----- Original Message -----
Subject: la trattativa
La detassazione e l'abolizione del contratto nazionale di lavoro strumenti di disgregazione della coesione sociale dei lavoratori e del Paese.
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Il professore Alfredo Recanatesi ha dimostrato come la scelta della detassazione come risposta alla crisi dei salari sia perdente e persino controproducente. Unisco alla presente il suo scritto sottoponendolo alla riflessione dei gruppi dirigenti sindacali che si accingono a fare una "trattativa" i cui esiti sono stati già stabiliti dalla Confindustria e forse, tranne per qualche dettaglio, già accettati dal governo e rinviati soltanto per una mera questione di finanziamento.
Alle argomentazioni del Prof.Recanatesi aggiungo che si dovranno reperire ed usare risorse per almeno dieci miliardi di euro, un disastro (ha ragione il Ministro del Tesoro) per l'Italia, pochi miserabili spiccioli per ogni singolo lavoratore. Uno sperpero inaudito, una distruzione di ricchezza per uno scopo che non risolverà nessun problema. Quando si detasserà un salario mensile di 70 o 80 euro non cambierà niente nella condizione retributiva. Si può dire che la cifra è già stata inghiottita dai rincari del costo della vita. Il problema dell'immiserimento delle classi lavoratrici resterà per intero, sarà evidenziato ulteriormente e umilierà ancora di più le persone interessate.
Inoltre, come ho già scritto, dal momento in cui si concluderà la "trattativa", gli imprenditori italiani si riterranno per sempre esonerati dall'obbligo di corrispondere una paga equa come vuole la Costituzione tranne che per la cottimizzazione chiamata "secondo livello di contrattazione" che ha come modello la ThissenKrupp e il rapporto di lavoro asiatico. Questo mentre la Cina si dota di una legge sul lavoro che costituisce una novità mondiale di grande rilievo e mette un fermo allo scivolamento verso il basso dei salari europei ed americani. Il Vietnam e la Corea sono i nuovi punti di riferimento e di confronto dell'imprenditoria italiana.
Perchè in Italia sta accadendo questo? Perchè
si è firmato un protocollo di welfare c he disegna condizioni schiavistiche per il lavoro a tempo determinato?
Perchè la strategia sindacale è dettata dalla Cisl che ieri sottoscrisse il Patto per l'Italia. Una strategia sostenuta dai dirigenti "comunisti" del Partito Democratico ed imposta alla CGIL.
Una strategia miope dal momento che gli interessi dell'Italia coincidono con gli interessi dei lavoratori. Se i lavoratori stanno male anche l'Italia sta male. La cultura del sindacalismo riformista (Di Vittorio, Santi,Lama) ha dimostrato che migliori rapporti salariali sono un lievito per la modernizzazione dell'apparato produttivo del Paese. L'Italia è andata avanti bene fino a quando gli operai hanno potuto con il loro salario condurre una vita decente e magari riuscivano a laureare un figlio. Ora non sono in grado di pagarsi l'affitto di casa e vivere e vengono spazzati via con le ruspe dai sindaci perbenisti del nuovo autoritarismo post democratico che vuole eliminare dalla vista i poveri e la povertà.
Per tutto questo credo che la trattativa non si debba fare e che la CGIL debba rimeditare le sue scelte strategiche e salariali ed attestarsi su punti innovativi.
Mi permetto di suggerirne qualcuno:
1) miglioramenti contrattuali al livello del rinnovo del contratto dei bancari tutti i carico delle imprese;
2) Salario Minimo Garantito dalla legge per evitare l'uso di manodopera straniera e prezzi stracciati di 3 euro o 4 euro l'ora;
3) abolizione del lavoro interinale, delle agenzie di lavoro interinale, delle cooperative che si limitano ad offrire manod'opera. Ci sono cooperative che offrono lavoro agli ospedali ed alle aziende al minimo salariale sul quale i dirigenti "proprietari" delle cooperative si ritagliano una bella fetta per condurre una vita lussuosa;
4) abolizione della famigerata legge Maroni-Sacconi oramai superata in tante sue parti financo dalla legge cinese sul lavoro entrata in vigore il 1 gennaio;
5) riforma della truffaldina legge Maroni sullo straordinario che riconoscendo al lavoratore undici ore di riposo continuativo non dice quale è il limite della giornata lavorativa e quante ore di straordinario si possono fare e con quali procedure;
6) conferimento per legge ai delegati aziendali alla sicurezza di particolari poteri come la sospensione di una lavorazione ritenuta pericolosa o la richiesta cogente di modifiche nel macchinario o nel procedimento produttivo;
7) assegno integrativo agli orfani del lavoro fino al raggiungimento della loro maggiore età. Soltanto durante il 2007 in Italia si sono "creati" da duemila a tremila orfani di caduti sul lavoro.
8) destinare i soldi previsti per la detassazione a miglioramenti delle pensioni fino a al livello dei salari corrispondenti ripristinando il fiscal drag e miglioramento il meccanismo di adeguamento oggi fermo alla inflazione programmata.
Se la Cisl e la Uil non ci stanno vadano pure a fare un altro Patto per l'Italia. Voglio vedere la sinistra al governo che approva una nefandezza sociale cosi eclatante.
