Il fatto è che da essa restarono esclusi alcuni terreni del marchese, quelli dal quale dovevano essere sloggiati i contadini residenti al fine di realizzare nuove aree speculative. Quei terreni andarono infatti alla Immobiliare Briantea srl. Che sarebbe poi confluita nella Immobiliare Idra nel 1988, una volta compiuto l'ingrato compito di sloggiare i contadini. Dunque Silvio Berlusconi si installò nella villa di Arcore immediatamente, prima ancora di averla comprata. A sollecitarlo all’acquisto era stato proprio il giovane avvocato, Cesare Previti, il fiduciario della marchesina. Vediamo come le biografie autorizzate raccontano quel rapporto preferenziale attraverso le parole dell’avvocato calabrese, diventato romano di adozione: «Anna Maria Casati non voleva stare in quella villa dalle tragiche memorie, volle che la vendessi. Provai con dei brianzoli, degli speculatori che prima o poi l'avrebbero lottizzata. In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di Silvio e gli dissi: Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere, mi comperi la villa San Martino dei Casati Stampa, ad Arcore. Andammo a vederla e alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per qualche giorno e la provo. La provò e non se n’è più andato». Come sempre, dalle tragedie altrui alla propria felicità: ovvero dalle 'tragiche memorie' a una Pasqua da urlo. Le fonti dicono che ciò accadde nel 1973 (qualcuna insinua anche prima). Quanto alla marchesina, sparì letteralmente: nello stesso ’73 si trasferì in Brasile con il marito e da lì non avrebbe mai voluto parlare di quella vicenda. Fu intimidita da qualcuno, da qualcosa, si turbò per qualche notizia o parola? Supposizioni malevole, spazzatura. Forse, d’altronde, non lo sapeva nemmeno, al momento della partenza, che in quella villa di 'tragiche memorie' si era installato o si stava installando (le fonti sono discordi) anche Vittorio Mangano, boss emergente di Cosa Nostra. Partì e basta. (19 continua. Ha collaborato Francesca Maurri)
3 maggio 2004 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 13) nella sezione "Interni" Versione in PDF
http://cerca.unita.it/data/PDF0100/PDF0100/text1/fork/ref/04124avh.HTM?key=marchesina+bidonata&first=1&orderby=1
La villa della marchesina sedotta e bidonata
di Nando Dalla Chiesa
Gli anni Settanta furono tumultuosi non solo sulle pubbliche vie, e non solo al sabato pomeriggio. Furono ricchi di tumulti, se così si può dire, privati. Anche di domenica. Ed era proprio una domenica di fine agosto del 1970 quando il marchese Camillo Casati Stampa, 43 anni, uccise con un fucile da caccia la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante, lo studente Massimo Minorenti, per poi uccidere se stesso. Fosse stato l’onore offeso, il caldo estivo o la impossibilità (allora) di divorziare, quale che sia stata insomma la causa scatenante del delitto, fatto sta che il mito di Arcore, dei luoghi sacri dell’era berlusconiana, nasce in quel mattino di sangue: a dimostrazione - ancora una volta - che ciò che dà fortuna a Silvio Berlusconi coincide sempre con una tragedia altrui. Il marchese infatti aveva proprietà immense, il cui valore venne stimato dai giornali intorno ai tre-quattrocento miliardi del tempo. E aveva una sola erede, la marchesina Annamaria, nata dal primo matrimonio. La sorella della signora Fallarino cercò di conquistare quel bendiddio per il proprio ramo, sperando di riuscire a dimostrare che la marchesa avesse esalato l’ultimo respiro dopo il marito omicida. Benché patrocinata in questo nobile tentativo da un giovane e valente avvocato calabrese, di nome Cesare Previti, ella non riuscì nel proprio intento. Poco male. Il giovane avvocato, dopo avere patrocinato le ragioni della parte rimasta a bocca asciutta, si offrì in soccorso alla parte vincente, ossia alla marchesina, appena 19enne. Che accettò. In parallelo però il Tribunale dei minori (allora essendo fissata la maggiore età ai 21 anni) affidò la giovane a un vecchio amico dei Casati, un senatore liberale di professione avvocato e di nome Giorgio Bergamasco. Costui, sul piano culturale, non è un