sabato 7 agosto 2010

La Russia incendiata dagli USA?

Dettagli del post: ARMI CLIMATICHE? PER IL GOVERNO RUSSO SONO PIU' CHE "TEORIE"
ARMI CLIMATICHE? PER IL GOVERNO RUSSO SONO PIU' CHE "TEORIE"

International Affairs è un organo del Ministero degli Esteri russo e una fonte assolutamente autorevole per quanto riguarda diplomazia e politica estera. Garanti e lettori della rivista sono i massimi livelli delle politica, della finanza e della ricerca accademica (guardate QUI se non ci credete). Bene, vedere che, a questo livello, ciò di cui noi discutevamo inascoltati (armi climatiche, geo-ingegneria, terremoti 'generati', H.A.A.R.P.) è dato come probabile, e con possibili legami con la tragica situazione russa di questi giorni (siccità, incendi..), non ci fa contenti, ma conferma drammaticamente le nostre ipotesi....

[Continua:]



Dunque, questo è l'articolo, uscito il 27/07/10 su INTERNATIONAL AFFAIRS, un organo del Ministero degli Esteri russo):
Climate Weapons: More Than Just a Conspiracy Theory?
(qui - http://www.eurasia-rivista.org/5323/le-armi-climatiche-non-solo-una-teoria-del-complotto - una traduzione)

Il 30 luglio l'argomento è così riportato da RIA Novosti (notissima agenzia russa le cui principali fonti di informazione diretta sono la Presidenza della Federazione Russa, il governo russo, il Consiglio federale, la Duma di Stato). Nell'articolo si legano gli sconvolgenti incendi di questi giorni con il famigerato programma HAARP, eccone una traduzione:

La Russia si secca: c’è l’arma del clima degli Stati Uniti in gioco?

MOSCA , 30 Luglio ( Areschew Andrej per RIA Novosti ). A causa dell’enorme caldo nelle regioni centrali della Russia, l'economia deve fare i conti con enormi perdite.
Sono state già distrutte circa il 20 per cento delle superfici coltivate che può portare nell’inverno un aumento dei prezzi. Mosca è avvolta dal fumo nero causato dagli incendi infuriati della torba. Le prognosi degli esperti danno poca consolazione: la siccità, uragani e inondazioni saranno sempre più frequenti e più estremi. Il capo del programma "clima ed economia d’energia" della Fondazione WWF, Alexej Kokorin ha constatato che “questa tendenza (siccità) non è una coincidenza e che si ripeterà".
La dichiarazione del rappresentante del WWF indica in quale direzione si svilupperà il clima. Tuttavia non si tratta del "riscaldamento globale" che è già da tempo oggetto di numerose discussioni scientifiche (e pseudo-scientifiche). La teoria del "riscaldamento globale" come processo naturale deve prima essere ancora dimostrato, ma l’attuale insolito caldo (che inoltre è scoppiato solo in Russia e nei parecchi territori nelle vicinanze) non potrebbe avere solo cause naturali e scientifiche.
Il problema della regolazione del tempo (come una forma di ordinamento sociale) lo aveva già lanciato Zbigniew Brzezinski negli anni '70 nel suo libro "Between Two Ages" ("Tra due epoche"). Certamente il classico della geopolitica americana doveva preoccuparsi sulla probabilità del come potranno essere influenzati non solo i sistemi sociali ma anche quelli geopolitici mediante il clima. Anche altri esperti hanno già ripreso questo argomento; anche se le informazioni sullo sviluppo e la sperimentazione delle armi climatiche probabilmente non verranno mai pubblicate.
Il professore di economia dell'Università di Ottawa (Canada), Michel Chossudovsky ha scritto nel 2000 che un parziale cambio del clima potrebbe essere il risultato dell'applicazione di una nuova generazione di "armi non letali". Gli americani cercano da anni possibilità per controllare il clima nelle varie regioni del mondo. Una tale tecnologia è sviluppata nell’ambito del cosiddetto "High-frequency Active Aural Research Program” (HAARP) e può causare fenomeni come la siccità, uragani, terremoti o alluvioni. Dal punto di vista militare l’HAARP è un'arma di distruzione di massa, uno strumento di destabilizzazione dei sistemi agricoli ed ecologici in questa o quella regione. La base tecnica di questo programma è un sistema elettromagnetico composto da 360 trasmettitori radio e 180 antenne, ciascuna alta 22 metri, che è destinato per lo studio dei processi nella ionosfera. La stazione che manda 3.600 chilowatt nel cielo è l’impianto più potente del mondo per avere influenza sulla ionosfera della Terra. Il programma lanciato nel 1990, è finanziato dall’amministrazione per la Ricerca Marina (Office of Naval Research) ed il Laboratorio di Ricerca della U. S. Air Force. Inoltre, numerose importanti università ne fanno parte.
Tutto questo alimenta il terreno per voci e speculazioni. Si potrebbe naturalmente anche deridere il presidente venezuelano Hugo Chavez che appunto ha dato la responsabilità all’Haarp per il terremoto di Haiti a Gennaio , ma simili ipotesi sono state espresse anche dopo il terremoto nella provincia cinese del Sichuan nell’anno 2008. In aggiunta, diversi fattori dimostrano altrettanto che il programma degli Stati Uniti sui cambiamenti climatici è sistematico in diversi paesi e riguarda persino parzialmente lo spazio.
Così ad esempio, il 22 Aprile 2010 è stato lanciato in orbita l’apparecchio spaziale americano senza equipaggio X-37B , che secondo le fonti aveva a bordo le nuove armi laser. Secondo il New York Times queste informazioni sono state smentite con veemenza da parte del Pentagono, i loro esperti tuttavia hanno riconosciuto che questo apparecchio in realtà è dedicato per sostenere le operazioni militari e per la risoluzione di “compiti affiancati”. L'X-37B è stato costruito già nel 1999 nell'ambito di un programma della NASA. Dal 2006 l’U.S. Air Force si occupa di questo programma, per cui il suo bilancio e le sue finalità sono strettamente confidenziali.
Tanto negli USA quanto in altri paesi si richiede ripetutamente di pubblicare le informazioni su questo esperimento in Alaska. In Russia invece tali richieste non sono divenute veramente mai note. Tuttavia sembra che il cambiamento climatico come strumento politico non sia un mito. Con questo in un prossimo futuro potranno essere confrontati la Russia e tutto il mondo di principio con una nuova minaccia. Le armi del clima sembrano essere state sviluppate così tanto per innescare siccità, distruggere i raccolti e attivare “fenomeni anomali”.

Relativo all'autore: Dr. Andrej Areschew è un esperto vicepresidente della Fondazione per la Cultura Strategica


Anche il timido (e sempre più appiattito sulla propaganda imperiale americana) TG3 delle ore 19.00 di ieri, parlando della tragica situazione russa conclude con le seguenti parole: "c'è chi, tra i nostalgici del passato ... adombra lo spettro di sofisticate armi climatiche dei 'soliti' americani" (potete riguardare il servizio QUI)

Infine....sappiamo anche benissimo che tra chi è convinto della effettiva esistenza e pericolosità di questi dispositivi si sospetta un 'gioco delle parti' tra Russi e Americani probabilmente entrambi in possesso di tali tecnologie. Noi non ci addentriamo in questi territori 'scoscesi', a noi basta sapere che non siamo un manipolo di psicopatici, ma che di questi argomenti se ne discute ai massimi livelli di ufficialità.
E non è cosa da nulla.....