Pietro Ancona
già segretario generale cgil sicilia in pensione
già membro del CNEL
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=71805
venerdì 4 gennaio 2008
la nuova legge del lavoro cinese (dal manifesto)
Il lavoro cinese ritrova un diritto
Da ieri sono in vigore le nuove norme che proteggono i lavoratori in modo molto più articolatoLa controffensiva delle imprese: orde di avvocati per «circoscrivere» le conseguenze pratiche della nuova legge. E riscrittura autoritaria di nuovi contratti per mantenere il più a lungo possibile i «vecchi» vantaggi nei confronti della forza-lavoro
Angela Pascucci
Vigilia di Natale. Centinaia di massaggiatrici non vedenti del Mang Bing Massage Centre di Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, si ammassano davanti all'ufficio del lavoro della Zona economica speciale per chiedere giustizia contro il loro padrone. Un mascalzone che, approfittando della loro difficoltà a leggere, ha fatto sottoscrivere a tutte un accordo per mettere fine al vecchio contratto e firmarne uno nuovo. Le donne si sono fidate. Ignoravano che dall'1 gennaio una nuova legge avrebbe loro assicurato migliori condizioni di lavoro e garantito, in alcuni casi, un contratto a tempo indeterminato. Il boss, con tutta evidenza, lo sapeva benissimo ed è corso per tempo ai ripari. Come lui, un esercito di padroni e padroncini; tanto che a metà dicembre le autorità del Guangdong hanno emesso una tardiva ordinanza che imponeva a chi volesse licenziare più di 30 dipendenti o più del 10% della propria forza lavoro di chiedere l'autorizzazione al governo locale. La storia, poco edificante, narra che con l'entrata in vigore della nuova legge sui contratti di lavoro, dal primo gennaio la Cina potrebbe diventare, ancora una volta, un'altra Cina. Potrebbe. Dovrebbe. Sul terreno che si estende tra il condizionale e la realtà è in corso uno scontro cruento, dall'esito non scontato ma dagli effetti planetari, visto che in Cina si trova il 25% della forza lavoro mondiale e che il 60% dell'export cinese è prodotto da multinazionali straniere. I vertici delle compagnie guidano l'attacco. Dopo aver combattuto a lungo contro la nuova legislatura, dalla sua approvazione, il 29 giugno scorso, hanno mobilitato schiere di consulenti legali per aggirare, piegare, reinterpretare le nuove norme che oggi proteggono i lavoratori cinesi con una chiarezza mai tanto codificata prima. E mentre nelle retrovie i legulei scavano, sul palcoscenico è messa in scena la tragedia: è la fine, ce ne andiamo, i costi saranno insostenibili, i tempi sono già grami, la Cina senza manodopera a prezzi stracciati non ci conviene. Intanto fioccano i licenziamenti preventivi. «Potere al popolo», niente di meno, è il titolo di un editoriale pubblicato a novembre sul China International Business. L'autore, Steven M. Dickinson, oltre a tenere il China Law Blog è anche consulente d'impresa e, come biasimarlo, cerca di alzare il prezzo delle proprie prestazioni. E' però innegabile: in Cina dall'anno prossimo i rapporti fra padroni e lavoratori cambieranno in modo sostanziale visto che, almeno sulla carta, sono assicurati ai dipendenti diritti e protezioni che persino nel cosiddetto occidente sviluppato stanno diventando merce rara. I punti più dirompenti, rispetto all'esistente, sono quelli che impongono alle imprese di assumere a tempo indeterminato i lavoratori con più di dieci anni di anzianità e quelli che abbiano già completato due contratti a tempo determinato. Tanto per capire, sotto la precedente legge il numero dei contratti a termine, alla fine dei quali si poteva licenziare senza problemi, era illimitato.Un altro mondo, rispetto alla giungla attuale. I consigli scodellati in tempo reale dagli «esperti» hanno però aiutato le compagnie a riprendersi in parte dallo shock. Due le vie maestre indicate per aggirare la legge, o quanto meno ridurre il danno: la prima è chiudere tutti i vecchi rapporti di lavoro e concordarne di nuovi prima dell'1 gennaio, con i dipendenti prescelti. La seconda è cambiare la natura dei contratti stessi ricorrendo agli appalti esterni. Molto raccomandato l'outsourcing tra due contratti a tempo determinato.Istantanea l'applicazione dei consigli. Il caso più clamoroso, per l'eco avuta in patria e all'estero, è stato quello della compagnia di telecomunicazioni Hua Wei Technologies di Shenzhen, che già a settembre ha chiesto a 7.000 dipendenti con oltre otto anni di anzianità di servizio (incluso l'amministratore delegato, tanto per non destare sospetti) di dimettersi volontariamente per poi firmare nuovi contratti a termine, che avrebbero riportato indietro l'orologio dell'anzianità. Le dimensioni della faccenda ne hanno fatto un caso nazionale, la punta dell'iceberg che ha rivelato come l'applicazione della legge potesse essere elusa o almeno rallentata. All'inizio l'impresa ha cercato di negare tutto poi la riprovazione universale l'ha costretta ad andare a Canossa e a negoziare un accordo col sindacato che l'aveva denunciata di sabotare, con le sue pratiche, la costruzione della «società armoniosa» tanto cara al governo centrale.Nonostante lo scandalo, la Hua Wei si è trovata presto in buona compagnia nel nuovo sport nazionale del «licenzia e riassumi quando ti conviene». Il 17 novembre dal quartier generale della Carrefour Cina è partita una e-mail indirizzata al dipartimento risorse umane di ciascuno dei centri commerciali del paese con la richiesta di far firmare a 40mila dipendenti un nuovo contratto a tempo determinato della durata di due anni con decorrenza dal 28 