lunedì 26 luglio 2010

FIAT; torino, riunione dei "complici" con palo

FIAT. Torino, riunione dei "complici" con palo.
Si apre una settimana cruciale per lo sviluppo del colpo di stato sociale che la Confindustria ed in particolare la Fiat stanno realizzando in Italia con l'aiuto di Sindacati fedigrafi e politici ruffiani.
Si riunisce a Torino e non a Roma, al Ministero del Lavoro, una riunione convocata da Sacconi con Marchionne, Cisl ed Uil, Cgil, il sindaco di Torino ed il Presidente della regione Cota. Si dovrebbe scongiurare il trasferimento della produzione da Torino alla Serbia. La povera Serbia accetterebbe di farsi spolpare fino all'osso accollandosi la costruzione di grande parte dello stabilimento ed assicurando condizioni fiscali di coloniale favore ivi compresa una zona franca fiat. Inoltre consegnerebbe al Gran Visir degli Agnelli gli operai ben selezionati a prezzi stracciati, ultradisciplinati, disponibili a qualsiasi sacrificio pur di portare a casa un pezzo di pane: quattrocento euro al mese. .Insomma più o meno alle condizioni degli schiavi che costruirono le Piramidi. Sono gli stessi operai che avevano dato vita alla Jugoslavia del Presidente Tito, una grande civiltà del lavoro e del socialismo distrutta dai bombardamenti Nato.Peccato che la Serbia non li possa militarizzare come fece Mussolini durante le guerre africane. Allora gli operai se "indisciplinati" su segnalazione della Fiat potevano finire difronte al tribunale Militare di Guerra e rischiavano anche la condanna a morte oppure a lunghissimi e durissimi periodi di detenzione.
Argomento della riunione con i "complici" (Sacconi così definisce il rapporto confindustria-governo-sindacati) alla presenza confermata del Palo (la CGIL che non se la sente di aderire al club dei complici ufficialmente ma è costretta a colpi di sperone dal PD, da Chiamparino, da Letta, da Veltroni etc..a stare alle condizioni che pone la Fiat) è la cosidetta "affidabilità" che dovrebbe essere garantita, si dice, dai sindacati ma si intende dalla Fiom. Dei sindacati di base, che pure hanno una loro significativa eroica presenza tra i lavoratori, non si parla nemmeno. Basta cancellarli con un trattino di penna ed ogni tanto decimarli con qualche licenziamento ben mirato! I giornali e le Tv sanno che debbono ignorarli oppure, quando proprio non se ne può fare a meno di parlarne definirli estremisti, pericolosi fondamentalisti, teste calde, antipatriottici.
Dopo la vicenda di Pomigliano seguita dai licenziamenti di rappresaglia quotati in borsa sono portato a credere che abbia davvero ragione Eugenio Scalfari a dubitare della consistenza dei programmi e delle prospettive reali della Fiat. Scalfari dice che la Fiat si è salvata aggrappandosi alla Chrysler e facendosi finanziare da Obama e dal Sindacato Uaw e che l'investimento in Serbia avviene a condizioni specialissime ad esborso quasi zero della Fiat. Insomma, osserva in controluce e senza concedere molto credito il radioso cammino di Marchionne che riesce a scippare il malloppo soltanto sfruttando lo stato di bisogno e la crisi altrui. In effetti, se si seguono i movimenti di Marchionne si ha l'impressione di trovarsi difronte ad un giocoliere, al napoletano con compare che fa il gioco delle tre carte e ti invita ad indovinare quella vincente: Qual'è la carta vincente della Fiat?
Il lugubre Bossi, unendosi ad una lamentazione di prefiche maledicenti la Fiom che metterebbe in pericolo l'occupazione, dice: "Senza lavoro non ci sono diritti". Per sottointendere: prendiamoci il lavoro ed ai diritti penseremo un'altra volta...
La riunione di Torino presieduta da un Ministro del Lavoro che sarebbe meglio chiamare degli Industriali si propone lo scopo di ottenere nuove e significative concessioni dai Sindacati e dalla pubblica amministrazione. I sindacati dovrebbero garantire la cancellazione de facto di diritti garantiti dal ccnl, dalle leggi e dalla Costituzione e fare anche da mazzieri del padrone come i sindacati americani mafiosi che piacciono tanto a Marchionne. Dovrebbero tenere l'ordine, incitare i lavoratori a fare fino in fondo il loro dovere di macchinari viventi, isolare le teste calde, segnalarle all'ufficio risorse, accettare il loro confino nei reparti più duri. E' cambiata qualcosa dalla Fiat di Valletta che confinava gli operai comunisti e della Cgil nei reparti dove si moriva prima come la verniciatura di una volta?
A Torino si farà un altro passo avanti, un'altra stazione di via crucis lungo la strada apertasi venti anni fa con l'abolizione della scala mobile e lastricata di diritti perduti fino ai "refusi" fatti in malafede da Sacconi con il consenso dei "complici". Venti milioni di italiani che vivono di lavoro dipendente sono sottoposti ad un attacco che non ha precedenti. L'obiettivo è la cancellazione della libertà e delle sue regole nei posti di lavoro. Un obiettivo al quale lavorano in molti delle maggioranza e della opposizione parlamentare. C'è più opposizione nella cultura giuridica e sociologica che tra partiti e sindacati che una volta erano dalla parte dei lavoratori.
Pietro Ancona
già consigliere CNEL
http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=206&artsuite=4