PEPE "HELLFIRE" RAMON

quintoelemento.controradio.org/index.php?blog=7&title=armi_climatiche_per_il_governo_russo_son&more=1&c=1&tb=1&pb=1

L'errore fatale di Niki Vendola

L'errore fatale di Vendola

Nel mare pieno di detriti della politica italiana, la candidatura di Vendola ha suscitato interesse fino a coinvolgere gruppi entusiasti di giovani e di militanti della sinistra delusi ed irritati dalle debolezze e contraddizioni del PD e dal catacombismo di molta parte dei comunisti da tempo desaparecidos o unteground. Frequento internet e mi capita di incontrare compagni che si battono per sostenere la candidatura di Niki. La sua stella brilla non solo nell'emisfero sinistro della politica italiana ma anche
in diversi ambienti della borghesia già berlusconiana e stanca e schifata dal Cavaliere. Il mio farmacista che era stato candidato alle comunali di Palermo per il PDL mi ha detto, con un sorriso, che le sue simpatie per Vendola aumentavano e che probabilmente lo avrebbe votato alla prima occasione utile.
Il fenomeno Vendola nasce dalla profonda delusione e dallo smarrimento del popolo di sinistra sempre più perplesso di fronte ai comportamenti a volte sconcertanti del PD. La recente infelice
dichiarazione a favore di un governo Tremonti è stata la goccia che ha fatto traboccare il carico di
insoddisfazioni che Bersani ha sollevato durante tutta la sua gestione politica del partito. I gruppi
dei comunisti divisi tra seguaci di Ferrero, Rizzo, Di Liberto, Ferrando si guardano in cagnesco e non riescono ad attuare una politica di emersione dal sottosuolo e di ricomposizione in un unico grande partito di classe. La federazione della sinistra non decolla. In breve viviamo in un Paese che ha il Parlamento più di destra che si possa immaginare. I programmi del Pdl e del PD quasi coincidono in tutto. Anche IDV possiamo considerarlo un partito populista di destra anche se ha salvato un poco di decoro all'opposizione. Insomma, in questa palude fangosa spunta come un fiore splendido questo politico, questa persona onesta, militante dell'antimafia ed amministratore capace che ,contro i mammasantissima di D'Alema e di Fitto, ha vinto in Puglia facendo della regione una Istituzione
popolare tra gli abitanti. fenomeno raro in Italia in cui le regioni sono vissute come sanguisughe di risorse e luoghi del privilegio dei politici e dei loro famuli e compari di merende.
Non ho dubbi che se Vendola arriverà a candidarsi alle primarie del PD ( se mai si faranno) le vincerà
e si consacrerà leader dell'alternativa a Berlusconi per una nuova stagione del centro-sinistra che molti già chiamano di sinistra-centro.
Ma io considero perdente ed anacronistica la coalizione del centro-sinistra. Prima di tutto perchè non è più l'Ulivo, non è animata da nobili ideali che diedero vita al primo governo Prodi. Oggi le pulsioni liberiste ed antioperaie sono fortissime al suo interno: Letta, Ichino, Bersani, Fassino tra Marchionne e
i metalmeccanici hanno scelto Marchionne. La Confindustria li interessa molto di più dei carcerati della Isola dei Cassiintegrati. Condividono fino in fondo ed ancora di più il feroce liberismo che sta sconvolgendo ed immiserendo venti milioni di lavoratori dipendenti italiani. Il PD è per le privatizzazioni e per il federalismo ed ha accordi sottobanco con La Lega per buoni rapporti nel Nord del Paese. L'europeismo del PD è di tipo iperliberista ed atlantico. D'Alema ha bombardato Belgrado senza farsene tanti scrupoli. Fassino ed i suoi pari si sono schierati con Israele contro i pacifisti della striscia di Gaza e sostengono le guerre coloniali dell'Impero.
Il centro-sinistra di Vendola dovrà rinnovare tacitamente o apertamente la conventio ad excludendum verso la sinistra comunista decretata da Veltroni dopo il noto accordo elettorale con Berlusconi. Gli sarà imposto da Bersani, Franceschini, Fioroni...
Se Vendola vorrà il consenso di queste persone dovrà adeguarsi alle loro idee. Non potrà mettersi in conflitto sostenendo cose diverse. Se farà questo non sarà più Vendola ma un'altra cosa diversa da quella che la gente crede di identificare.
Per quanto la sinistra comunista sia divisa e sotterranea è la sola che sostiene la causa dei lavoratori e della pace e si oppone alla svolta fascista e militarista della Confindustria. Vendola fa finta di non vederla ed è a disagio. Non sa come regolarsi e si limita a non respingere l'aiuto che gli viene offerto da Ferrero o altri.
Ma l'errore fatale di Vendola è quello di accettare il meccanismo delle primarie e della finta democrazia del bipolarismo italiano. Le primarie sono riservate a persone che hanno raggiunto una visibilità massmediatica forte. I massmedia sono fondamentali al successo di un candidato. Non a caso le primarie vengono dalla cosidetta democrazia americana dove la lotta avviene tra miliardari o candidati di gruppi potenti dell'economia e della finanza. Ma la popolarità di una persona non basta
per avere la nostra fiducia. Berlusconi è popolarissimo e riuscirebbe primo in tante primarie. Ma questo non fa di lui il dirigente, lo statista di cui l'Italia ha bisogno.
Al meccanismo del bipolarismo e delle primarie bisogna sostituire il ritorno alla proporzionale ed alle preferenze. Un Presidente eletto dal Parlamento è preferibile ad un Presidente o Governatore o Sindaco che per la legge attuale hanno un terribile potere di ricatto sulle assemblee elettive. " Se cado io, voi cadrete con me". La paradossale legge elettorale italiana che mette il potere legislativo nelle mani di una sola persona è inaccettabile e va cambiata.
Altro errore di Vendola è quello di schierarsi, acriticamente, dalla parte delle Regioni così come sono
nella loro rivendicazione contro i tagli di Tremonti. Le Regioni hanno un costo della politica diventato insopportabile, hanno migliaia di consulenti di cui non c'è alcun bisogno, hanno privatizzato ed appaltato quasi tutto riducendosi a terminali erogatori di favori a cricche o a cordate di imprenditori che hanno scoperto il denaro pubblico come lubrificante delle loro imprese. Le Regioni italiane vanno
chiuse. Ha ragione Giorgio Ruffolo a proporre due maxiregioni federate in sostituzione dei venti statarelli che stanno dissanguando gli italiani. Due maxi-regioni e Comuni riformati come voleva Carlo Pisacane.
Per questo e molte altre cose credo che il problema non sia quello di fare il tifo per Vendola incentivando il suo naturale accondiscendente tartufismo. Dobbiamo chiedere a Vendola di costruire un movimento non per vincere le elezioni ma per dare un partito ai lavoratori che da anni non l'hanno più e non hanno più neppure sindacato. La CGIL è stata sequestrata da Bersani come suo "capitale" nei negoziati per i voti dell'imprenditoria italiana. Sono anni che invece di conquistare diritti ne toglie assieme a Cisl ed Uil oppure limitandosi a fare il convitato di pietra o il palo o il complice silente.
Venti milioni di lavoratori che hanno subito un vero e proprio colpo di Stato ed hanno avuto decurtato il loro reddito del cinquanta per cento, che dalla legge Biagi hanno visto i loro figli diventare precari a vita e schiavi per pochi spiccioli, con le pensioni saccheggiate pur essendo l'Inps attiva, hanno bisogno di un Partito di un movimento che li difende. Non si può vincere senza di loro o, peggio, contro di loro. Il problema dell'Italia è ridare sicurezza a tutte queste persone, a quanti sono minacciate dai licenziamenti e dalla perdita dei loro diritti. Fare vincere una Oligarchia, seppure guidata da un leader onesto e brillante, non il nostro obiettivo, Dobbiamo fare vincere i diritti e una idea di società solidale ed antimalthusiana. Con la ricostruzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori ricostruiremo l'Italia civile e solidale come è stata nei momenti più alti della sua vita politica.
Pietro Ancona

giovedì 5 agosto 2010

a chi servono i licenziamenti?