dicembre 2007. La compagnia si è difesa affermando che voleva solo mettersi in regola con le nuove disposizioni. Ma i lavoratori più anziani rischiano di sicuro, se non la falcidie, l'azzeramento dei diritti pregressi. Né poteva mancare Wal Mart che, alla spicciolata, è riuscita a licenziare 200 dipendenti nei propri magazzini di stoccaggio e distribuzione delle merci. La televisione centrale cinese Cctv, invece, ha messo fuori immediatamente 1.800 interinali. La Kaixing Plastic & Metal Factory, fabbrica di giocattoli di Huizhou, nel Guangdong, più fantasiosa, ha chiesto di firmare il primo contratto della loro vita ai dipendenti più anziani. Gli è stato promesso che il salario non cambierà ma sulla carta firmata l'importo è più basso. Prendere o lasciare. L'applicazione della legge, con tutta evidenza, è vista come una jattura. E' comprensibile: vedersi erodere d'un colpo i profitti del 10-20% e proprio in Cina, per garantire i diritti dei lavoratori, può essere traumatizzante. Non erano queste le regole del gioco, quando ci si è seduti al tavolo. Tanto più che la congiuntura economica cinese si è fatta difficile, tra rivalutazione dello yuan, aumento dei costi dei terreni e delle materie prime, spese in espansione per la riduzione, ormai obbligatoria, dell'inquinamento provocato, crescita dei salari che, a prescindere dalla nuova legge, era una realtà in atto già da tempo nelle zone della costa e in quelle metropolitane (solo nei primi sei mesi del 2007 sono aumentati in media del 17%). La nuova legge, che sconvolge tutti i paradigmi correnti, irrompe con particolare forza nel segmento più basso, quello che comprende il terziario, le costruzioni, la manifattura. E che da sempre prospera, non solo in Cina, su salari miserrimi, evasione dei contributi e flessibilità. Il settore che comunque ha fatto del paese la «fabbrica del mondo».Non è un caso che i lamenti più alti arrivino dalle compagnie che si distinguono per le pratiche di sfruttamento più brutali e per la rozza struttura di impresa (eproprio per questo più a rischio di fallimento). Le previsioni di alcuni consulenti, riportate dall'agenzia Reuters il 18 dicembre scorso, danno già per certa la chiusura di centinaia di piccole e medie imprese taiwanesi nel Guangdong, mentre molte altre trasferiranno le attività nelle zone meno sviluppate dell'entroterra cinese o trasmigreranno in Vietnam. Joint ventures coreane a giapponesi minacciano di chiudere tutto e lasciare lo Shandong. C'è chi accusa la legge di voler far tornare la «ciotola di riso», il lavoro garantito a vita, spazzando via così quella selvaggia competitività del lavoro che ha messo in orbita l'economia cinese e attirato miliardi di investimenti. Paradossalmente, ma poi neanche tanto, le risposte rassicuranti vengono dai sindacati. Guo Jun, direttore del Dipartimento per il Management democratico dell'Actfu di Pechino, ad esempio, ha spiegato al Los Angeles Times che i padroni avranno ancora molta flessibilità grazie al part-time e che in ogni caso i contratti a lungo termine significano più lealtà da parte dei lavoratori. Il ruolo del sindacato nel New Deal pone un altro interrogativo. Ignorata nel settore privato, delegittimata in quello pubblico per il suo ruolo di cane da guardia del management, l'Acftu torna ad avere, grazie alla legge, un ruolo centrale. Come lo svolgerà è tutto da vedere, data la sua particolarissima natura, ben illustrata dalla storia di Liu Zhaoguang che il South China Morning Post ha raccontato il 28 dicembre. Liu, 50 anni, camionista in una compagnia statale, il 15 novembre ha ricevuto la comunicazione che il suo contratto, già scaduto alla fine di ottobre, non sarebbe stato rinnovato per raggiunti limiti di età. Si è rivolto al sindacato, ma si dà il caso che il capo della sua sezione sindacale sia anche il vice direttore della compagnia che lo ha licenziato. Non dappertutto vige questa profana commistione, ma di certo non c'è nessuna regola che la impedisca. C'è poi chi di dice che in Cina c'è già, dal 1995, una buona legge sul lavoro che stabilisce le 40 ore settimanali, il limite e il pagamento degli straordinari, e tutto il resto. Ma non viene fatta rispettare. Perché per la nuova legge dovrebbe essere diverso? Già il fatto che molti lavoratori cinesi ancora ignorino le nuove regole, non depone bene per la riuscita della causa. Raggiungere 200 milioni di migranti, i lavoratori più sfruttati e ricattati, richiederebbe una campagna d'informazione ben più imponente di quella messa in atto. E tuttavia questa legge ha buone probabilità di essere applicata, perché è il momento storico che lo richiede. C'è una leadership assediata da proteste e rivolte che ha fatto del «people first» e della crescita anche qualitativa il suo cavallo di battaglia, consapevole che le contraddizioni alla lunga si esasperano ed esplodono. Inoltre, dopo 30 anni di riforme, il paese sta di nuovo cambiando pelle e trasformando le sue modalità di transizione. C'è chi interpreta l'aumento del costo del lavoro come una strategia deliberata per spingere l'industria manifatturiera verso un modello di produzione più evoluto, dove il profitto non sia solo rapina delle risorse, materiali e umane, ma dia una spinta virtuosa all'intero sistema, aumentando la capacità di acquisto dei consumatori. Un intreccio che l'Occidente, gretto e in smobilitazione politica, ha gettato disinvoltamente nella spazzatura della storia. Sarebbe davvero paradossale se, alla fine, il «modello cinese» ritornasse indietro capovolto, a svolazzare beffardo sulle rovine del welfare europeo.