domenica 25 luglio 2010

Il Manifesto dei Comunisti. III Capitolo, prima parte

letteratura socialista e comunista
1. Il socialismo reazionario
a) Il socialismo feudale.
Data la sua posizione storica, l'aristocrazia francese e inglese era chiamata a scrivere libelli contro la moderna società borghese. Nella rivoluzione francese del luglio 1830, nel movimento inglese per la riforma elettorale, l'aristocrazia era soggiaciuta ancora una volta all'aborrito nuovo venuto. Non c'era più da pensare a una seria lotta politica. Le rimaneva soltanto la lotta letteraria. Ma anche nel campo della letteratura la vecchia fraseologia dell'età della restaurazione era ormai impossibile. Per destare qualche simpatia, l'aristocrazia era costretta a distogliere gli occhi, in apparenza, dai propri interessi e a formulare il suo atto d'accusa contro la borghesia solo nell'interesse della classe operaia sfruttata. Così essa preparava la soddisfazione di poter intonare invettive contro il nuovo signore, e di potergli mormorare nell'orecchio profezie più o meno gravide di sciagura.

A questo modo sorse il socialismo feudalistico, metà lamentazione, metà libello; metà riecheggiamento del passato, metà minaccia del futuro. A volte colpisce al cuore la borghesia con un giudizio amaro e spiritosamente sarcastico, ma ha sempre effetto comico per la sua totale incapacità di comprendere il corso della storia moderna.

Questi aristocratici hanno impugnato la proletaria bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare dietro a sé il popolo. Ma tutte le volte che li ha seguiti, il popolo ha visto sulle loro parti posteriori i vecchi blasoni feudali e s'è sbandato con forti e irriverenti risate.

Una parte dei legittimisti francesi e la Giovine Inghilterra hanno offerto questo spettacolo.

Quando i feudali dimostrano che il loro sistema di sfruttamento era diverso dallo sfruttamento borghese, dimenticano soltanto che essi esercitavano lo sfruttamento in circostanze e condizioni totalmente differenti e che ora han fatto il loro tempo. Quando dimostrano che il proletariato moderno non è esistito al tempo del loro dominio, dimenticano soltanto che la borghesia moderna fu appunto un necessario rampollo del loro ordine sociale.

Del resto, essi celano tanto poco il carattere reazionario della loro critica, che la loro principale accusa contro la borghesia è proprio che sotto il suo regime si sviluppa una classe che farà saltare in aria tutto quanto il vecchio ordine sociale.

Rimproverano alla borghesia più il fatto che essa genera un proletariato rivoluzionario che non il fatto ch'essa produce un proletariato in genere.

Nella pratica della vita politica, prendono parte perciò a tutte le misure di forza contro la classe operaia, e nella vita ordinaria, ad onta di tutti i loro gonfi frasari, si adattano a raccogliere le mele d'oro, e a barattare fedeltà, amore, onore col traffico della lana di pecora, della barbabietola e dell'acquavite.

Come il prete si è sempre accompagnato al signore feudale, così il socialismo pretesco si accompagna a quello feudalistico.

Non c'è cosa più facile che dare una tinta socialistica all'ascetismo cristiano. Il cristianesimo non se l'è presa forse anch'esso con la proprietà privata, con il matrimonio, con lo Stato? Non ha predicato, in loro sostituzione, la beneficenza, la mendicità, il celibato e la mortificazione della carne, la vita claustrale e la Chiesa? Il socialismo sacro è soltanto l'acquasanta con la quale il prete benedice la rabbia degli aristocratici.


b) Il socialismo piccolo-borghese.
L'aristocrazia feudale non è l'unica classe che sia stata abbattuta dalla borghesia e le cui condizioni di esistenza siano deperite e si siano estinte nella società borghese moderna. La piccola borghesia medievale e l'ordine dei piccoli contadini furono i precursori della borghesia moderna. Questa classe continua ancora a vegetare accanto alla sorgente borghesia nei paesi meno sviluppati industrialmente e commercialmente.

Nei paesi dove s'è sviluppata la civiltà moderna, si è formata una nuova piccola borghesia, sospesa fra il proletariato e la borghesia, che torna sempre a formarsi da capo, in quanto è parte integrante della società borghese; ma i suoi membri vengono costantemente precipitati nel proletariato dalla concorrenza, anzi, con lo sviluppo della grande industria vedono addirittura avvicinarsi un momento nel quale scompariranno totalmente come parte indipendente della società moderna, e verranno sostituiti da sorveglianti e domestici nel commercio, nella manifattura, nell'agricoltura.

In paesi come la Francia, dove la classe dei contadini costituisce molto più della metà della popolazione, era naturale che alcuni scrittori i quali scendevano in campo per il proletariato contro la borghesia usassero la scala del piccolo borghese e del piccolo contadino per la loro critica del regime borghese e che prendessero partito per gli operai dal punto di vista della piccola borghesia. Così s'è formato il socialismo piccolo-borghese. Capo di questa letteratura, non solo per la Francia, ma anche per l'Inghilterra, è il Sismondi.

Questo socialismo ha anatomizzato con estrema perspicacia le contraddizioni insite nei rapporti moderni di produzione. Ha smascherato gli ipocriti eufemismi degli economisti. Ha dimostrato irrefutabilmente i deleteri effetti delle macchine e della divisione del lavoro, la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovraproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei piccoli borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del proletariato, l'anarchia della produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale di sterminio fra le varie nazioni, la dissoluzione dei vecchi costumi, dei vecchi rapporti familiari, delle vecchie nazionalità.

Tuttavia, quanto al suo contenuto positivo, questo socialismo o vuole restaurare gli antichi mezzi di produzione e di traffico, e con essi i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società, o vuole rinchiudere di nuovo, con la forza, entro i limiti degli antichi rapporti di proprietà i mezzi moderni di produzione e di traffico, che li han fatti saltare in aria, che non potevano non farli saltare per aria. In entrambi i casi esso è insieme reazionario e utopistico.