alieno nella storia che stiamo raccontando. Si era distinto infatti per avere presentato più disegni di legge in materia finanziaria, tra cui uno sulle successioni e uno di amnistia per i reati finanziari. Fu lui a stendere la denuncia di successione. E lo fece coerentemente con lo spirito delle sue fatiche legislative: 231 pagine per descrivere immobili e terreni, titoli e gioielli, per un controvalore inferiore ai due miliardi. Lo stesso ministro delle finanze lo giudicò risibile. E aveva ragione se si pensa che alcuni piccoli lotti di terra nel comune di Cusago, nemmeno dettagliati in quella denuncia, sarebbero poi stati venduti a sei miliardi, ossia per un valore triplo dell’intero patrimonio. Tuttavia per rispetto dei morti e di una vicenda così dolorosa, non successe nulla. La marchesina rimase, con quel patrimonio a lei intestato, affidata alle sapienti mani del senatore Bergamasco e dell’avvocato Previti. Lo avrebbe ella gestito al meglio o lo avrebbe venduto (e forse svenduto) pezzo a pezzo? C’era nelle vicinanze una società interessata alle attività immobiliari e che brillava per dinamismo e trasparenza. La possedeva una delle primissime manager italiane, una signora tutta Bocconi e Boston, tale Maria Borsani, zia di Silvio Berlusconi, affiancata da un brillante finanziere di nome Giorgio Dell’Oglio, cognato dello stesso Berlusconi. Si chiamava Edilnord Centri Residenziali sas, la società. La quale mise gli occhi anche sulla tenuta di Arcore e sulla villa di San Martino. Venne così stipulata una convenzione di compravendita che fu stesa però in due successive versioni. Nella prima versione comprava la Edilnord. Nella seconda versione, invece, chissà perché, comprava la Società Generale Attrezzature, che abbiamo già citato in precedenza, che era guidata da Walter Donati, altro prestanome di prestigio di Silvio Berlusconi, e che come la Edilnord era collegata - indovina indovinello - con una finanziaria svizzera, la Cofinvest di Lugano. Prezzo di vendita: 750 milioni. Un valore reale o solo un po' più modesto del reale? Forse basta dire che poco tempo dopo la Cariplo erogherà, avendo tali beni in garanzia, un finanziamento per un valore dieci volte più alto. E d’altronde, giusto per soddisfare i più curiosi, si trattava di una tenuta di un milione di metri quadrati in cui sorgevano un edificio settecentesco con annesso parco, villa San Martino appunto, di circa 3.500 metri quadri, 147 stanze e contenente, oltre a una biblioteca da antiquariato, un bel po' di quadri del Quattrocento e del Cinquecento, tra cui dei Tiepolo e Tintoretto. Da qui la domanda che torna nella leggenda. La marchesina, incapace di intendere e di volere, fu forse indotta a svendere? Venne cioè, professionalmente, sedotta e bidonata? E se sì, perché e da chi? Oppure venne condotta una straordinaria operazione di compravendita in nero per realizzare una gigantesca evasione fiscale da una parte e dall’altra? Gli storici di quella speciale e moderna disciplina detta “economia politica dei misteri” si sono a lungo arrabattati intorno a queste diverse interpretazioni, in genere con punte di malizia francamente illiberali nei confronti dell’avvocato Cesare Previti e del “Dottore” (Silvio Berlusconi). Converrà dunque non cedere alle suggestioni e ai pregiudizi e attenersi il più possibile ai fatti effettivamente accaduti. Soprattutto sarà giusto riandare alle condizioni di compravendita. La proprietà, così si prevedeva, sarebbe stata acquistata in più rate, l’ultima delle quali (250 milioni) entro sei mesi dalla stipulazione del contratto, la cui data non era indicata, e comunque senza decorrenza di interessi. In compenso «il possesso e il godimento di quanto promesso in vendita si trasferiscono alla parte acquirente con effetto dalla data odierna». Insomma, ad Arcore dallo stesso giorno sarebbe stato di casa il vero referente di quell’incredibile coacervo di sigle e prestanomi acquirenti. Coacervo reso ancora più incredibile dal fatto che il rogito verrà finalmente firmato molti anni dopo, nel 1980, dal signor Giovanni Del Santo (siciliano poi indicato dalle forze dell’ordine