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Vigilia di Natale. Centinaia di massaggiatrici non vedenti del Mang Bing Massage Centre di Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, si ammassano davanti all'ufficio del lavoro della Zona economica speciale per chiedere giustizia contro il loro padrone. Un mascalzone che, approfittando della loro difficoltà a leggere, ha fatto sottoscrivere a tutte un accordo per mettere fine al vecchio contratto e firmarne uno nuovo. Le donne si sono fidate. Ignoravano che dall'1 gennaio una nuova legge avrebbe loro assicurato migliori condizioni di lavoro e garantito, in alcuni casi, un contratto a tempo indeterminato. Il boss, con tutta evidenza, lo sapeva benissimo ed è corso per tempo ai ripari. Come lui, un esercito di padroni e padroncini; tanto che a metà dicembre le autorità del Guangdong hanno emesso una tardiva ordinanza che imponeva a chi volesse licenziare più di 30 dipendenti o più del 10% della propria forza lavoro di chiedere l'autorizzazione al governo locale. La storia, poco edificante, narra che con l'entrata in vigore della nuova legge sui contratti di lavoro, dal primo gennaio la Cina potrebbe diventare, ancora una volta, un'altra Cina. Potrebbe. Dovrebbe. Sul terreno che si estende tra il condizionale e la realtà è in corso uno scontro cruento, dall'esito non scontato ma dagli effetti planetari, visto che in Cina si trova il 25% della forza lavoro mondiale e che il 60% dell'export cinese è prodotto da multinazionali straniere. I vertici delle compagnie guidano l'attacco. Dopo aver combattuto a lungo contro la nuova legislatura, dalla sua approvazione, il 29 giugno scorso, hanno mobilitato schiere di consulenti legali per aggirare, piegare, reinterpretare le nuove norme che oggi proteggono i lavoratori cinesi con una chiarezza mai tanto codificata prima. E mentre nelle retrovie i legulei scavano, sul palcoscenico è messa in scena la tragedia: è la fine, ce ne andiamo, i costi saranno insostenibili, i tempi sono già grami, la Cina senza manodopera a prezzi stracciati non ci conviene. Intanto fioccano i licenziamenti preventivi. «Potere al popolo», niente di meno, è il titolo di un editoriale pubblicato a novembre sul China International Business. L'autore, Steven M. Dickinson, oltre a tenere il China Law Blog è anche consulente d'impresa e, come biasimarlo, cerca di alzare il prezzo delle proprie prestazioni. E' però innegabile: in Cina dall'anno prossimo i rapporti fra padroni e lavoratori cambieranno in modo sostanziale visto che, almeno sulla carta, sono assicurati ai dipendenti diritti e protezioni che persino nel cosiddetto occidente sviluppato stanno diventando merce rara. I punti più dirompenti, rispetto all'esistente, sono quelli che impongono alle imprese di assumere a tempo indeterminato i lavoratori con più di dieci anni di anzianità e quelli che abbiano già completato due contratti a tempo determinato. Tanto per capire, sotto la precedente legge il numero dei contratti a termine, alla fine dei quali si poteva licenziare senza problemi, era illimitato.Un altro mondo, rispetto alla giungla attuale. I consigli scodellati in tempo reale dagli «esperti» hanno però aiutato le compagnie a riprendersi in parte dallo shock. Due le vie maestre indicate per aggirare la legge, o quanto meno ridurre il danno: la prima è chiudere tutti i vecchi rapporti di lavoro e concordarne di nuovi prima dell'1 gennaio, con i dipendenti prescelti. La seconda è cambiare la natura dei contratti stessi ricorrendo agli appalti esterni. Molto raccomandato l'outsourcing tra due contratti a tempo determinato.Istantanea l'applicazione dei consigli. Il caso più clamoroso, per l'eco avuta in patria e all'estero, è stato quello della compagnia di telecomunicazioni Hua Wei Technologies di Shenzhen, che già a settembre ha chiesto a 7.000 dipendenti con oltre otto anni di anzianità di servizio (incluso l'amministratore delegato, tanto per non destare sospetti) di dimettersi volontariamente per poi firmare nuovi contratti a termine, che avrebbero riportato indietro l'orologio dell'anzianità. Le dimensioni della faccenda ne hanno fatto un caso nazionale, la punta dell'iceberg che ha rivelato come l'applicazione della legge potesse essere elusa o almeno rallentata. All'inizio l'impresa ha cercato di negare tutto poi la riprovazione universale l'ha costretta ad andare a Canossa e a negoziare un accordo col sindacato che l'aveva denunciata di sabotare, con le sue pratiche, la costruzione della «società armoniosa» tanto cara al governo centrale.Nonostante lo scandalo, la Hua Wei si è trovata presto in buona compagnia nel nuovo sport nazionale del «licenzia e riassumi quando ti conviene». Il 17 novembre dal quartier generale della Carrefour Cina è partita una e-mail indirizzata al dipartimento risorse umane di ciascuno dei centri commerciali del paese con la richiesta di far firmare a 40mila dipendenti un nuovo contratto a tempo determinato della durata di due anni con decorrenza dal 28 dicembre 2007. La compagnia si è difesa affermando che voleva solo mettersi in regola con le nuove disposizioni. Ma i lavoratori più anziani rischiano di sicuro, se non la falcidie, l'azzeramento dei diritti pregressi. Né poteva mancare Wal Mart che, alla spicciolata, è riuscita a