Corporazioni nella manifattura e economia patriarcale nelle campagne: ecco la sua ultima parola.

Nel suo ulteriore sviluppo questa tendenza è andata a finire in una vile depressione dopo l'ebbrezza.


c) Il socialismo tedesco ossia il vero socialismo.
La letteratura socialista e comunista francese, ch'è sorta sotto la pressione d'una borghesia dominante ed è l'espressione letteraria della lotta contro questo dominio, venne introdotta in Germania proprio mentre la borghesia stava cominciando la sua lotta contro l'assolutismo feudale.

Filosofi, semifilosofi e begli spiriti tedeschi s'impadronirono avidamente di quella letteratura, dimenticando solo una piccola cosa: che le condizioni d'esistenza francesi non erano immigrate in Germania insieme a quegli scritti che venivano dalla Francia. Nei confronti delle condizioni tedesche, la letteratura francese perdette ogni significato pratico immediato e assunse un aspetto puramente letterario. Non poteva non apparire un'oziosa speculazione sulla vera società, sulla realizzazione dell'essere umano. Allo stesso modo le rivendicazioni della prima rivoluzione francese avevano avuto per i filosofi tedeschi del secolo XVIII soltanto il senso di essere rivendicazioni della "ragion pratica" in generale, e le manifestazioni di volontà della borghesia francese rivoluzionaria avevano significato ai loro occhi di leggi di pura volontà, della volontà come deve essere, della volontà veramente umana.

Il lavoro dei letterati tedeschi consistette unicamente nel concordare le nuove idee francesi con la loro vecchia coscienza filosofica, o, anzi, nell'appropriarsi delle idee francesi dal loro punto di vista filosofico.

Questa appropriazione avvenne nella stessa maniera che si usa in genere per appropriarsi una lingua straniera: mediante la traduzione.

E` noto come i monaci ricoprissero di insipide storie di santi cattolici i manoscritti che contenevano le opere classiche dell'antichità pagana. Con la letteratura francese profana i letterati tedeschi usarono il procedimento inverso; scrissero le loro sciocchezze filosofiche sotto l'originale francese. Per esempio, sotto la critica francese dei rapporti patrimoniali essi scrissero "alienazione dell'essere umano", sotto la critica francese dello stato borghese scrissero "superamento del dominio dell'universale in astratto", e così via.

Battezzarono questa insinuazione del loro frasario filosofico negli svolgimenti francesi con i nomi di "filosofia dell'azione", "vero socialismo", "scienza tedesca del socialismo", "motivazione filosofica del socialismo" e così via.

Così la letteratura francese socialista e comunista fu letteralmente evirata. E poiché essa nelle mani dei tedeschi aveva smesso di esprimere la lotta d'una classe contro l'altra, il tedesco era consapevole d'aver superato l'unilateralità francese, d'essersi fatto rappresentante non di veri bisogni, ma anzi del bisogno della verità, non degli interessi del proletariato, ma anzi degli interessi dell'essere umano, dell'uomo in genere; dell'uomo che non appartiene a nessuna classe, anzi neppure alla realtà, e appartiene soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica.

Questo socialismo tedesco, che prendeva così solennemente sul serio le sue goffe esercitazioni scolastiche, e tanto ciarlatanescamente le strombazzava, perdette tuttavia, a poco a poco, la sua pedantesca innocenza.

La lotta della borghesia tedesca, specialmente di quella prussiana, contro i feudali e contro la monarchia assoluta, in una parola, il movimento liberale, divenne più serio.

Così al vero socialismo si offrì l'auspicata occasione di contrapporre le rivendicazioni socialiste al movimento politico, di lanciare i tradizionali anatemi contro il liberalismo, contro lo Stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, contro la libertà di stampa borghese, il diritto borghese, la libertà e l'eguaglianza borghesi; e di predicare alla massa popolare come essa non avesse niente da guadagnare, anzi tutto da perdere con quel movimento borghese. Il socialismo tedesco dimenticava in tempo che la critica francese della quale esso era l'insulso eco, presuppone la società borghese moderna con le corrispondenti condizioni materiali d'esistenza e l'adeguata costituzione politica: tutti presupposti che in Germania si trattava appena di conquistare.

Il vero socialismo servì ai governi assoluti tedeschi, col loro seguito di preti, di maestrucoli, di nobilucci rurali e di burocrati, come gradito spauracchio contro la borghesia che avanzava minacciosa.

Costituì il dolciastro complemento delle acri sferzate e delle pallottole di fucile con le quali quei governi rispondevano alle insurrezioni operaie.

Mentre il vero socialismo diventava così un'arma nelle mani dei governi contro la borghesia tedesca, esso rappresentava d'altra parte anche direttamente un interesse reazionario, l'interesse del popolo minuto tedesco. In Germania la piccola borghesia, che è un'eredità del secolo XVI, e sempre vi riaffiora, da quell'epoca in poi, in varie forme, costituisce il vero e proprio fondamento sociale della situazione attuale.

La sua conservazione è la conservazione della situazione tedesca attuale. Essa teme la sicura rovina dal dominio industriale e politico della borghesia, tanto in conseguenza della concentrazione del capitale, quanto attraverso il sorgere di un proletariato rivoluzionario. Le sembrò che il vero socialismo prendesse entrambi i piccioni con una fava. Ed esso si diffuse come un'epidemia.