in contatto con ambienti mafiosi), altro prestanome di Berlusconi. E non sarà firmato né per la Edilnord né per la Società Generale Attrezzature, ma per la Immobiliare Idra srl. Se il nome Idra, denso di evocazioni mitologiche, voglia essere una forma di rappresentazione programmatica della società, questo non lo si può sapere. Il fatto è che da essa restarono esclusi alcuni terreni del marchese, quelli dal quale dovevano essere sloggiati i contadini residenti al fine di realizzare nuove aree speculative. Quei terreni andarono infatti alla Immobiliare Briantea srl. Che sarebbe poi confluita nella Immobiliare Idra nel 1988, una volta compiuto l'ingrato compito di sloggiare i contadini. Dunque Silvio Berlusconi si installò nella villa di Arcore immediatamente, prima ancora di averla comprata. A sollecitarlo all’acquisto era stato proprio il giovane avvocato, Cesare Previti, il fiduciario della marchesina. Vediamo come le biografie autorizzate raccontano quel rapporto preferenziale attraverso le parole dell’avvocato calabrese, diventato romano di adozione: «Anna Maria Casati non voleva stare in quella villa dalle tragiche memorie, volle che la vendessi. Provai con dei brianzoli, degli speculatori che prima o poi l'avrebbero lottizzata. In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di Silvio e gli dissi: Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere, mi comperi la villa San Martino dei Casati Stampa, ad Arcore. Andammo a vederla e alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per qualche giorno e la provo. La provò e non se n’è più andato». Come sempre, dalle tragedie altrui alla propria felicità: ovvero dalle 'tragiche memorie' a una Pasqua da urlo. Le fonti dicono che ciò accadde nel 1973 (qualcuna insinua anche prima). Quanto alla marchesina, sparì letteralmente: nello stesso ’73 si trasferì in Brasile con il marito e da lì non avrebbe mai voluto parlare di quella vicenda. Fu intimidita da qualcuno, da qualcosa, si turbò per qualche notizia o parola? Supposizioni malevole, spazzatura. Forse, d’altronde, non lo sapeva nemmeno, al momento della partenza, che in quella villa di 'tragiche memorie' si era installato o si stava installando (le fonti sono discordi) anche Vittorio Mangano, boss emergente di Cosa Nostra. Partì e basta. (19 continua. Ha collaborato Francesca Maurri)
3 maggio 2004 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 13) nella sezione "Interni" Versione in PDF
lunedì 9 agosto 2010
elogio della politica anonima ed acefala
Elogio della politica anonima ed acefala
Mi sono domandato del perchè e del come si sia creata una profonda e trasversale (almeno nei vari comparti della sinistra) corrente favorevole alla candidatura di Nichi Vendola alla guida del centro-sinistra o del sinistra-centro come gli entusiasti fautori denominano la coalizione vendoliana in competizione con il centro-destra. Questa candidatura nasce dalla voglia di avere una personalità che abbia una grande visibilità nel mercato politico e che possa competere con Berlusconi e sconfiggere il centro-destra. Una personalità sperimentata in Puglia sul terreno della gestione amministrativa positivamente. Infatti si dice: "pugliamo l'Italia!!" che si adatterebbe benissimo alle trasformazioni che la politica italiana ha subito nel corso degli ultimi venti anni e che hanno inciso profondamente nel sistema istituzionale. I Sindaci, i Presidenti delle Province, i "Governatori" vengono eletti direttamente dal popolo ed addirittura le assemblee elettive che dovrebbero controllarli decadono in caso di loro indisponibilità per malattia, per arresto, per dimissioni. Sono quindi obbligate ad essere accondiscendenti e collaboranti e addirittura a vigilare sulla loro buona salute. Al Congresso di Torino del 1976 i socialisti scelsero la strada della soppressione del Comitato Centrale e della nomina di un Consiglio nazionale da affiancare al leader Bettino Craxi. Il craxismo ha dato vita al leaderismo ed ha contaminato di questa "novità" tutto il quadro politico. Il PCI ha cercato di adeguarsi sia pure con le difficoltà di un partito "pesante" che