A chi servono i licenziamenti?
In Italia non sono noti studi adeguati sulle crisi aziendali che quasi sempre si concludono con licenziamenti che dimagriscono la base lavorativa delle imprese o degli enti. Se questi studi ci fossero
si dimostrerebbe che le ristrutturazioni che hanno causato a volte traumi sociali terribili non conducono quasi mai ad una riduzione dei costi "complessivi" delle imprese. E' vero che parte della manodopera viene espulsa dall'innovazione tecnologica che cancella posti di lavoro ma questa causa è sempre più rara e le motivazioni sono altre. In primo luogo spesso si spostano risorse dalla base al vertice delle imprese. Marchionne, mentre annunzia la necessità di ridurre a livelli
inferiori a quelli contrattuali i salari dei metalmeccanici e nega un modestissimo premio di produzione,
distribuisce ai dirigenti sostanziosi benefict. Nelle telecomunicazioni, nel sistema bancario, nelle aziende quotate in borsa e dirette da amministratori delegati e managers che non coincidono più con la proprietà avvengono sempre più frequentemente operazioni di "dimagrimento" motivate dal ritornello che bisogna ridurre i costi se si vuole sopravvivere e stare nel mercato. Appena realizzati i licenziamenti, i risparmi ottenuti vengono immediatamente assorbiti dal management e dalle alte sfere burocratiche interne.
Quello che in realtà accade è che quasi sempre i costi non diminuiscono anzi spesso aumentano. La voracità dei vertici dirigenziali delle imprese è diventata scandalosa ed oramai sfugge a qualsiasi regola non solo etica ma di buon senso e di ordine. Ne abbiamo avuto un clamoroso esempio durante la crisi del sistema finanziario statunitense in cui, mentre la gente veniva cacciata via dalle banche e dalle assicurazioni dai vigilantes che a malapena consentivano di raccogliere gli oggetti personali dalle scrivanie, i papaveri si liquidano milioni di dollari di gratifiche alla faccia degli azionisti
e senza alcuna vergogna. La proposta di Obama di contenere queste regalie alle aziende che non avevano avuto aiuti federali è stata fischiata da Soros e del btanco compatto dei pescicani sostenuti dal Congresso. Insomma
si riducono i costi del personale con i licenziamenti per aumentare i costi delle sfere superiori delle burocrazie aziendali specialmente nelle banche oppure per cedere pezzi di attività ad esterni spesso
in rapporti ambigui ed oscuri con le dirigenze. Nella pubblica amministrazione, in particolare nella sanità o nel comparto delle forze armate, le esternalizzazioni dei servizi a privati, le privatizzazioni di interi comparti, non producono alcuna riduzione di costi e spesso li aumentano. Hanno però un risultato deprecabile costituito dalla crescente rigidità di movimento degli enti pubblici a cominciare dai Comuni. Una volta era possibile che, in caso di grosse crisi sociali, gli enti territoriali
della pubblica amministrazione, intervenissero con proposte di occupazione in impieghi sostitutivi. Ora non è più possibile. La sciagurata moda bipartisan delle privatizzazioni ha immobilizzato gli Enti ed in particolare i Comuni che non sono in grado di intervenire perchè tutti i servizi sono stati appaltati a privati. Non si fanno inoltre quasi più i concorsi che costituivano la tappa post scolastica dei giovani e che davano accesso ordinato e soddisfacente al lavoro.
E' profondamente cambiata la natura delle aziende e della stessa pubblica amministrazione in senso negativo ed asociale. Nelle aziende le posizioni dei dirigenti sono diventate costosissime e sempre più importanti e decisive. Il controllo degli azionisti è inesistente ed in ogni caso questi non hanno alcun potere reale di limitare o mitigare l'ingordigia strabordante dei leaders. Non c'è nulla di più antidemocratico di una società per azioni le cui riunioni annuali sono momenti di spartizione delle oligarchie ai danni della massa degli azionisti.
Quando si parla di costo del lavoro bisognerebbe esaminare la quantità e le dinamiche dei salari, degli stipendi e degli emolumenti. Ci renderemmo conto che la crisi non è mai esistita per le dirigenze che hanno una
sequenza di miglioramenti strabilianti a fronte della stagnazione e delle riduzione effettiva dei salari dei dipendenti. La distanza tra questi ed i loro capi è diventata insopportabile.Non c'è alcuna ragione che possa giustificare il fatto che una persona guadagni quanto mille suoi dipendenti che peraltro sono soggetti alla legge bronzea dei salari applicata duramente da gente che, per collocazione strategica dentro l'impresa, è nelle condizioni di fissarsi la retribuzione e ne approfitta sfacciatamente.
Insomma si pone il problema di una riforma profonda del sistema delle imprese e della regolazione delle dinamiche interne delle dirigenze e dei lavoratori. Gli azionisti dovrebbero contare molto di più ed i consigli di amministrazioni dovrebbero avere poteri assai limitati per quanto riguarda il trattamento dei loro componenti. Si dovrebbero inoltre limitare le esternalizzazioni di servizi che impoveriscono la cultura delle imprese. Le delocalizzazioni dovrebbe essere preventivamente autorizzate e non affidate all'arbitrio dei privati. Non è vero che le regole irrigidiscono e rendono goffa e perdente l'impresa. E' vero invece che la libertà di cui godono attualmente gli esponenti del capitalismo è eccessiva, arriva alla licenza ed alla pirateria, diventa antisociale. Non è detto che le scelte e gli interessi del management siano quelli della impresa, dei loro dipendenti, del paese. La libertà senza regole in chi ha in mano la sorte di comunità intere non è condivisibile.
Il potere della Confindustria deve essere ridimensionato e regolato. Lasseiz faire laissez passer non è andato mai bene e meno che mai nell'era della globalizzazione che reclama regoli forti per tutti se non si vuole devastare la vita di milioni di persone.
Pietro Ancona
già componente del CNEL

http://www.fiatgroup.com/it-it/corpgovernance/compensi/Documents/compensi_bilancio09.pdf
http://www.glieuros.eu/Fiat-la-scommessa-internazionale,2961.html?lang=fr
http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_24/tetto-stipendi-manager-eliminato-tetto-commissione-finanze-camera_11061686-214f-11df-940a-00144f02aabe.shtml
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Per_i_Giornalisti/Rassegna_Stampa/Indice_Cronologico/2010/Maggio/24/INAIL_nazionale/info-927837314.jsp

Trenta anni dall'omicidio di Gaetano Costa

Trentesimo anniversario dell'assassinio del procuratore Gaetano Costa
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Ricorre domani il trentesimo anniversario dell'omicidio del procuratore della repubblica Gaetano Costa avvenuto in pieno centro di Palermo. Il magistrato è stato colpito dai killers mentre era intento a sfogliare
un libro su una bancarella.Non aveva scorta.
Aveva appena spiccato sessanta mandati di cattura ed aveva imboccato con decisione la strada che sarebbe stata percorsa dopo da Falcone e da altri magistrati del riciclaggio dei narco-dollari. Aveva toccato fili pericolossimi dell'alta finanza mondiale.
Tuttora, nonostante l'impegno disperato dei familiari,del figlio Michele avvocato in Palermo, della moglie
Rita Bartoli oggi scomparsa, la verità non si è mai saputa e si nutrono dubbi gravi sulla indagine giudiziaria. Non sappiano chi sono i mandanti del delitto dell'onesto, incorruttibile magistrato di cui la mafia disse: "può essere comprato soltanto con la morte".
Rinnovo la mia solidarietà a Michele ed alla famiglia sperando in una svolta radicale che ci porti verità e giustizia cosa della quale dubito molto ma che non dobbiamo comunque abbandonare la lotta per realizzarla.
Pietro Ancona

Martire della Mafia e della Politica collusa
Gaetano Costa






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Di Sciascia Leonardo - 17 settembre 1980 .»Anche questo è mafia: aver lasciato tanto solo il procuratore Costa

Intervista a Leonardo Sciascia a cura di Felice Cavallaro

SOMMARIO: L’intervista parte dall’ipotesi di “collegamenti fra il delitto Costa e Giuliano”, ambedue legati alla “droga che passa dalla Sicilia”. Secondo Sciascia, il procuratore Costa “negli ultimi giorni…deve esere stato molto solo”, e questa può essere “una spiegazione dell’omicidio”, un delitto commesso dalla mafia per “prevenzione”. A differenza di ieri, oggi la mafia colpisce ufficiali dei carabinieri e magistrati perché sa che questi non vengono sostituiti in modo adeguato: è la tesi dei fratelli di Boris Giuliano. Ritiene che un vero controllo antimafia debba cominciare dal controllo dei conti bancari. Lamenta che l’opposizione, sia in Sicilia che in Italia, si sia “smussata”. Non condivide la tesi di chi pensa che vi sia “fungibilità” tra mafia e terrorismo, anche se è possibile che Reina e Mattarella siano stati uccisi da un “terrorismo non indigeno ma in trasferta”. In generale, però, in Sicilia un “omicidio ideologico” non può aver luogo. Non nutre fiducia negli uomini politici siciliani. Sul t

errorismo, ancora, Sciascia afferma che neanche con il generale Della Chiesa si è affrontato il problema in modo radicale.

(IL GIORNALE DI SICILIA, 17 settembre 1980)

Racalmuto - Leonardo Sciascia crede in un collegamento fra l’assassinio di Boris Giuliano, il capo della Squadra Mobile caduto sul fronte della “Sicilian connection”, la via della droga che passa dalla Sicilia, e l’agguato mortale al Procuratore ucciso 10 giorni fa a Palermo, Gaetano Costa, »un uomo lasciato terribilmente solo .

Dell’assassinio del sindaco dc di Castelvetrano, Vito Lipari, non vuol parlare: »Ho appena letto le prime notizie sul giornale, non ho elementi di giudizio .

In una piccola stanza della sua casa di campagna, a Villa Noce, due passi da Racalmuto, Sciascia riflette sui guasti di Palermo, sul cancro che insidia la democrazia in Italia, sugli intrighi e sui delitti, sulle connivenze e sulle complicità passive.