La veste ordita di ragnatela speculativa, ricamata di fiori retorici di begli spiriti, impregnata di rugiada sentimentale febbricitante di amore, questa veste di esaltazione nella quale i socialisti tedeschi avviluppavano il loro paio di ossute verità eterne, non fece che aumentare lo spaccio della loro merce presso quel pubblico.

Per conto suo, il socialismo tedesco riconobbe sempre meglio la propria vocazione d'essere il burbanzoso rappresentante di questa piccola borghesia.

Esso ha proclamato la nazione tedesca la nazione normale; il filisteo tedesco l'uomo normale. Ha conferito ad ogni abiezione di costui un senso celato, superiore, socialistico pel qual l'abiezione significava il contrario di quel che era. Ed ha tratto le ultime conseguenze prendendo direttamente posizione contro la tendenza brutalmente distruttiva del comunismo e proclamando la propria imparziale superiorità a tutte le lotte di classe. Quanto circola in Germania di pretesi scritti socialisti e comunisti appartiene, con pochissime eccezioni, alla sfera di questa sordida e snervante letteratura.

La Fiat e la voce degli operai polacchi

Tommaso Pirozzi: Fiat e la voce degli operai polacchiNote di Tommaso|Note su
Fiat e la voce degli operai polacchi
Oggi alle 11.24
Ecco il testo della lettera:

“La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)

A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.

Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso.
Che cosa abbiamo ormai da perdere?

Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.

In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.

E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.

Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.

Lavoratori, è ora di cambiare”.

E’ opportuno ricordare che i lavoratori della Fiat di Pomigliano D’Arco sono stati chiamati a votare per accettare le condizioni che la FIAT gli ha posto per riportare in Italia la produzione della Panda prodotta in Polonia, a Tychy. Le condizioni imposte da Marchionne sono: sabato lavorativo, tre turni al giorno invece di due, pausa pranzo ridotta a mezz’ora, 120 ore di straordinari obbligatori e periodi di malattia non retribuiti. La lettera degli operai di Tychy è emblematica e persino tragica. Che cosa non si è disposti a fare pur di rimanere al lavoro? E segnala almeno un punto critico: perchè il sindacato italiano non ha nemmeno provato ad incontrare quei lavoratori impedendo così alla Fiat di cavalcare la guerra fra poveri per il posto di lavoro?

sabato 24 luglio 2010

la truffa newco

La truffa Newco

Sembrerebbe che la Fiat abbia allo studio il progetto di inventarsi una newco a Pomigliano per riassumere, alle sue condizioni, il personale che le farà comodo, punire con il licenziamento il quaranta per cento che ha osato sfidare il Divino A.d. Marchionne, creare una realtà ab novo simile a quella Alitalia. Il caso Alitalia viene studiato attentamente ed assunto a modello per la nuova società.
Per quanto i giuristi della Fiat possano essere di altissimo livello e di grande abilità non potranno tuttavia ignorare che c'è una differenza insuperabile tra la situazione Fiat Stabilimento G.B.Vico e
l'Alitalia. La cordata di imprenditori che ha dato vita alla Kai era costituito di persone fisiche e giuridiche diverse da quelle che costituivano l'Alitalia. Nel caso della Newco di Pomigliano sarebbe la Fiat che succederebbe a se stessa, Marchionne a Marchionne, la famiglia Agnelli alla famiglia Agnelli.
Quindi si tratterebbe di una operazione che simulerebbe un cambiamento di ragione sociale che in effetti non c'è. Una truffa!
C'è una volontà del padronato italiano di sciogliersi dai vincoli della legalità, di profittare del proprio potere per rovesciare il tavolo e riportare a condizioni premoderne le regole del lavoro. La Fiat sembra pronta a non iscriversi alla Confindustria per non avere obbligazioni contrattuali. Vorrebbe fuoriuscire dal sistema contrattuale che sente troppo stretto ed inadatto alla realizzazione delle sue voglie di dominio e di profitto.
Per quanto la posizione della Marcegaglia sia apparsa di freno a quella di Marchionne non credo che ci sia un reale dissenso nel campo padronale. Emerge con sempre maggiore chiarezza la voglia di ribaltare ogni accordo e di organizzare un regime in cui alla bilateralità degli accordi subentrerà subito
la unilateralità della volontà padronale già apparsa a Pomigliano. "Queste sono le condizioni! Prendere o lasciare". Naturalmente si sa che il "lasciare" è del tutto retorico dal momento che i lavoratori non hanno alternativa. Hanno bisogno di lavorare per vivere e potrebbero, in caso di necessità, acconciarsi anche alle condizioni più umilianti e più dure.
Pietro Ancona
già consigliere CNEL