licenziare 200 dipendenti nei propri magazzini di stoccaggio e distribuzione delle merci. La televisione centrale cinese Cctv, invece, ha messo fuori immediatamente 1.800 interinali. La Kaixing Plastic & Metal Factory, fabbrica di giocattoli di Huizhou, nel Guangdong, più fantasiosa, ha chiesto di firmare il primo contratto della loro vita ai dipendenti più anziani. Gli è stato promesso che il salario non cambierà ma sulla carta firmata l'importo è più basso. Prendere o lasciare. L'applicazione della legge, con tutta evidenza, è vista come una jattura. E' comprensibile: vedersi erodere d'un colpo i profitti del 10-20% e proprio in Cina, per garantire i diritti dei lavoratori, può essere traumatizzante. Non erano queste le regole del gioco, quando ci si è seduti al tavolo. Tanto più che la congiuntura economica cinese si è fatta difficile, tra rivalutazione dello yuan, aumento dei costi dei terreni e delle materie prime, spese in espansione per la riduzione, ormai obbligatoria, dell'inquinamento provocato, crescita dei salari che, a prescindere dalla nuova legge, era una realtà in atto già da tempo nelle zone della costa e in quelle metropolitane (solo nei primi sei mesi del 2007 sono aumentati in media del 17%). La nuova legge, che sconvolge tutti i paradigmi correnti, irrompe con particolare forza nel segmento più basso, quello che comprende il terziario, le costruzioni, la manifattura. E che da sempre prospera, non solo in Cina, su salari miserrimi, evasione dei contributi e flessibilità. Il settore che comunque ha fatto del paese la «fabbrica del mondo».Non è un caso che i lamenti più alti arrivino dalle compagnie che si distinguono per le pratiche di sfruttamento più brutali e per la rozza struttura di impresa (eproprio per questo più a rischio di fallimento). Le previsioni di alcuni consulenti, riportate dall'agenzia Reuters il 18 dicembre scorso, danno già per certa la chiusura di centinaia di piccole e medie imprese taiwanesi nel Guangdong, mentre molte altre trasferiranno le attività nelle zone meno sviluppate dell'entroterra cinese o trasmigreranno in Vietnam. Joint ventures coreane a giapponesi minacciano di chiudere tutto e lasciare lo Shandong. C'è chi accusa la legge di voler far tornare la «ciotola di riso», il lavoro garantito a vita, spazzando via così quella selvaggia competitività del lavoro che ha messo in orbita l'economia cinese e attirato miliardi di investimenti. Paradossalmente, ma poi neanche tanto, le risposte rassicuranti vengono dai sindacati. Guo Jun, direttore del Dipartimento per il Management democratico dell'Actfu di Pechino, ad esempio, ha spiegato al Los Angeles Times che i padroni avranno ancora molta flessibilità grazie al part-time e che in ogni caso i contratti a lungo termine significano più lealtà da parte dei lavoratori. Il ruolo del sindacato nel New Deal pone un altro interrogativo. Ignorata nel settore privato, delegittimata in quello pubblico per il suo ruolo di cane da guardia del management, l'Acftu torna ad avere, grazie alla legge, un ruolo centrale. Come lo svolgerà è tutto da vedere, data la sua particolarissima natura, ben illustrata dalla storia di Liu Zhaoguang che il South China Morning Post ha raccontato il 28 dicembre. Liu, 50 anni, camionista in una compagnia statale, il 15 novembre ha ricevuto la comunicazione che il suo contratto, già scaduto alla fine di ottobre, non sarebbe stato rinnovato per raggiunti limiti di età. Si è rivolto al sindacato, ma si dà il caso che il capo della sua sezione sindacale sia anche il vice direttore della compagnia che lo ha licenziato. Non dappertutto vige questa profana commistione, ma di certo non c'è nessuna regola che la impedisca. C'è poi chi di dice che in Cina c'è già, dal 1995, una buona legge sul lavoro che stabilisce le 40 ore settimanali, il limite e il pagamento degli straordinari, e tutto il resto. Ma non viene fatta rispettare. Perché per la nuova legge dovrebbe essere diverso? Già il fatto che molti lavoratori cinesi ancora ignorino le nuove regole, non depone bene per la riuscita della causa. Raggiungere 200 milioni di migranti, i lavoratori più sfruttati e ricattati, richiederebbe una campagna d'informazione ben più imponente di quella messa in atto. E tuttavia questa legge ha buone probabilità di essere applicata, perché è il momento storico che lo richiede. C'è una leadership assediata da proteste e rivolte che ha fatto del «people first» e della crescita anche qualitativa il suo cavallo di battaglia, consapevole che le contraddizioni alla lunga si esasperano ed esplodono. Inoltre, dopo 30 anni di riforme, il paese sta di nuovo cambiando pelle e trasformando le sue modalità di transizione. C'è chi interpreta l'aumento del costo del lavoro come una strategia deliberata per spingere l'industria manifatturiera verso un modello di produzione più evoluto, dove il profitto non sia solo rapina delle risorse, materiali e umane, ma dia una spinta virtuosa all'intero sistema, aumentando la capacità di acquisto dei consumatori. Un intreccio che l'Occidente, gretto e in smobilitazione politica, ha gettato disinvoltamente nella spazzatura della storia. Sarebbe davvero paradossale se, alla fine, il «modello cinese» ritornasse indietro capovolto, a svolazzare beffardo sulle rovine del welfare europeo.