Ricorda l’accusa pesante dei fratelli Giuliano. Era il 21 luglio l’anniversario del delitto. Dissero: »I suoi rapporti sono rimasti a lungo nei cassetti e solo dopo l’omicidio i giudici si sono mossi .

Vengono in mente le vittime innocenti della mafia, la cronaca degli ultimi mesi. Dunque, la mafia uccide chi compie il proprio dovere; ma lo Stato punisce chi insabbia, chi allunga i tempi delle inchieste, chi non fa il proprio dovere?

Subito dopo la polemica dichiarazione dei fratelli Giuliano, Sciascia, deputato radicale, presentò insieme con Egidio Sterpa, liberale e Francesco Martorelli, comunista, una interrogazione per sapere dal ministro di Grazia e Giustizia se non intendeva promuovere un’inchiesta o sollecitare il Consiglio Superiore della Magistratura a farla.

Gli occhi stanchi sulla finestra simile ad un quadro, con quel pino di Villa Noce disegnato sullo sfondo infuocato, Sciascia ha una convinzione: »Credo che l’impressione suscitata in me dalle parole dei fratelli Giuliano sia stata simile a quella del Procuratore Costa e che, nelle ultime settimane, egli si sia mosso per fare qualcosa all’interno della Procura palermitana.

D.: I giornali hanno scritto di collegamenti fra il delitto Costa e Giuliano.

»E verosimile. Mi pare si sia sulla strada buona. Solo che bisogna vedere come sono collegabili .

D.: Si riferisce alla riunione nel corso della quale Costa, in contrasto con alcuni magistrati, decise di firmare i mandati di cattura contro i boss accusati del traffico di droga?

»Uno scrittore americano, Damon Runyon, un umorista, usa un termine mutuato dal gergo della malavita, il dito. Chiama così colui che indica le persone da uccidere, da sequestrare, da rapinare. Credo che in Italia, in ogni ambiente ed in ogni categoria, ci sia un dito; e questo vale anche per certi omicidi del terrorismo. Il dito può funzionare per volontà, consapevolmente, e può funzionare incidentalmente; per esempio, lasciando sola la persona che vuol fare qualcosa .

D.: Si è parlato del Procuratore Costa come uno dei magistrati più “scoperti” al Palazzo di Giustizia di Palermo. Subito dopo quella riunione in Procura, ai giornalisti si lasciò capire che il capo aveva firmato i mandati di cattura d’autorità.

»Sì. Negli ultimi giorni il Procuratore deve essere stato molto solo. Questa può essere una spiegazione dell’omicidio, tenendo presente che la mafia compie dei delitti sempre, dal suo punto di vista, necessari. Non credo agli omicidi di mafia fatti sotto il segno della vendetta o della punizione. Quelli mafiosi sono omicidi di prevenzione. E Costa deve essere ormai un uomo pericoloso .

D.: C’è il rischio che anche questo resti uno dei misteri di Palermo. Sono molti i quesiti inquietanti senza risposta in Sicilia.

»Il magistrato, chiunque svolge un lavoro comunque pericoloso, dovrebbe tenere un diario in cui annotare tutto ciò che nelle carte di ufficio non si può scrivere: sospetti, impressioni, certezze non provabili .

D.: E’ possibile che la speranza di trovare quelle risposte si debba legare ad eventuali appunti e non all’azione dello Stato?

»Si dice che la mafia è cambiata. Credo che è cambiato il fronte di opposizione alla mafia. Venti anni fa la mafia non uccideva magistrati e carabinieri non perché avesse delle regole del gioco da rispettare, ma perché quei delitti si presumevano innecessari. In questo senso: ucciso un ufficiale dei carabinieri o un magistrato a loro succedevano un ufficiale dei carabinieri e un magistrato in tutto uguali agli uccisi. Oggi, nella valutazione della mafia, le cose sono certamente cambiate. E, infatti, vediamo che al posto del capo della Mobile non c’è un altro funzionario di polizia che agisce come Giuliano .

D.: Il ministro degli Interni Rognoni dice il contrario, dice che l’inchiesta avviata da Giuliano è andata avanti.

»I fratelli Giuliano dicono il contrario .

D.: C’è un giudice che ha raccolto il suggerimento del Procuratore Costa, una vecchia idea di Giuliano: le indagini sulle banche.

»Lo scrissi nel 1960 nel “Giorno della civetta”. Continuo a pensare che il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco come fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari i governi abbiano sempre scelto la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino si mandano sempre i soliti stracci, mentre i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto .

D.: Pochi giorni fa un ispettore del ministero di Grazia e Giustizia, Vincenzo Rovello, ha detto che in Sicilia interi collegi elettorali sono gestiti dalla mafia . E’ una terminologia che l’opposizione non usa più. Neanche i comunisti.

»L’opposizione? Non vedo più quella carica di denuncia e di rivendicazione nell’opposizione: né nelle cose siciliane, né in quelle italiane .

D.: Il popolo perde quella carica di opposizione o i partiti la assolvono annullandola?

»E’ un circolo vizioso. La gente si adegua perché vede che le punte di opposizione si smussano. A sua volta, I’adeguamento della gente genera lo smussamento dell’opposizione che ormai in Italia è dedita quasi esclusivamente alla retorica funeraria .

D.: Si fa un gran parlare dell’immobilismo del governo, dell’assenza di opposizione, della rassegnazione di chi ascolta la TV ed assorbe, pur con dolore, le notizie drammatiche che giungono dal fronte della mafia e dal fronte del terrorismo.

»Sono cose diverse .

D.: Si parla di intercambiabilità fra Brigate rosse e nere.

»Mi colpisce che non siano mai di scena insieme i due tipi di eversione. E una curiosa intercambiabilità .

D.: Potrebbe non essere soltanto una coincidenza. E qualcuno parla dello stesso rapporto di fungibilità fra mafia e terrorismo.

E il caso della Calabria.

»Non ci credo. Significa non capire niente della mafia .

D.: Anche il PCI parla qualche volta di terrorismo mafioso.

»Si è persa la vera nozione della cosa “mafia”. Il terrorismo può fare proselitismo in quel tipo di delinquenza spicciola che aspira alla redenzione. Ma il mafioso non vuole essere redento ed intendo non solo il mafioso che sta nei centri di potere ma anche il gregario .

D.: Eppure Cesare Terranova pensava che Reina fosse stato ucciso dai terroristi.

»Lo penso anch’io. Sia per Reina, sia per Mattarella. Non è una convinzione. E possibile al 50%. Chissà, forse un terrorismo non indigeno ma in trasferta. Le targhe delle macchine per uccidere Reina furono rubate il giorno prima. E questo che mi fa pensare alla trasferta, non al delitto preparato nei minimi dettagli un mese prima, come di solito succede negli agguati di mafia. Ma è solo un sospetto, una impressione. E capisco che deve essere più rassicurante pensare alla mafia .

D.: In che senso?

»Per i siciliani è senz’altro più rassicurante sapere che il terrorismo non è arrivato dalle nostre parti .

D.: Cioè?

»C’è una convinzione popolare: la mafia sa chi deve uccidere, compie sempre delitti necessari; non uccide il povero carabiniere che non c’entra, non colpisce uomini-simbolo .

D.: E’ la convinzione che la mafia annienti soltanto chi non si adegua, chi non capisce o non vuole capire, chi non sta al gioco. E quindi, che basta adeguarsi, cedere, non compiere il proprio dovere.

»Diciamo che in Sicilia è quasi incredibile che possa avvenire un omicidio ideologico .

D.: L’adeguamento diventa così una regola?

»Generalmente .

D.: Ci sono eccezioni? Ha fiducia in qualche uomo di governo siciliano?

Qui l’intervista ha una pausa. Sciascia parla di un uomo politico siciliano in cui ha avuto una certa fiducia e che aveva intrapreso una certa battaglia: »ma poi ha ceduto pure lui, si è adeguato, si è arreso .

D.: Siamo dunque davanti ad uno spietato blocco di potere che proietta la sua ombra su tutto e su tutti?

»Non so se si può parlare di un potere, o se si debba parlare di tanti poteri che cozzano, che si scontrano, che tentano di eliminarsi a vicenda. La verità è che la mappa della mafia e del potere non è più leggibile con facilità come venti anni fa .

D.: Il ministro Rognoni si è risentito per le dichiarazioni del vice presidente del consiglio superiore della Magistratura, Ziletti, quando ha dichiarato che lo Stato considera la mafia un problema regionale.