giovedì 22 luglio 2010

I licenziati in Borsa e l'osceno sindacalismo italiano

La Fiat in Borsa e l'osceno sindacato italiano

La Fiat ha avuto uno strepitoso successo in borsa. Il titolo è aumentato del 6,41 per cento dopo la
comunicazione del buon andamento del trimestre e della scissione in due della Impresa. La Fiat auto prosegue la sua marcia nella globalizzazione verso una produzione di sei milioni di auto ritenuta la sola vincente nella competizione attuale.
Questo brillante successo borsistico è stato preparato meticolosamente con alcune operazioni
aggressive rivolte a neutralizzare l'insuccesso di Marchionne nel referendum di Pomigliano. Gli azionisti danno le pagelle sul conflitto sociale, sui diritti, sulla forza del sindacato.La Fiat doveva rassicurarli di avere un mano un nodoso bastone e di tenere l'ordine. Cinque lavoratori sono stati licenziati. Scelti tra gli aderenti o esponenti della Fiom e dello SliCobas che sono
i sindacati che continuano a restare tali e cioè a svolgere le funzioni di tutela dei lavoratori che Cisl UIL ed altri sindacati gialli hanno dismesso da un pezzo. Marchionne in persona è intervenuto su "Repubblica di oggi"sul licenziamento di uno degli operai. Ha testualmente detto: "perchè si deve
tollerare che uno dice di portare il figlio dal medico e poi va a scioperare?"Qualcuno dovrebbe fargli osservare che non c'è proporzione tra il "delitto" commesso e la pena inflitta. In secondo luogo il licenziato potrebbe benissimo aver portato il figlio dal medico ed utilizzato il resto del tempo per partecipare alla manifestazione con i suoi compagni di lavoro. In terzo luogo, partecipare ad una manifestazione per difendere i diritti e la dignità messi in pericolo dalla introduzione di sistemi WMC ha una valenza morale che non può essere disconosciuta. I licenziamenti sono stati una fredda e per certi versi maramaldesca risposta all'insuccesso della pretesa mafiosa di condivisione di una riorganizzazione della produzione basata sullo sfruttamento intensivo del lavoro con accordi illegali ed anticostituzionali che sono già stati denunziati alla magistratura ed all'Inail con un esposto che evidenzia le gravi patologie scheletrico-muscolari-nervose alle quali andranno incontro i lavoratori.
Marchionne ci fa sapere che produrrà in Serbia la manovolume che "con sindacati più seri" si faceva a Mirafiori. La "serietà " alla quale allude Marchionne è quella fin qui dimostratagli da Cisl ed Uil ma che evidentemente non gli basta per stare tranquillo. La Fiom e la stessa CGIL non sarebbero "seri" e pertanto vengono additati come responsabili del trasferimento all'estero dell'impianto. Insomma chi difende i diritti è responsabile della fuga all'estero delle aziende. Anche il meschino e tartufista quadro politico italiano interviene per lamentarsi dell' estremismo della FIOM e dei Cobas che metterebbero a repentaglio l'occupazione. Ma la Fiat si trasferisce all'estero perchè la povera Serbia, assetata dal bisogno di creare occupazione, pagherà quasi per intero lo stabilmento. Cosa che a suo tempo è successa a Termini Imerese. I paesi poveri e bisognosi di lavoro sono disposti a pagare coloro i quali si degnano di impiantarvelo. La Fiat quindi avrà contributi dallo Stato serbo e potrà avere a disposizione una manodopera da pagare meno della metà di quella italiana. Questo problema delle disuguaglianze salariali dentro l'Unione Europea sta diventando allarmante: c'è una formidabile spinta al livellamento verso il basso e di sottrazione di diritti da una imprenditoria cinica, irresponsabile, alla ricerca di profitti "mordi e fuggi" e di zone nelle quali si possono permettere di inquinare senza grossi problemi. Ne sappiamo qualcosa per quanto è accaduto in Sicilia negli anni sessanta nei poli siracusano e gelese della petrolchimica. Se la globalizzazione abbisogna di regole lo stesso dicasi
dell'area della Unione Europea dentro la quale i paesi dell'Est sono diventati una vasta area per la delocalizzazione di impianti provenienti da democrazie economiche e sociali più mature ed avanzate.
Sindacati e sinistra non fanno nulla per fronteggiare questa terribile deriva verso l'inabissamento dei diritti e del welfare in Europa. Non esiste una linea di fronteggiamento dei salari e dei diritti dall'attacco padronale. Bisognerebbe chiedere il Salario Minimo Garantito in tutta la Unione Europea ed avviare
la contrattazione europea. Potrebbero iniziare i metalmeccanici con la presentazione di un progetto di
Contratto Collettivo Europeo di Lavoro che potrebbe ribaltare la tendenza alla decontrattualizzazione sostenuta dalla Confindustria ed appoggiata in Italia da Cisl ed Uil.
Ma le scelte che stanno compiendo sindacati italiani come la Cisl e l'UIL sono davvero oscene. Bonanni ha elogiato "l'accordo" di Pomigliano e ne fa un modello da estendere a tutte le imprese italiane. Insomma è d'accordo con la Marcegaglia, Sacconi e con Marchionne: bisogna dare una forte sterzata
e cambiare le regole ed i contenuti del lavoro riportandolo agli estremi parametri indicati per il massimo sfruttamento della prestazione umana. E' immorale, è osceno che coloro i quali sono preposti alla difesa dei diritti dei lavoratori si facciano portavoce della ideologia del padronato. Se padronato e sindacato parlano lo stesso linguaggio e condividono le stesse cose i lavoratori si ritroveranno nella solitudine di chi è costretto a chinare la testa o a cercare una via di salvezza diversa da quella che finora era assicurata da una normale dialettica del conflitto sociale.
Pietro Ancona
già consigliere del CNEL





http://www.affaritaliani.it/economia/fiat_cda_approva_scissione_industrial210710.html
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Per_i_Giornalisti/Rassegna_Stampa/Indice_Cronologico/2010/Maggio/04/INAIL_territoriale/info1639004097.jsp

mercoledì 21 luglio 2010

Il Manifesto dei Comunisti. Secondo Capitolo

[ Indice de Il Manifesto del Partito Comunista ]

Il Manifesto del Partito Comunista
II. Proletari e Comunisti


In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?

I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai.

I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.

I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario.

I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia.

Quindi in pratica i comunisti sono la parte progressiva più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, e quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla restante massa del proletariato, di comprendere le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario.

Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.

Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. L'abolizione di rapporti di proprietà esistiti fino a un dato momento non è qualcosa di distintivo peculiare del comunismo.

Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a continui cambiamenti storici, a una continua alterazione storica.

Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà feudale in favore di quella borghese.

Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.

Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell'appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale.

Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata, guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell'industria.

O parlate della moderna proprietà privata borghese?

Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea proprietà a questo proletario? Affatto. Il lavoro del proletario crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l'antagonismo fra capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo antagonismo. Essere capitalista significa occupare nella produzione non soltanto una pura posizione personale, ma una posizione sociale.

Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo mediante una attività comune di molti membri, anzi in ultima istanza solo mediante l'attività comune di tutti i membri della società.

Dunque, il capitale non è una potenza personale; è una potenza sociale.

Dunque, se il capitale viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti i membri della società, non c'è trasformazione di proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. La proprietà perde il suo carattere di classe.

Veniamo al lavoro salariato.

Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoro, cioè è la somma dei mezzi di sussistenza che sono necessari per mantenere in vita l'operaio in quanto operaio. Dunque, quello che l'operaio salariato s'appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza. Noi non vogliamo affatto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la riproduzione della esistenza immediata, appropriazione che non lascia alcun residuo di profitto netto tale da poter conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, nella quale l'operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l'interesse della classe dominante.

Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un mezzo per moltiplicare il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per ampliare, per arricchire, per far progredire il ritmo d'esistenza degli operai.

Dunque nella società borghese il passato domina sul presente, nella società comunista il presente domina sul passato. Nella società borghese il capitale è indipendente e personale, mentre l'individuo operante è dipendente e impersonale.

E la borghesia chiama abolizione della personalità e della libertà l'abolizione di questo rapporto! E a ragione: infatti, si tratta dell'abolizione della personalità, della indipendenza e della libertà del borghese.

Entro gli attuali rapporti di produzione borghesi per libertà s'intende il libero commercio, la libera compravendita.

Ma scomparso il traffico, scompare anche il libero traffico. Le frasi sul libero traffico, come tutte le altre bravate sulla libertà della nostra borghesia, hanno senso, in genere, soltanto rispetto al traffico vincolato, rispetto al cittadino asservito del medioevo; ma non hanno senso rispetto alla abolizione comunista del traffico, dei rapporti borghesi di produzione e della stessa borghesia.

Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell'enorme maggioranza della società.

In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà.

Certo, questo vogliamo.

Appena il lavoro non può più essere trasformato in capitale, in denaro, in rendita fondiaria, insomma in una potenza sociale monopolizzabile, cioè, appena la proprietà personale non può più convertirsi in proprietà borghese, voi dichiarate che è abolita la persona.

Dunque confessate che per persona non intendete nient'altro che il borghese, il proprietario borghese. Certo questa persona deve essere abolita.

Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione.

Si è obiettato che con l'abolizione della proprietà privata cesserebbe ogni attività e prenderebbe piede una pigrizia generale.

Da questo punto di vista, già da molto tempo la società borghese dovrebbe essere andata in rovina per pigrizia, poiché in essa coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano. Tutto lo scrupolo sbocca nella tautologia che appena non c'è più capitale non c'è più lavoro salariato.

Tutte le obiezioni che vengono mosse al sistema comunista di appropriazione e di produzione dei prodotti materiali, sono state anche estese alla appropriazione e alla produzione dei prodotti intellettuali, come il cessare della proprietà di classe è per il borghese il cessare della produzione stessa, così il cessare della cultura di classe è per lui identico alla fine della cultura in genere.

Quella cultura la cui perdita egli rimpiange, è per la enorme maggioranza la preparazione a diventar macchine.

Ma non discutete con noi misurando l'abolizione della proprietà borghese sul modello delle vostre idee borghesi di libertà, cultura, diritto e così via. Le vostre idee stesse sono prodotti dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà, come il vostro diritto è soltanto la volontà della vostra classe elevata a legge, volontà il cui contenuto è dato nelle condizioni materiali di esistenza della vostra classe.

Voi condividete con tutte le classi dominanti tramontate quell'idea interessata mediante la quale trasformate in eterne leggi della natura e della ragione, da rapporti storici quali sono, transeunti nel corso della produzione, i vostri rapporti di produzione e di proprietà. Non vi è più permesso di comprendere per la proprietà borghese quel che comprendete per la proprietà antica e per la proprietà feudale.

Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti.

Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica.

La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale.

Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari.

E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l'influenza della società sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza della classe dominante.

La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.

Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne.

Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne.

Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.

Del resto non c'è nulla di più ridicolo del moralissimo orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza delle donne; essa è esistita quasi sempre.

I nostri borghesi, non paghi d'avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le loro mogli.

In realtà il matrimonio borghese è la comunanza delle mogli. Tutt'al, più ai comunisti si potrebbe rimproverare di voler introdurre una comunanza delle donne ufficiale e franca al posto di una comunanza delle donne ipocritamente dissimulata. del resto è ovvio che, con l'abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.

Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.

Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.

Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.

Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.

Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.

Non meritano d'essere discusse in particolare le accuse che si fanno al comunismo da punti di vista religiosi, filosofici e ideologici in genere.

C'è bisogno di una profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale?

Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.

Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza.

Quando il mondo antico fu al tramonto, le antiche religioni furono vinte dalla religione cristiana. Quando nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alle idee dell'illuminismo, la società feudale dovette combattere la sua ultima lotta con la borghesia allora rivoluzionaria. Le idee della libertà di coscienza e della libertà di religione furono soltanto l'espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza.

Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento storico le idee religiose, morali, filosofiche, politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi cambiamenti la religione, la morale, al filosofia, la politica, il diritto si sono sempre conservati.

Inoltre vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli stati della società. Ma il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle; quindi il comunismo si mette in contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti sinora.