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giovedì 3 gennaio 2008
detassazione per MOntezemolo
----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: epifani@cgil.it ; segreteria@cgil.it ; segreteria@spi.it ; segreteria@fiom.cgil.it ; cobascobas cobas
Sent: Thursday, January 03, 2008 11:13 AM
Subject: pericolosità sociale proposta sindacati. Sottrazione di risorse da usare per i pensionati.
10 MILIARDI DI EURO L'OPERAZIONE PRO-MONTEZEMOLO?
============================================
La proposta dei Sindacati "ufficiali" (i cobas non vengono degnati di uno sguardo dal Governo) di detassare i salari e, per questa via, ottenere un
(modestissimo) miglioramento economico presenta aspetti di pericolosità sociale che non vanno sottovalutati.
Intanto perchè accetta il principio che le imprese non possono fronteggiare livelli salariali superiori a quelli attuali (miserrimi). Sfilare il padronato italiano dalla responsabilità della questione salariale è operazione al limite del tradimento verso le classi lavoratrici.Questo allargherà la forbice tra profitti e montesalari e cristallizzerà la posizione sociale dei lavoratori in un fondo di pozzo dal quale non vedrà più alcuna luce. Esentare gli imprenditori e le loro aziende dal dovere di corrispondere salari equi, proporzionati alla qualità e quantità dei servizi resi, è un crimine sociale contro i produttori ed è certamente anticostituzionale. Fa dell'Italia una Corea europea e non credo proprio che rientri nella logica del mercato.
Il finanziamento della detassazione da dove viene? Dalla massa di tributi riscossi dallo Stato. A quanto ammonterà? Ipotizzando una detassazione di 800 euro annuali per lavoratore potremmo ipotizzare un costo complessivo superiore a 10 miliardi di euro. Credo che la cifra che ho proposta sia inferiore a quella che realmente scaturità dalla moltiplicazione del costo unitario della detassazione per il numero effettivo dei lavoratori italiani ai quali verra applicata.
Intanto i pensionati privati dal fiscal drag e da scala mobile sono bloccati e inermi difronte al costo della vita che tende a crescere di giorno in giorno a causa della privatizzazione dei servizi e dell'aumento del costo dell'energia. Un provvedimento di incremento, seppur modesto, delle pensioni si pone con urgenza dal momento che si è vicino ad un punto di rottura per il continuo impoverimento di una massa di persone che coinvolge anche il ceto medio.
Che faranno i pensionati? Accetteranno di essere esclusi dalla detassazione? Accetteranno di avere una Irpef diversa da quella dei lavoratori attivi?
Insomma la linea concertata tra sindacati-governo-confindustria di asiatizzare l'Italia crea enormi contraddizioni e rischia di produrre più danni di quelli che pretenderebbe sanare.
I salari vanno aumentati dai datori di lavoro. Ogni proposta diversa nasconde lo scopo di cristallizzare la decrescita in atto dal 1993 a vantaggio dei profitti padronali.
From: pietroancona@tin.it
To: epifani@cgil.it ; segreteria@cgil.it ; segreteria@spi.it ; segreteria@fiom.cgil.it ; cobascobas cobas
Sent: Thursday, January 03, 2008 11:13 AM
Subject: pericolosità sociale proposta sindacati. Sottrazione di risorse da usare per i pensionati.
10 MILIARDI DI EURO L'OPERAZIONE PRO-MONTEZEMOLO?
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La proposta dei Sindacati "ufficiali" (i cobas non vengono degnati di uno sguardo dal Governo) di detassare i salari e, per questa via, ottenere un
(modestissimo) miglioramento economico presenta aspetti di pericolosità sociale che non vanno sottovalutati.
Intanto perchè accetta il principio che le imprese non possono fronteggiare livelli salariali superiori a quelli attuali (miserrimi). Sfilare il padronato italiano dalla responsabilità della questione salariale è operazione al limite del tradimento verso le classi lavoratrici.Questo allargherà la forbice tra profitti e montesalari e cristallizzerà la posizione sociale dei lavoratori in un fondo di pozzo dal quale non vedrà più alcuna luce. Esentare gli imprenditori e le loro aziende dal dovere di corrispondere salari equi, proporzionati alla qualità e quantità dei servizi resi, è un crimine sociale contro i produttori ed è certamente anticostituzionale. Fa dell'Italia una Corea europea e non credo proprio che rientri nella logica del mercato.