»No, no. Ha ragione Rognoni. Il governo è assolutamente imparziale, tratta tutti i problemi nazionali allo stesso modo, senza risolverli mai

D.: Lei è ironico ma per il terrorismo c’è in lotta un esercito guidato dal generale Dalla Chiesa.

»Non mi sembra che con Dalla Chiesa sia stato affrontato il problema del terrorismo in modo radicale. Peraltro non so fino a che punto sia libero di andare a fondo o se ne ha i mezzi. Qualche successo è forse più legato alla sua abilità personale che non ad una piena volontà politica di combattere a fondo il fenomeno .

D.: Viene fuori il dubbio che lo Stato non voglia combatterlo…

»La verità è che non vuol combattere niente: paradossalmente la sua vita è affidata a tutti gli elementi negativi e micidiali di cui è intessuta la realtà italiana .

D.: Il problema più grave?

»Quello della gioventù. La sua soluzione è alla base della lotta contro il terrorismo e contro la mafia. Ma non viene mai affrontato seriamente .

Mentre Sciascia parla dei giovani si apre la porta dello studio: uno dei suoi nipotini, Fabrizio, 5 anni. Gli occhi del nonno si posano sul piccolo. Una carezza ed un commento carico di amarezza: »la società italiana non si affida più ad alcun principio. E come se non ci fossero più principi morali, religiosi, economici… .

E’ come se il popolo avesse perso la sua memoria, la memoria storica; proprio l’idea sulla quale sta nascendo un nuovo lavoro di Sciascia, impegnato in questi giorni nella ricostruzione di un processo degli anni 20: il protagonista è uno smemorato che diventa un altro. Forse, dietro quell’uomo c’è l’Italia oggi.



(A cura di Felice Cavallaro; »Giornale di Sicilia 17 settembre 1980)

mercoledì 4 agosto 2010

.:Rosa Balistreri:.Rosa Balistreri (Licata 21/03/1927 - Palermo 20/09/1990), nacque da una famiglia molto povera, e visse l'infanzia e la giovinezza nella miseria e il degrado sociale nel quale a quei tempi versava il quartiere della Marina di Licata.
La figura del padre, falegname, uomo geloso, spesso violento, amante del gioco e del vino, si contrapponeva a quella della madre, donna semplice e buona. Rosa fu la primogenita ed ebbe due sorelle e un fratello, disabile dalla nascita.
Il sostegno della famiglia proveniva dal ricavato di piccoli lavori di falegnameria del padre, il principale dei quali consisteva nel riparare le sedie, attività che svolgeva andando spesso anche nei paesi vicini, Palma di Montechiaro, Butera, Riesi.
Rosa aiutava il padre percorrendo in lungo e in largo la città a piedi nudi in tutte le stagioni carica delle sedie che portava ai clienti.
Fin da bambina si dedicò alle più umili attività: servì presso le case di famiglie benestanti e andò a lavorare nella conservazione del pesce nel quartiere Salato, dove in quel periodo regnavano la sporcizia e il cattivo odore; nella stagione estiva, andava con il padre a spigolare per i campi assolati, portando a casa alcune manciate di grano che sfamavano la famiglia per pochi giorni.
In queste difficili condizioni, Rosa scaricava la sua rabbia e il suo disagio cantando a squarciagola lungo le stradine della Marina.

Dopo la guerra, Rosa si trasferì per un periodo con la sua famiglia nella vicina Campobello di Licata e con il padre si dedicarono al consueto lavoro di "aggiustatori" di sedie (siggiari).
Ancora oggi i più anziani ricordano i canti con quella voce rauca che risuonavano per le strade.
In quel periodo conobbe un fante italo-americano di cui si innamorò, ma la breve storia finì con la partenza delle truppe americane.
Ritornata a Licata con la famiglia, dopo i quindici anni cominciò ad essere chiamata per cantare in chiesa durante battesimi e matrimoni indossando per la prima volta le scarpe.

Non potè sposare il cugino Angelino perchè la futura suocera reclamava il corredo che la famiglia di Rosa non poteva permettersi e a sedici anni fu data in sposa a "Iachinuzzu", che lei durante un suo spettacolo a Licata, definì "latru, jucaturi e 'mbriacuni".
La vita matrimoniale fu ancora più misera e degradante di quella trascorsa nella sua famiglia d'origine, tanto da portarla, in preda alla disperazione, ad aggredire con una lima il marito nella casa di via Martinez, in seguito alla scoperta della perdita al gioco del corredo della figlia. Credendo di averlo ucciso, andò a costituirsi dai carabinieri, affrontando anche la galera.
Dopo sei mesi di prigione, Rosa per mantenere sè stessa e la figliola, andò a lavorare presso una vetreria, lavoro che però fece per poco tempo, a causa delle molestie perpetrate dal padrone. Rosa iniziò così a raccogliere e vendere lumache, capperi, fichidindia e, nel periodo adatto, salava le sarde nei magazzini del Salato.

Grazie all'interessamento di un parente si presentò a Rosa l'opportunità di recarsi a Palermo al servizio di una famiglia nobile. Ma la sua vita già difficile le serbava ancora un'esperienza amara e dolente: il figlio dei ricchi padroni la mise incinta e, mossa dalle molte illusioni che nutriva verso il giovane, fu spinta da costui a rubare denari nella casa dei genitori. Scoperta, fuggì a Sondrio presso il sanatorio dove era ricoverata la madre. Fu trovata, arrestata e condannata a sei mesi di carcere che scontò a Palermo.

Uscita dalla prigione, disperata, fu costretta, anche se incinta, a vivere da nomade dormendo sui sedili della stazione o alle porte dell'ospedale, fino a quando non fu accolta da un'amica ostetrica che l'aiutò a partorire. Il suo bambino però nacque morto.
Ripresasi dalle fatiche del parto, aiutata dall'amica, andò al servizio del conte Testa, acquistando una certa serenità, potè così sistemare la propria figlioletta in collegio a Palermo e imparò a leggere e scrivere.
Dopo un breve periodo dovette abbandonare la casa del conte, che tuttavia continuò a proteggerla, procurandole il lavoro di sagrestana e custode della chiesa degli Agonizzanti.
Viveva in un sottoscala insieme a suo fratello Vincenzo, invalido, che faceva il calzolaio. Quando la chiesa venne affidata a un nuovo prete, le cose peggiorarono: il prete, infatti, mostrò di avere un interesse "particolare" nei suoi riguardi; Rosa non cedette e fu mandata via, ma prima svuotò le cassette dell'elemosina e così potè comprare un biglietto ferroviario per sè e per suo fratello Vincenzo, senza una destinazione precisa. Il viaggio si sarebbe poi concluso a Firenze e sarebbe ritornata a Palermo solo venti anni dopo, quando ormai la sua vita aveva cambiato corso.

A Firenze il fratello Vincenzo aprì una bottega di calzolaio e Rosa trovò lavoro al servizio di una distinta famiglia fiorentina. Rosa conquistò così una certa tranquillità tale da permetterle di richiamare tutta la sua famiglia. La sorella Maria però, sposata, rimase a Licata. Solo più tardi Maria raggiunse Rosa, quando scappò da Licata con i figli per sfuggire alle prepotenze del marito che, raggiuntala, la uccise. A seguito di questa tragedia il padre di Rosa si tolse la vita impiccandosi.

Superati questi dolorosi avvenimenti per Rosa iniziò una periodo di serenità: incontrò il pittore Manfredi, con cui visse per dodici anni, che le diede tanto amore e la possibilità di conoscere grandi personaggi della cultura e dell'arte.
Tra i tanti conobbe Mario De Micheli che, estasiato della sua voce, le diede la possibilità di incidere il suo primo disco con la Casa Discografica Ricordi, evento che segnò l'inizio della sua vita artistica.
A Bologna conobbe il poeta dialettale Ignazio Buttitta (che per lei avrebbe poi scritto numerose liriche) e il cantastorie Ciccio Busacca, con i quali instaurò una sincera amicizia. Grazie a queste frequentazioni ebbe modo di entrare a pieno titolo nel mondo dello spettacolo. Conosciuto Dario Fo partecipò nel 1966 al suo spettacolo "Ci ragiono e canto".
La sua attività proseguì con concerti al teatro Carignano di Torino, al Manzoni di Milano e al Metastasio di Prato alternati a esibizioni in varie sedi e a seminari sulla musica popolare in alcune università.