A cosa si riduce quest'accusa? La storia di tutta quanta la società che c'è stata fino ad oggi s'è mossa in contrasti di classe che hanno avuto un aspetto differente a seconda delle differenti epoche.

Lo sfruttamento d'una parte della società per opera dell'altra parte è dato di fatto comune a tutti i secoli passati, qualunque sia la forma ch'esso abbia assunto. Quindi, non c'è da meravigliarsi che la coscienza sociale di tutti i secoli si muova, nonostante ogni molteplicità e differenza, in certe forme comuni: forme di coscienza, che si dissolvono completamente soltanto con la completa scomparsa dell'antagonismo delle classi.

La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di proprietà; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale.

Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.

Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi despotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell'intero sistema di produzione.

Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda dei differenti paesi.

Tuttavia, nei paesi più progrediti potranno essere applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti:

1.- Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.

2.- Imposta fortemente progressiva.

3.- Abolizione del diritto di successione.

4.- Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.

5.- Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.

6.- Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.

7.- Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.

8.- Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.

9.- Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e della industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna.

10.- Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale e così via.

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.

martedì 20 luglio 2010

L'ITALIA COME LA COREA?

Pomigliano: inseguendo la Corea
La Panda è la Fiat che dà meno margini di guadagno. Scegliere di costruire
qui un modello del genere, che le altre case producono nei paesi emergenti,
significava di per sé dover ottenere condizioni del lavoro simili a quelle.
Che poi, magari, saranno replicate in altri stabilimenti

Alfredo Recanatesi
C’è da trasecolare ascoltando le dichiarazioni del governo – Sacconi e
Tremonti in particolare – che additano l’accordo da raggiungere su
Pomigliano come “il” modello delle nuove relazioni industriali. C’è da
chiedersi se sanno quel che dicono e se si rendono conto che quelle loro
dichiarazioni schiudono un futuro disperante per il nostro già malconcio
paese.

Nel caso specifico, la questione di Pomigliano nasce quando il governo
obiettò alla Fiat la circostanza che, tra i grandi paesi dell’Europa
occidentale, l’Italia si distingueva per essere quello nel quale si
producevano meno automobili. La Fiat concesse di elevare la produzione sul
territorio nazionale da 600.000 a 900.000 unità. Soddisfazione generale,
perché pochi annusarono il trabocchetto che Marchionne andava tessendo.
Quando si delinearono gli aspetti operativi di quel piano, infatti, venne
fuori che la quota addizionale della produzione di autoveicoli sarebbe stata
costituita dalla Panda, il cui nuovo modello, anziché in Polonia come il
modello attualmente ancora in produzione, sarebbe stato prodotto, appunto,
in Italia.

La Panda? E perché proprio la Panda?

La Panda, come tutti sanno, è il modello entry-level dell’intero gruppo
Fiat. Seppure progettata con una perizia non facilmente eguagliabile, è la
più spartana ed economica della gamma, e come tale si confronta con le
entry-level delle altre case generaliste. Date queste connotazioni, si può
capire perché in questa fascia di mercato la fanno da padrone le case
coreane – filiazioni di case giapponesi ed americane – seguite da quelle
europee. Ma le auto che troviamo come ingresso nei listini delle case
europee occidentali non sono fabbricate in Francia o in Germania, ma nei
paesi dell’est europeo, come per altro la Fiat ha fatto finora con l’attuale
modello della Panda e con la più ricercata 500, o in paesi più lontani. La
Volkswagen, per dire della maggiore casa europea, ha in listino un modello
della classe Panda, la Fox, ma non esce certo dagli stabilimenti tedeschi,
essendo fabbricata nientemeno che in Brasile e in Argentina. Il motivo è
semplice: si tratta di auto economiche, che si confrontano nella fascia in
cui la concorrenza è più accesa, con una domanda estremamente elastica al
prezzo; auto, in definitiva, con il più basso contenuto di valore aggiunto e
con margini, se e quando ci sono, ridotti all’osso. Auto dunque che può
essere conveniente produrre solo alla condizione che vengano fabbricate in
paesi dove i salari sono bassi, la manodopera poco o nulla sindacalizzata,
le tutele scarse o inesistenti del tutto.

Lo stesso fatto di immaginare di fabbricare la Panda in Italia, quindi,
presuppone condizioni che equiparino costi ed organizzazione del lavoro a
quelli che possono essere ottenuti in Corea o, al massimo, nell’Europa dell’est.
Il protocollo Fiat che detta le condizioni per investire su Pomigliano per
farvi 280.000 nuove Panda l’anno non è altro che lo sviluppo per tabulas di
questa equiparazione. Ben altro discorso sarebbe se, anziché con la Panda,
si volesse ampliare la produzione domestica con auto di classe più elevata,
con un maggiore valore aggiunto, margini più ampi, e, dunque, possibilità di
sostenere più onerose condizioni economiche e normative per le maestranze.

Dice: meglio polacchi, rumeni, coreani e magari anche cinesi che
disoccupati. Certo, messa in questi termini non c’è scelta. Se queste
condizioni non si realizzano, la Panda non si può fare in Italia, Pomigliano
chiuderà e 15.000 persone, tra occupazione diretta e indotto, perderanno il
lavoro in una zona dove di lavoro dignitoso e, soprattutto, legale non ce n’è.
La tesi dei tanti benpensanti, compresi i benpensanti sindacalisti,
sembrerebbe di una linearità ineccepibile, e schiavo di stantìe ideologie
sembrerebbe chi la pensa diversamente e, pensandola diversamente, spinge
15.000 famiglie sul lastrico.