però presto sarebbe stato messo fuori gioco con la chiusura della maggioranza delle sue sezioni e la crescita del peso dei gruppi parlamentari o elettivi e degli amministratori sui dirigenti veri e propri delle Federazioni e della Direzione. IL giovane e disinvolto sindaco di Firenze Renzi e l'europarlamentare dalla lingua puntuta Debora Serracchiani sono la personificazione di questa "sinistra" senza comunismo. Il processo si è accelerato dopo la crisi di tangentopoli e per l'emergere di una nuova classe di imprenditori rivoltosi verso la vecchia Confindustria degli Agnelli, dei Pirelli e delle grandi famiglie del capitalismo italiano. Berlusconi ed i suoi amici milanesi e del Nord est non hanno fatto mistero della loro insofferenza verso il vecchio assetto del potere industriale e finanziario e, forti di montagne di denaro guadagnate nel terziario e nel sistema della media industria, hanno dato la scalata al potere politico.
Compiacenti scienziati della politica intanto inventavano un nuovo alfabeto in cui la parola chiave era
"modernità" e la cosidetta società liquida in cui possono navigare soltanto partiti liquidi. Il tutto condito di belle parole e profonde concetti che io traduco così: il contenitore è uno ed uno soltanto: il liberismo. I partiti debbono adattarsi a questo contenitore come un guanto si deve adattare alla mano.
Pensiero unico e partiti che competono per contendersene il servizio. Tutto il sistema massmediatico
è funzionale a questo schema. In TV vediamo e chissà ancora per quanto tempo vedremo sempre le stesse persone che ripetono sino alla noia, alla saturazione, le stesse cose. In tutto si tratta al massimo
di una ventina di "politici" che gli spettatori debbono identificare con i partiti o i movimenti che rappresentano.
Ma perchè la personalità del leader diventa così importante, così decisiva? Perchè nel bipolarismo delle cosidette democrazie occidentali i programmi delle maggioranze o delle opposizioni non sono mai davvero alternativi. C'è differenza tra Bush ed Obama? Si tratta di sfumature o di articolazioni a volte importanti ma interne ad una sola scelta di fondo. A volte si tratta di contrasti radicali, fondamentali, come quelle che in Italia dividono il PD dal PDL sulla questione morale, sull'uso delle risorse pubbliche, sul ruolo della Magistratura. Ma la politica estera e la politica sociale sono sostanzialmente identiche. Sulla linea Marchionne non c'è differenza tra Pdl e PD. Sull'Afghanistan idem.
In sostanza la opzione leaderistica a sinistra è surrogatoria di un programma alternativo a quello delle classi dominanti. Vendola diventerebbe la bandiera di una gestione onesta e pulita delle stesse scelte fatte dal centro-destra. Non passa per la mente di nessuno che è invece venuto il momento di fermare
questa involuzione personalistica e liberistica della politica italiana e ridare voce alla classe operaia ed a tutte le forze che si richiamano alla sua affermazione come classe dirigente ed egemonica della cultura e della politica del Paese.
Riflettevo sul fatto che l'Europa ha conosciuto decenni di guida politica socialdemocratica in Germania, in Francia, nei paesi scandinavi, nella stessa Inghilterra Blair escluso (questi non è mai stato socialista). In questi decenni che hanno fatto civile l'Europa ed hanno creato un ceto medio di centinaia di milioni di persone assistito da un welfare di straordinario valore sociale il ruolo delle persone è sempre stato secondario quasi invisibile rispetto a quello dei partiti. Abbiamo conosciuto
statisti illustri come Olaf Palme, Willy Brandt, Francois Mitterand quando sono diventati governanti
ma il socialismo europeo è stato fatto dai partiti "pesanti" e dai programmi. La gestione della politica non è mai stata personalistica ma espressione della scelta, della volontà collettiva, delle organizzazioni
politiche e sindacali del blocco sociale di riferimento. Queste socialdemocrazie si sono avviate ad un malinconico tramonto quando hanno attenuato la loro identità di classe ed hanno sposato gli interessi generali del capitalismo rinunziando a condizionarne la funzione.