Finita l'avventura con il suo Manfredi, che la lasciò per una modella, Rosa cadde in depressione, e tentò il suicidio; fortunatamente fu salvata e dovette richiamare tutte le sue forze e il suo coraggio perchè l'aspettava un'altra prova della sua vita travagliata: la sua unica figlia era fuggita dal collegio e un bel giorno le si presentò incinta.
Rosa si "rimboccò le maniche" e chiese aiuto agli amici del partito comunista, che le permisero di esibirsi nelle Feste dell'Unità in varie città.

Alla fine degli anni sessanta recitò a Firenze con il Teatro Stabile di Catania, e decise quindi di andare in Sicilia. Rosa tornò così non più come serva, ma come artista affermata circondata da amici importanti, artisti, letterati e politici, e tenne molti spettacoli in diverse città siciliane.
Ebbe così modo di tornare nei luoghi della sua infanzia e della sua amara giovinezza, oltre che a Licata fu anche a Campobello di Licata dove tenne uno spettacolo al cine-teatro Italia riscuotendo un grande successo.

Nel 1973 partecipò al Festival di San Remo con la canzone in italiano "Terra che non senti" ma fu esclusa alla prima serata, ufficialmente poichè la canzone non era inedita, in realtà perchè il suo genere musicale venne considerato fuori moda.
Stabilitasi definitivamente a Palermo nella casa di via Maria Santissima Mediatrice, proseguì la sua attività recitando e cantando al Biondo di Palermo in "La ballata del sale", uno spettacolo appositamente per lei scritto da Salvo Licata, a cui Rosa avrebbe poi chiesto di scrivere la sua biografia, che non fu però mai realizzata.

Negli anni ottanta, in giro per l'Italia, partecipò con Anna Proclemer allo spettacolo "La Lupa" tratto dall'omonima novella di Giovanni Verga.
Fa parte della sua esperienza teatrale la partecipazione a "La lunga notte di Medea", diretta da Corrado Alvaro e "Le Eumeneidi" a Gibellina; al Biondo di Palermo recitò ancora in "Bambulè" di Salvo Licata.
Il 1987 fu per Rosa l'ultima estate artistica come attrice teatrale. Come cantautrice continuò a girovagare per il mondo: in Svezia, in Germania, in America raccogliendo sempre applausi e apprezzamenti.

Alla fine degli anni ottanta Rosa si stabilì a Firenze incidendo alcuni dischi e partecipando a diversi spettacoli folk. A Licata tornò un anno prima di morire, e in quell'occasione si esibì in uno spettacolo in Piazza Sant'Angelo. Diverse pecche nell'organizzazione, causarono il suo disappunto, che lei stessa espresse pubblicamente come era solita fare col suo carattere schietto, senza peli sulla lingua. Durante la sua permanenza a Licata Giuseppe Cantavenera scrisse la sua biografia.

Rosa si spense all'ospedale Villa Sofia a Palermo, colpita da un ictus cerebrale mentre partecipava ad uno spettacolo in Calabria.

Il ricordo di Rosa è sempre vivo nella memoria del popolo licatese che ogni anno le tributa un omaggio attraverso un "Memorial" a lei intitolato.



Testo scritto da Pierina Augusto La Paglia

La maggior parte delle notizie sulla cantante sono state prese dal libro "Rosa Balistreri . L'ultima cantastorie" di Calogero Carità che pubblicamente ringraziamo.
Preziose fonti sono state i periodici locali La Vedetta e La Campana, che spesso pubblicano notizie su Rosa Balistreri, nonchè le testimonianze dirette di persone che l'hanno conosciuta come il dottor Vincenzo Marrali.
Le foto sono tratte dal sito rosabalistreri.it


Discografia
•La voce della Sicilia (1967, Tauro Record)
•Un matrimonio infelice (1967, Tauro Record)
•La cantatrice del Sud (1973, RCA ried. de La voce della Sicilia)
•Amore tu lo sai la vita è amara (1971, Cetra Folk)
•Terra che non senti (1973, Cetra Folk)
•Noi siamo nell'inferno carcerati (1974, Cetra Folk)
•Amuri senza amuri (1974, Cetra Folk)
•Vinni a cantari all'ariu scuvertu (1978, Cetra Folk)
•Concerto di Natale (1985, PDR)
•Rosa Balistreri (1996, Teatro del Sole - ried. in CD de La voce della Sicilia)
•Un matrimonio infelice (1997, Teatro del Sole - ried. in CD)
•Rari e Inediti (1997, Teatro del Sole)
•Amore tu lo sai la vita è amara (2000, Teatro del Sole - ried. in CD)
•Terra che non senti (2000, Teatro del Sole - ried. in CD)
•Noi siamo nell'inferno carcerati (2000, Teatro del Sole - ried. in CD)
•Vinni a cantari all'ariu scuvertu (2000, Teatro del Sole - ried. in CD)
•Collection ...la raggia, lu duluru, la passione (2004 Lucky Planets)
Tratto da Wikipedia


Alcuni video




Risorse su Rosa Balistreri
•balistrerirosa.it - Sito curato da Luca Torregrossa
•rosabalistreri.it - Teatro del Sole
•Wikipedia
•irsap-agrigentum.it - File audio da scaricare
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domenica 1 agosto 2010

Da trichet a marchionne come si usa la crisi

Eguaglianza & Libertà

Comitato di direzione

Pierre Carniti, Antonio Lettieri (direttore responsabile), Carlo Clericetti, Emilio Gabaglio, Guido M. Rey




Da Trichet a Marchionne come si usa la crisi
Non una iattura ma una straordinaria opportunità per attuare le politiche rimaste incompiute nel corso degli ultimi due decenni. Le misure restrittive di bilancio sono solo lo scenario dentro il quale si mira a realizzare quelle che ambiguamente sono definite “riforme di struttura”: il fine è il mutamento strutturale dei rapporti sociali di potere
Antonio Lettieri



La risoluzione della crisi è incerta. Potrebbe tornare ad aggravarsi come successe nella seconda metà degli anni 30, quando venne meno l’iniziale sostegno del New Deal. Ma un fatto è certo, anche senza una drammatica ricaduta, i livelli di disoccupazione rimarranno al di sopra di quelli ante-crisi per molti anni.

Alla riunione del G20 di Toronto del mese di giugno si manifestò una seria divisione fra Stati Uniti e Unione europea. Per l’amministrazione Obama è essenziale in questa fase una politica di spesa pubblica diretta a rafforzare la ripresa e combattere la disoccupazione. L’Unione europea si è schierata sul fronte opposto in direzione di una politica fiscale aspramente restrittiva per riportare i disavanzi il più rapidamente possibile entro i parametri di Maastricht.

La differenza d’impostazione è radicale e densa di conseguenze. Sostiene Larry Summers, economista capo dell’amministrazione Obama, in un articolo sul Financial Times, che nell’immediato è necessaria una politica di stimolo della crescita lungo tre direzioni: il sostegno al reddito dei disoccupati, che in misura crescente rimangono senza assistenza; un consistente finanziamento dei bilanci degli Stati e delle comunità locali per il sostegno dell’impiego pubblico e la tenuta dei servizi; il finanziamento a livello federale di massicci investimenti nei nuovi campi dell’economia verde. Per attuare questa politica, conclude Summers, è necessario rinviare a una seconda fase il rientro del disavanzo di bilancio, che sarà facilitato proprio dalla ripresa economica.

Ha ragione l’amministrazione americana o ha ragione Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, quando, con una radicale inversione degli obiettivi, afferma che i tagli di bilancio sono il presupposto della ripresa? La risposta è collegata a due scuole di pensiero economico contrapposte. Ma, dal punto di vista politico, la differenza che conta è un’altra. In America è in corso una battaglia fra l’amministrazione Obama e l’opposizione conservatrice dei repubblicani, che non accettano nessun programma di stimolo all’economia finanziato dal bilancio pubblico. In Europa non c’è nessuna battaglia. E’ come se i repubblicani, eredi politici di Reagan e Bush, fossero al governo dell’Unione europea. I parametri di Maastricht, innanzitutto, la crescita e l’occupazione possono attendere.

Per tornare al paragone con gli anni Trenta, possiamo ricordare il presidente Usa, Herbert Hoover, che nell’estate del 1932, a tre anni dall’inizio della crisi e alla vigilia dell’avvento di Franklin D. Roosevelt, continuava disastrosamente a sostenere che il maggiore problema degli Stati Uniti era il disavanzo pubblico. Ma il paragone, per quanto suggestivo, regge solo a metà.