Eppure qualcosa da eccepire c’è. Intanto sulla strategia della Fiat che,
certo, è una azienda privata che ha tutto il diritto di compiere le scelte
che ritiene per lei più convenienti. Ed è ovvio che la sua convenienza sta
nel puntare su un’auto in concorrenza con prodotti fabbricati in paesi
emergenti al fine primario di chiedere l’applicazione in Italia di
condizioni da paese emergente col fine secondario di poterle replicare, se l’operazione
riesce come riuscirà, sugli altri stabilimenti italiani e fare scuola per
chissà quante altre manifatture nazionali.

Ma soprattutto c’è da eccepire su chi, facendo leva su quei 15.000
sventurati che devono scegliere se mangiare la minestra o saltare
(letteralmente) dalla finestra, esulta per la “svolta storica” e per il
“nuovo modello di relazioni” che così verrebbe stabilito. Davvero? La
responsabilità, la modernità, il realismo, la lungimiranza consisterebbero
nell’assunzione di paradigmi coreani, cinesi, o, bene che vada, polacchi per
le condizioni di lavoro e di vita? È questo che intendono i nostri politici,
i nostri governanti, i sindacalisti “responsabili”? Almeno risparmiateci
queste paternali elargite col ditino alzato per dimostrare che in questo
modo l’industria nazionale prospera e tutti ci possono guadagnare.

La storia è ormai lunga e dimostra ad abundantiam esattamente il contrario,
ossia che il recupero di produttività realizzato a spese del fattore lavoro
non solo non funziona, ma conduce un paese che ambiva confrontarsi con i
modelli dell’Europa occidentale a confrontarsi con i paesi emergenti dell’est-Europa,
dell’Asia, del sud-America. È una storia cominciata da almeno quindici anni,
ossia da quando al sistema produttivo nazionale è venuta meno la elargizione
di competitività che periodicamente veniva realizzata attraverso la
svalutazione della moneta. Mediamente – e ripetiamo: mediamente – il sistema
produttivo o, più specificamente, il sistema manifatturiero, non ha
riformulato la sua strategia impostata sul prezzo per puntare sulla
innovazione e sulla qualità, con la conseguenza che si è trovata a competere
con paesi sempre più attardati sulla via dello sviluppo economico e civile.
Le imprese, di conseguenza, hanno incontrato crescenti difficoltà nel
difendere le posizioni di mercato precedentemente raggiunte, la loro
sopravvivenza è stata sottoposta a crescenti rischi, e per allontanare
questi rischi hanno chiesto ed ottenuto di recuperare la competitività
perduta a spese del fattore lavoro: dall’accordo del ’93 che aprì l’epoca
della moderazione salariale al Pacchetto Treu, e poi il profluvio di
contratti atipici, e poi la legge 30, e poi la contrattazione decentrata e
via dicendo fino al protocollo del Lingotto su Pomigliano.

In breve, il problema di un sistema produttivo che – per la sua stessa
struttura basata sulla piccola dimensione, per carenza di capitali propri,
per una scarsa propensione al rischio, per la incapacità di investire nell’innovazione
di prodotto – ha accusato pesantemente i colpi della competizione globale è
stato sempre risolto, o almeno alleviato, erodendo le condizioni di vita e
di lavoro che maestranze e dipendenti avevano conquistato nel corso del
‘900.

Con quali risultati? Nessuno di quelli che di volta in volta erano stati
promessi da governi, Confindustria, imprese: la ricomposizione del sistema
produttivo è stata disincentivata, il nostro modello di specializzazione è
rimasto fondamentalmente quello basato sulla competitività di prezzo, il
prodotto ha rallentato la crescita fino a regredire; la distribuzione del
valore aggiunto prodotto si è costantemente spostata a favore del capitale e
delle rendite; il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è fermo
da quindici anni e per molti è regredito; l’area del precariato sottopagato
e con tutele scarse o nulle si è progressivamente estesa. Questi sono i
risultati di politiche presentate di volta in volta come “moderne” e
“responsabili”. Ora la Panda è l’emblema di un paese che, dopo aver sognato
di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a
competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi. Ogni vertenza si chiude
scendendo un gradino di una scala che terminerà solo quando le condizioni di
vita e di lavoro saranno equivalenti a quelle dei paesi emergenti: ogni
volta si guarda a quel singolo gradino che si finisce per scendere, è ovvio,
perché un gradino in meno è sempre meglio della disoccupazione. Anche questa
volta il gradino di Pomigliano verrà sceso, ma almeno non si pretenda che si
faccia festa, ma si abbia consapevolezza di una necessità che perpetua il
declino dell’ultimo quindicennio.

L’evidenza della sintomatologia rende facile la diagnosi di questo ormai
lungo ed accentuato declino. Delle terapie si può dire solo che postulano
cure lunghe e probabilmente penose perché l’obiettivo non può che essere un
diverso modello di specializzazione (quello che occorreva adottare e
promuovere almeno quindici anni fa) e comporta processi economici e sociali
che possono essere sostenuti solo a fronte di un programma in grado di
riscuotere un consenso diffuso e convinto (questa, illustre ministro dell’Economia,
sarebbe una economia sociale di mercato, non il protocollo coreano di
Pomigliano). È una prospettiva certamente severa e dall’esito tutt’altro che
scontato, ma è ancor più severa, perché senza speranza, la prospettiva di
una equiparazione alla Corea o alla Romania. Mutuando le parole di
Lichtemberg, è il caso di concludere dicendo “in verità non si può dire se
la situazione sarà migliore quando cambierà; ma si può dire che deve
cambiare se si vuole che sia migliore”.
(16/06/2010)

pubblicato su Eguaglianza e Libertà