Ora, in Italia, questo blocco sociale di riferimento è stato "posato" dal PD e dal Sindacato. Le altre strutture sociali come la Cooperazione sono diventate a tutti gli effetti imprese capitalistiche e multinazionali. I lavoratori sono stati abbandonati come e con Cassiintegrati dell'isola dell'Asinara. Vendola o Bersani o Veltroni o altri potranno vincere sul piano elettorale Berlusconi o Fini o Bossi ma soltanto ingraziandosi parte dello elettorato di questi e per fare la loro stessa politica. Ma noi che interesse abbiamo a ciò? L'Italia che cosa ne ricaverebbe?
Per questo credo che l'Italia diventerebbe un paese civile, politicamente maturo, quando alla rissa dei galli che si beccano in TV, si sostituiranno partiti forti e programmi alternativi, quando ci avvieremo ad una fase politica anonima ed acefala ma ricca di idee, programmi, proposte, realizzazioni, scelte alternative.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
http://www.politicaresponsabile.it/temi/13/partiti-e-societa-liquida.html
Mi sono domandato del perchè e del come si sia creata una profonda e trasversale (almeno nei vari comparti della sinistra) corrente favorevole alla candidatura di Nichi Vendola alla guida del centro-sinistra o del sinistra-centro come gli entusiasti fautori denominano la coalizione vendoliana in competizione con il centro-destra. Questa candidatura nasce dalla voglia di avere una personalità che abbia una grande visibilità nel mercato politico e che possa competere con Berlusconi e sconfiggere il centro-destra. Una personalità sperimentata in Puglia sul terreno della gestione amministrativa positivamente. Infatti si dice: "pugliamo l'Italia!!" che si adatterebbe benissimo alle trasformazioni che la politica italiana ha subito nel corso degli ultimi venti anni e che hanno inciso profondamente nel sistema istituzionale. I Sindaci, i Presidenti delle Province, i "Governatori" vengono eletti direttamente dal popolo ed addirittura le assemblee elettive che dovrebbero controllarli decadono in caso di loro indisponibilità per malattia, per arresto, per dimissioni. Sono quindi obbligate ad essere accondiscendenti e collaboranti e addirittura a vigilare sulla loro buona salute. Al Congresso di Torino del 1976 i socialisti scelsero la strada della soppressione del Comitato Centrale e della nomina di un Consiglio nazionale da affiancare al leader Bettino Craxi. Il craxismo ha dato vita al leaderismo ed ha contaminato di questa "novità" tutto il quadro politico. Il PCI ha cercato di adeguarsi sia pure con le difficoltà di un partito "pesante" che però presto sarebbe stato messo fuori gioco con la chiusura della maggioranza delle sue sezioni e la crescita del peso dei gruppi parlamentari o elettivi e degli amministratori sui dirigenti veri e propri delle Federazioni e della Direzione. IL giovane e disinvolto sindaco di Firenze Renzi e l'europarlamentare dalla lingua puntuta Debora Serracchiani sono la personificazione di questa "sinistra" senza comunismo. Il processo si è accelerato dopo la crisi di tangentopoli e per l'emergere di una nuova classe di imprenditori rivoltosi verso la vecchia Confindustria degli Agnelli, dei Pirelli e delle grandi famiglie del capitalismo italiano. Berlusconi ed i suoi amici milanesi e del Nord est non hanno fatto mistero della loro insofferenza verso il vecchio assetto del potere industriale e finanziario e, forti di montagne di denaro guadagnate nel terziario e nel sistema della media industria, hanno dato la scalata al potere politico.