In effetti, le autorità finanziarie europee – la Banca centrale e la Commissione europea - in sintonia con le destre al governo, hanno in mente una politica meno rozza, ispirata a una strategia che guarda oltre la crisi. In altri termini, le politiche restrittive di bilancio sono solo lo scenario dentro il quale si mira a realizzare quelle che ambiguamente sono definite “riforme di struttura”. La crisi è considerata, da questo punto di vista, non una iattura ma una straordinaria opportunità per attuare le riforme rimaste incompiute nel corso degli ultimi due decenni.

Su cosa si debba intendere per riforme di struttura non vi possono essere dubbi: si tratta della definitiva deregolazione del mercato del lavoro, liberalizzando i licenziamenti e flessibilizzando i salari; della riduzione della spesa sociale destinata al welfare; della privatizzazione dei servizi ancora in mano pubblica. Insomma, la politica di bilancio restrittiva è solo la premessa, come la tachipirina che deve abbassare la febbre; la cura a lungo termine è il mutamento strutturale dei rapporti sociali di potere attraverso radicali operazioni chirurgiche.

Il caso della Spagna è esemplare. A differenza della Grecia, accusata di manipolazione dei bilanci, la Spagna è stata considerata, fino a quando non è scoppiata la bolla immobiliare, uno dei paesi più “disciplinati” dell’Unione: un debito pubblico al di sotto del 40 per cento del Pil (di fronte al 60 per cento, fissato dai parametri di Maastricht) e addirittura un avanzo di bilancio. Una volta scoppiata la crisi nel settore immobiliare, sono esplosi insieme il disavanzo e la disoccupazione. Il governo Zapatero si è impegnato a una politica di riequilibrio decisamente severa. Ma la Commissione europea si è dichiarata insoddisfatta e ha imposto, utilizzando il ricatto dei mercati finanziari, una riforma radicale del mercato del lavoro: praticamente, la liberalizzazione dei licenziamenti collettivi e la riduzione del costo dei licenziamenti. Mentre sul fronte pubblico si procedeva alla cancellazione degli accordi contrattuali e al taglio degli stipendi. Un chiaro esempio di uso della crisi per cambiare strutturalmente gli equilibri sociali di potere.

In Gran Bretagna, il nuovo governo conservatore di David Cameron ha annunciato la più pesante manovra di bilancio in tempo di pace e, al suo interno, la riduzione degli stipendi pubblici e il taglio di centinaia di migliaia di impieghi pubblici. Ma il dato più radicale, quanto imprevisto, è l’attacco al sistema sanitario nazionale. Un’istituzione venerabile, basata sui principi del welfare universalistico di Lord Beveridge e attuata dal primo governo laburista del dopo-guerra, che nemmeno Margaret Thatcher aveva osato aggredire. Per di più, un sistema che fornisce un servizio universale e gratuito con una spesa a carico dello Stato che è meno della metà di quella americana e che il governo conservatore intende semi-privatizzare. Un tipico esempio di (contro)riforme strutturali per le quali la crisi è considerata in Europa un’opportunità da non perdere.

L’elenco delle riforme strutturali apertamente antisociali che la crisi è chiamata a propiziare potrebbe continuare a lungo. Ma, attraverso diverse combinazioni, i suoi tre capisaldi non variano: liberalizzazione a oltranza del mercato del lavoro, riduzione della spesa sociale e, ciò che più conta a lungo termine, il progressivo esautoramento della contrattazione collettiva, come madre di tutte le riforme di struttura.

Situata in questo più largo contesto, la vicenda Fiat si presenta coerente con la determinazione di utilizzare la crisi per stravolgere l’apparato delle conquiste e dei diritti dei lavoratori insieme con le strutture della contrattazione collettiva e delle relazioni industriali. Il Wall Street Journal riporta in tutta la sua chiarezza il pensiero di Marchionne: in sostanza, un ammonimento a non cercare di scavalcare la crisi senza aver prima realizzato le riforme necessarie al mondo degli affari, “a sound business model”. Si capisce perché a Marchionne non bastava, nella vicenda di Pomigliano, un pur violento peggioramento delle condizioni di lavoro, al quale anche la Fiom aveva dovuto piegarsi sotto il ricatto della disoccupazione. Non potevano bastare perché l’obiettivo è quello di smantellare le strutture fondamentali su cui si basano le conquiste, i diritti, la capacità di intervento e di controllo dei lavoratori. L’obiettivo non è solo il diritto di sciopero che, non ostante tutto, rimane tutelato dalla Costituzione, quanto il contratto collettivo nazionale che crea una rete di solidarietà e garantisce al sindacato una “voce” e un potere negoziale al di là dei mutevoli rapporti di forza aziendali.

I giornali hanno sottolineato con enfasi l’elogio di Obama a Marchionne e l’entusiasmo degli operai nella visita del 30 luglio allo stabilimento della Chrysler di Detroit. In effetti, l’entusiasmo dei lavoratori della Chrysler e della GM era motivato da uno dei fatti politici più rilevanti della presidenza Obama che, vincendo l’opposizione dei repubblicani, ha impegnato 60 miliardi di dollari per il salvataggio dell’industria automobilistica americana. E lo storico intervento sull’auto sarà una delle misure che Obama vorrà esibire nella campagna elettorale per le elezioni di mezzo termine.

Ridurre una partita tra le più importanti della presidenza americana a un trionfo di Marchionne è un tipico esempio di gretto e non disinteressato provincialismo. Nel confronto con l’arrogante strategia italiana di Marchionne si oscura il fatto che l’Uaw, il sindacato dell’auto, è l’azionista di maggioranza della Chrysler (e della GM), che il governo americano è al centro dell’operazione di rilancio, diretta ad allargare il proprio consenso nella classe operaia. E che, in questo scenario, insieme industriale e politico, Marchionne non ha altra via che il pieno accordo col sindacato, e che non può esercitare alcuna minaccia o ricatto, come senza scrupolo ha fatto a Pomigliano e si accinge a fare a Mirafiori.

Ma, se la politica industriale del governo americano si è mostrata attiva e lungimirante senza possibilità di confronto con l’ottusa inettitudine del governo italiano, tutt’altro è il discorso sul modello delle relazioni industriali americane che si vorrebbe importare in Italia. La differenza essenziale è che in America, in contrasto con la tradizione europea, non vi sono contratti nazionali, e le condizioni di lavoro e i salari si decidono a livello aziendale. E il risultato è esemplare nella sua perversione: i vecchi lavoratori della Chrysler, iscritti storicamente all’Uaw, il sindacato dell’auto, percepiscono un salario orario lordo di 28 dollari l’ora mentre i nuovi assunti guadagnano la metà, 14 dollari. Sono questi gli esiti scellerati della contrattazione aziendale, a cui paradossalmente una parte del sindacalismo italiano guarda con disponibilità e interesse.

Il caso Fiat s’inquadra per molti versi nel clima di aggressione alle conquiste sociali che attraversa l’Europa. Ma vi è un’eccezionalità nel caso italiano che va oltre ogni possibile confronto. In tutta l’Europa assistiamo alla mobilitazione dei sindacati. In Grecia, anche per la gravità delle misure, la reazione ha assunto toni drammatici. Ma forse il dato più eloquente è quello spagnolo dove le due grandi confederazioni, le Commissiones Obreras e la Ugt, hanno fatto fronte comune, fino alla proclamazione dello sciopero generale contro il governo socialista di Zapatero, del quale tradizionalmente sono stati sostenitori. I sindacati francesi non hanno esitato a concordare azioni comuni contro il governo di Sarkozy deciso a cambiare unilateralmente il sistema pensionistico. Il Tuc britannico ha dichiarato la sua netta opposizione al nuovo governo di David Cameron.

E’ in questo panorama, nel quale il movimento sindacale sceglie in Europa una via di resistenza e di opposizione, che assistiamo all’incomprensibile e triste eccezione italiana: il cedimento di una parte rilevante del sindacalismo italiano di fronte a un attacco che ne mina la rappresentatività, le strutture, il potere negoziale. Il punto non è la necessità del compromesso su aspetti specifici delle condizioni di lavoro e retributive, quando i rapporti di forza lo impongono, ma una sorta di resa anticipata e senza condizioni sulle questioni che attengono ai diritti dei lavoratori, alle strutture fondamentali della contrattazione, al potere stesso del sindacato.