Il finanziamento della detassazione da dove viene? Dalla massa di tributi riscossi dallo Stato. A quanto ammonterà? Ipotizzando una detassazione di 800 euro annuali per lavoratore potremmo ipotizzare un costo complessivo superiore a 10 miliardi di euro. Credo che la cifra che ho proposta sia inferiore a quella che realmente scaturità dalla moltiplicazione del costo unitario della detassazione per il numero effettivo dei lavoratori italiani ai quali verra applicata.
Intanto i pensionati privati dal fiscal drag e da scala mobile sono bloccati e inermi difronte al costo della vita che tende a crescere di giorno in giorno a causa della privatizzazione dei servizi e dell'aumento del costo dell'energia. Un provvedimento di incremento, seppur modesto, delle pensioni si pone con urgenza dal momento che si è vicino ad un punto di rottura per il continuo impoverimento di una massa di persone che coinvolge anche il ceto medio.
Che faranno i pensionati? Accetteranno di essere esclusi dalla detassazione? Accetteranno di avere una Irpef diversa da quella dei lavoratori attivi?
Insomma la linea concertata tra sindacati-governo-confindustria di asiatizzare l'Italia crea enormi contraddizioni e rischia di produrre più danni di quelli che pretenderebbe sanare.
I salari vanno aumentati dai datori di lavoro. Ogni proposta diversa nasconde lo scopo di cristallizzare la decrescita in atto dal 1993 a vantaggio dei profitti padronali.
mercoledì 2 gennaio 2008
1 gennaio 1980. Morte di Pietro Nenni
gennaio 2008, 18:36
Certo era un grandissimo oratore. Ma la leggenda che fosse solo un grande tribuno o un grande giornalista fu creata per disconoscere le sue grandi qualità di uomo politico e di statista. Fu contro l’art.7 della Costituzione. Il tempo, purtroppo, gli ha dato ragione. Oggi l’Italia è asfissiatada un Vaticano che è come la scimmia inchiodata sulle spalle di un personaggio delle Mille e una notte. Quando tutto il mondo occidentale disconosceva ed ignorava la Cina (un continente allora di seicento milioni di persone) ebbe l’immenso coraggio politico di fare un viaggio a Pechino che fece scalpore. Dopo maturava l’ingresso della Cina all’Onu e la cosidetta diplomazia tripolare. Basterebbero queste due cose per consegnarlo alla storia. Fu un combattente della libertà senza pari. Patiì l’esilio ed anche la fame. Era certamente molto diverso moralmente dei politici di oggi anche dei politici di sinistra che sfoggiano eleganza costosa ed opulenza. Bisognerebbe fare studiare la sua biografia nelle scuole. Mi onoro di averlo conosciuto personalmente, ad Agrigento, durante una campagna elettorale di cinquanta anni fa.Pietro Ancona
#3 · Mescalero2 gennaio 2008, 19:05
Certo era un grandissimo oratore. Ma la leggenda che fosse solo un grande tribuno o un grande giornalista fu creata per disconoscere le sue grandi qualità di uomo politico e di statista. Fu contro l’art.7 della Costituzione. Il tempo, purtroppo, gli ha dato ragione. Oggi l’Italia è asfissiatada un Vaticano che è come la scimmia inchiodata sulle spalle di un personaggio delle Mille e una notte. Quando tutto il mondo occidentale disconosceva ed ignorava la Cina (un continente allora di seicento milioni di persone) ebbe l’immenso coraggio politico di fare un viaggio a Pechino che fece scalpore. Dopo maturava l’ingresso della Cina all’Onu e la cosidetta diplomazia tripolare. Basterebbero queste due cose per consegnarlo alla storia. Fu un combattente della libertà senza pari. Patiì l’esilio ed anche la fame. Era certamente molto diverso moralmente dei politici di oggi anche dei politici di sinistra che sfoggiano eleganza costosa ed opulenza. Bisognerebbe fare studiare la sua biografia nelle scuole. Mi onoro di averlo conosciuto personalmente, ad Agrigento, durante una campagna elettorale di cinquanta anni fa.Pietro Ancona
#3 · Mescalero2 gennaio 2008, 19:05
martedì 1 gennaio 2008
quando si candidò a Milano per la Lista Dario Fo
Io in breve:
Nata nel 1976 in Serbia, vi ho vissuto e studiato fino al ’99, laureandomi alla “Facoltà delle Arti Drammatiche” di Belgrado. Dal 1999 vivo e lavoro come attrice a Milano.