Compiacenti scienziati della politica intanto inventavano un nuovo alfabeto in cui la parola chiave era
"modernità" e la cosidetta società liquida in cui possono navigare soltanto partiti liquidi. Il tutto condito di belle parole e profonde concetti che io traduco così: il contenitore è uno ed uno soltanto: il liberismo. I partiti debbono adattarsi a questo contenitore come un guanto si deve adattare alla mano.
Pensiero unico e partiti che competono per contendersene il servizio. Tutto il sistema massmediatico
è funzionale a questo schema. In TV vediamo e chissà ancora per quanto tempo vedremo sempre le stesse persone che ripetono sino alla noia, alla saturazione, le stesse cose. In tutto si tratta al massimo
di una ventina di "politici" che gli spettatori debbono identificare con i partiti o i movimenti che rappresentano.
Ma perchè la personalità del leader diventa così importante, così decisiva? Perchè nel bipolarismo delle cosidette democrazie occidentali i programmi delle maggioranze o delle opposizioni non sono mai davvero alternativi. C'è differenza tra Bush ed Obama? Si tratta di sfumature o di articolazioni a volte importanti ma interne ad una sola scelta di fondo. A volte si tratta di contrasti radicali, fondamentali, come quelle che in Italia dividono il PD dal PDL sulla questione morale, sull'uso delle risorse pubbliche, sul ruolo della Magistratura. Ma la politica estera e la politica sociale sono sostanzialmente identiche. Sulla linea Marchionne non c'è differenza tra Pdl e PD. Sull'Afghanistan idem.
In sostanza la opzione leaderistica a sinistra è surrogatoria di un programma alternativo a quello delle classi dominanti. Vendola diventerebbe la bandiera di una gestione onesta e pulita delle stesse scelte fatte dal centro-destra. Non passa per la mente di nessuno che è invece venuto il momento di fermare
questa involuzione personalistica e liberistica della politica italiana e ridare voce alla classe operaia ed a tutte le forze che si richiamano alla sua affermazione come classe dirigente ed egemonica della cultura e della politica del Paese.
Riflettevo sul fatto che l'Europa ha conosciuto decenni di guida politica socialdemocratica in Germania, in Francia, nei paesi scandinavi, nella stessa Inghilterra Blair escluso (questi non è mai stato socialista). In questi decenni che hanno fatto civile l'Europa ed hanno creato un ceto medio di centinaia di milioni di persone assistito da un welfare di straordinario valore sociale il ruolo delle persone è sempre stato secondario quasi invisibile rispetto a quello dei partiti. Abbiamo conosciuto
statisti illustri come Olaf Palme, Willy Brandt, Francois Mitterand quando sono diventati governanti
ma il socialismo europeo è stato fatto dai partiti "pesanti" e dai programmi. La gestione della politica non è mai stata personalistica ma espressione della scelta, della volontà collettiva, delle organizzazioni
politiche e sindacali del blocco sociale di riferimento. Queste socialdemocrazie si sono avviate ad un malinconico tramonto quando hanno attenuato la loro identità di classe ed hanno sposato gli interessi generali del capitalismo rinunziando a condizionarne la funzione.
Ora, in Italia, questo blocco sociale di riferimento è stato "posato" dal PD e dal Sindacato. Le altre strutture sociali come la Cooperazione sono diventate a tutti gli effetti imprese capitalistiche e multinazionali. I lavoratori sono stati abbandonati come e con Cassiintegrati dell'isola dell'Asinara. Vendola o Bersani o Veltroni o altri potranno vincere sul piano elettorale Berlusconi o Fini o Bossi ma soltanto ingraziandosi parte dello elettorato di questi e per fare la loro stessa politica. Ma noi che interesse abbiamo a ciò? L'Italia che cosa ne ricaverebbe?
Per questo credo che l'Italia diventerebbe un paese civile, politicamente maturo, quando alla rissa dei galli che si beccano in TV, si sostituiranno partiti forti e programmi alternativi, quando ci avvieremo ad una fase politica anonima ed acefala ma ricca di idee, programmi, proposte, realizzazioni, scelte alternative.
Pietro Ancona
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