Per tornare all’inizio, si può affermare che l’Unione europea, schierata sul fronte opposto al disegno dell’amministrazione americana, con un uso spregiudicato della crisi in funzione antisociale sta creando le premesse di una possibile disgregazione dell’Unione stessa. E’ vero, tuttavia, che la partita non è chiusa proprio per la profondità delle conseguenze sociali della crisi. Negli stati Uniti si calcola che, non ostante una ripresa meno stentata, l’occupazione non potrà tornare ai livelli pre-crisi prima del 2015. E in Europa le previsioni sono, se possibile, peggiori. Saranno anni in Europa di inevitabile e crescente conflitto sociale.

In questo quadro la situazione più imbarazzante è quella italiana, dove la resistenza minoritaria di una parte del sindacato, che apparirebbe normale e dovuta in qualsiasi altro paese della vecchia Europa, acquista paradossalmente connotati eterodossi, se non eversivi. E dove l’apatia dell’opposizione politica, che pure si trova di fronte al peggiore governo di destra della vecchia Europa, fa apparire decisiva per le sorti del paese non la dialettica fra governo e opposizione, ma piuttosto la dialettica politica e di potere aperta all’interno della stessa maggioranza di governo.


(01/08/2010)
articolo riproducibile citando la fonte

una nota di Alfiero Grandi, già sottosegretario finanze ( Sinistra e Libertà)

Il Governo ha imposto all’Italia - con il 36° voto di fiducia in 2 anni - una pessima manovra finanziaria. E’ curioso che tra le ragioni di tensione tra Berlusconi e Fini questo argomento sia stato completamente assente, tanto è vero che la fiducia al Governo è stata data senza troppi problemi.

Eppure quella del Governo non è l’unica politica economica possibile. Piuttosto Fini e il suo gruppo si sono ben poco caratterizzati sulle materie economiche e sociali e questo è un limite non da poco. Ad esempio il Ministro che è al centro dell’iniziativa referendaria per l’acqua pubblica - Ronchi - è l’unico ministro finiano nel Governo attuale.

Si potrebbero fare altri esempi.

La ragione che fa sembrare Tremonti più forte di quanto in realtà non sia è proprio nella subalternità del resto della coalizione di Governo, finiani compresi, alle sue scelte di politica economica e sociale.

Sarebbe un errore sottovalutare il valore delle posizioni assunte da Fini e da altri sul tema legalità, sul rispetto della Costituzione, ecc. Tuttavia è certo un limite non da poco la sostanziale accondiscendenza sulle questioni economiche e sociali, temi che oggi hanno un ruolo decisivo.

Anche l’opposizione non ha brillato nella battaglia contro le scelte economiche e sociali del Governo. Sarebbe ingeneroso dire che non c’è stata opposizione, ma è un fatto che troppo spesso le voci di opposizione in parlamento erano dissonanti, troppo preoccupate del proprio posizionamento e meno dei drammi sociali che hanno colpito fascie decisive della popolazione, del mondo del lavoro e che questa manovra renderà ancora più gravi. In troppi casi l’opposizione ha adoperato argomenti difensivi e qualche volta subalterni.

Del resto per rendere esplicita un’alternativa alla destra occorre che ci siano basi credibili di linea politica e di schieramento.

Il sindacato è rimasto in difesa, diviso tra chi come la Cgil ha provato con molte difficoltà a reagire e chi invece ormai dà per scontato che questa è la minestra e a saltare dalla finestra non ci pensa proprio.

Sono convinto che vengono troppo sottovalutati gli effetti delle misure contenute nella manovra sulle pensioni (non solo l’innalzamento a 65 anni per le lavoratrici del settore pubblico) che avranno nel tempo un effetto sociale devastante perché tendono a rompere il rapporto tra lavoratore e versamento dei contributi e per di più condannano i giovani, che già non riescono ad entratre nel mercato del lavoro, ad attendere ancora più a lungo.

Se ripresa economica ci sarà - e il Governo in questo non avrà alcun merito - sarà senza occupazione. Grasso che cola se si riuscirà a recuperare parte dell’occupazione perduta. In questo c’è un parallelismo, purtroppo, con quanto sta accadendo alla Fiat. Qualcuno ha pensato che la fiom esagerasse. Certo c’erano leggi e contratti da rispettare ma forse qualche piccola deroga si poteva anche concedere, sembrava pensare qualcuno anche nel centro sinistra. Del resto basta leggere le dichiarazioni pubblicate da il Sole.24 ore per avere contezza di questi sbandamenti.

Ora, dopo il diktat di Marchionne, tutti dovrebbero avere chiaro che è iniziato a Pomigliano un percorso che se andrà fino in fondo cambierà non poco i diritti dei lavoratori (le leggi riscritte dalle imprese, in ansia di competizione ad ogni costo) e le condizioni di lavoro (con ritmi e un controllo sul lavoro sconosciuti fino ad ora) e anche le retribuzioni resteranno al palo come del resto l’occupazione. Andrà bene se si manterrà l’occupazione che c’è. Né si tratta di sacrifici temporanei, per attraversare una fase difficile.

C’è poco da illudersi, il caso Fiat farà scuola e rischia di diventare strutturale.

Verso Regioni ed Enti locali vengono fatti tagli pesantissimi che ne minano il funzionamento, gli investimenti, le attività sociali, tanto più importanti in tempi di crisi. Al bastone pesante e duro dei tagli il Governo accompagna la carota - si fa per dire - della promessa che Regioni e Autonomie locali avranno maggiore autonomia nelle entrate. In questo modo si cerca di fare accettare senza troppe proteste un cambio epocale, un’autentica controriforma della finanza pubblica in settori come sanità, assistenza, ecc. dove non ci saranno più - secondo questo schema - diritti costituzionali da garantire ma finanziamenti limitati e chi non ci sta si arrangi - aprendo una distinzione tra virtuosi e non virtuosi di cui faranno le spese i cittadini - e dovrà scegliere tra fare dei tagli e fare pagare ai cittadini la differenza.

E’ chiaro che se cambia radicalmente lo schema delle relazioni sindacali e lo stato sociale, l’Italia che conosciamo non esisterà più. Certo lo stato sociale ha difetti, ma qui il rimedio è peggiore del male che vuole curare.

Fermare questo treno in corsa - il Governo Berlusconi - sarebbe un bene per il nostro paese e forse per la prima volta con la rottura tra Berlusconi e Fini si apre una concreta possibilità di farlo.

E’ ragionevole pensare anzitutto a cambiare la legge elettorale prima di tornare a votare, dando anche il tempo necessario ai diversi soggetti politici di riorganizzarsi. La discussione sembra però troppo concentrata sulla transizione politica.

La fase di transizione non è un fine ma un mezzo per arrivare a qualcosa. Il problema da risolvere è anzitutto cosa è questo qualcosa, da questo può derivare una migliore comprensione anche della transizione.

In realtà il problema tuttora da risolvere è mettere in campo un’alternativa politica credibile per idee, capacità di iniziativa, tale da contendere il campo alla destra.

Le candidature sono importanti e si misureranno come è giusto al momento opportuno in vista di un nuovo confronto elettorale.

Tuttavia prima delle candidature e per rafforzare le stesse candidature occorre mettere in campo una visione alternativa in grado di dimostrare che quella di Tremonti non è l’unica politica economica possibile, che Marchionne non può dettare le leggi dello Stato. Per farlo occorre anzitutto mettere in discussione il paradigma che i tagli sono inevitabili nell’ampiezza e nella forma.

Visco ha avuto il merito di individuare una possibilità alternativa, attraverso la proposta di mettere in un fondo a parte i debiti che gli Stati hanno contratto per impedire il crollo del sistema finanziario e bancario e di pagarli con la tassazione delle transazioni internazionali, che è poi un altro modo per proporre la Tobin tax.

E’ un tentativo di dimostrare che la globalizzazione non porta necessariamente a queste conseguenze. E’ un tentativo di uscire da una subalternità culturale e politica. Si può discutere, come tutto. Non basta ancora perché l’orizzonte va allargato ad altri argomenti chiave di questa fase. Tuttavia è certo che allarga l’orizzonte della ricerca politica e potrebbe essere un primo punto dell’autonomia politica dell’alternativa. Infatti se alla fine dei ragionamenti la globalizzazione da un lato e i tagli ai bilanci pubblici dall’altro fosssero gli unici parametri possibili il risultato sarebbe di rendere pooco credibile, asfittica ogni alternativa alla destra. La sinistra esiste in quanto ha una diversa chiave di lettura e risposte diverse, altrimenti è destinata a navigare sul fondo della subalternità, o almeno in difensiva. La ripresa politica tra qualche settimana dovrebbe occuparsi di come archiviare la fase berluconiana ma anche di come mettere in campo un’alternativa vera e forte.

Alfiero Grandi