Cosa ho fatto finora nella vita:
In Italia, dalla stagione ‘99/2000 ad oggi , dopo aver ottenuto la “Segnalazione di merito” al “Premio Teatrale Hystrio”, recita in lingua italiana, in alcune produzioni cinema e Tv – nel film corto “Quando si chiudono gli occhi”, regia di B. Catena, in concorso alla 57a Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia ; protagonista nella fiction “La squadra” (prod. Rai) – e in varie produzioni teatrali – la favola “Il brutto anatroccolo” (per le scuole) “Il tartufo” e “Il medico per forza” di Moliére ; ne “La domanda di matrimonio” di Cechov , regia di R. Trifirò ; ne “Le lacrime amare di Petra Von Kant” di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De Capitani ; ne "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris ; ne “ La felicità coniugale” di Anton Cechov, al Teatro Parenti di Milano, regia di R. Trifirò ; ne “Mozart e Salieri/Il convitato di pietra” , di A. Puskin, regia di G. De Monticelli . 2004 : “ Dispetto d’amore” di Molière (Ascagne), regia di Monica Conti. Produz. Teatro St. di Ivrea .2005 : partecipa al film “Provincia meccanica” di Stefano Mordini. 2006 : “Una ragazza d’oro” di T.Olear. Regia di Tatiana Olear (a Milano Spazio Zazie in Aprile).
Vi spiego perchè mi candido:
Per storia personale, per formazione culturale e professionale, mi occupo anche della cultura Rom, e questo mi ha avvicinato all’associazione “Opera Nomadi” presente da anni sul territorio milanese. Oltre a promuovere la cultura e la letteratura Rom, lavoro come mediatrice culturale in una scuola elementare: vi ho trovato una divisione antica e profonda, fra popolazione Rom e città, una mancanza di comunicazione e diffidenza reciproche per la mancanza di volontà delle istituzioni di affrontare questo problema in modo serio e progettuale, danneggiando non solo la popolazione Rom, ma anche i cittadini che ne soffrono la presenza. Io come Rom e come milanese non posso ignorare quello che ho visto e voglio tentare di creare un ponte, anche piccolo tra queste due parti. Per questo, senza mai prima aver avuto a che fare con la politica, ho deciso di candidarmi al Consiglio Comunale di Milano perché questa è la città che mi ha accolto in modo generoso quando sono arrivata da Belgrado ed è diventata la mia città, il luogo che amo.La lista UNITI CON DARIO FO PER MILANO, che sostiene BRUNO FERRANTE, esprime, fra gli altri, anche questo bisogno e lo ritiene così importante da offrire la candidatura a una cittadina italiana di origini Rom, che si propone di lavorare per creare rapporti positivi fra la città e la comunità Rom.
E-Mail Candidato: dijana.pavlovic@fastwebnet.it
Web: freeweb.supereva.com/dijanapavlovic/
© www.partecipaMi.it, All Rights Reserved. Crediti e contatti
Nata nel 1976 in Serbia, vi ho vissuto e studiato fino al ’99, laureandomi alla “Facoltà delle Arti Drammatiche” di Belgrado. Dal 1999 vivo e lavoro come attrice a Milano.
Cosa ho fatto finora nella vita:
In Italia, dalla stagione ‘99/2000 ad oggi , dopo aver ottenuto la “Segnalazione di merito” al “Premio Teatrale Hystrio”, recita in lingua italiana, in alcune produzioni cinema e Tv – nel film corto “Quando si chiudono gli occhi”, regia di B. Catena, in concorso alla 57a Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia ; protagonista nella fiction “La squadra” (prod. Rai) – e in varie produzioni teatrali – la favola “Il brutto anatroccolo” (per le scuole) “Il tartufo” e “Il medico per forza” di Moliére ; ne “La domanda di matrimonio” di Cechov , regia di R. Trifirò ; ne “Le lacrime amare di Petra Von Kant” di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De Capitani ; ne "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris ; ne “ La felicità coniugale” di Anton Cechov, al Teatro Parenti di Milano, regia di R. Trifirò ; ne “Mozart e Salieri/Il convitato di pietra” , di A. Puskin, regia di G. De Monticelli . 2004 : “ Dispetto d’amore” di Molière (Ascagne), regia di Monica Conti. Produz. Teatro St. di Ivrea .2005 : partecipa al film “Provincia meccanica” di Stefano Mordini. 2006 : “Una ragazza d’oro” di T.Olear. Regia di Tatiana Olear (a Milano Spazio Zazie in Aprile).
Vi spiego perchè mi candido:
Per storia personale, per formazione culturale e professionale, mi occupo anche della cultura Rom, e questo mi ha avvicinato all’associazione “Opera Nomadi” presente da anni sul territorio milanese. Oltre a promuovere la cultura e la letteratura Rom, lavoro come mediatrice culturale in una scuola elementare: vi ho trovato una divisione antica e profonda, fra popolazione Rom e città, una mancanza di comunicazione e diffidenza reciproche per la mancanza di volontà delle istituzioni di affrontare questo problema in modo serio e progettuale, danneggiando non solo la popolazione Rom, ma anche i cittadini che ne soffrono la presenza. Io come Rom e come milanese non posso ignorare quello che ho visto e voglio tentare di creare un ponte, anche piccolo tra queste due parti. Per questo, senza mai prima aver avuto a che fare con la politica, ho deciso di candidarmi al Consiglio Comunale di Milano perché questa è la città che mi ha accolto in modo generoso quando sono arrivata da Belgrado ed è diventata la mia città, il luogo che amo.La lista UNITI CON DARIO FO PER MILANO, che sostiene BRUNO FERRANTE, esprime, fra gli altri, anche questo bisogno e lo ritiene così importante da offrire la candidatura a una cittadina italiana di origini Rom, che si propone di lavorare per creare rapporti positivi fra la città e la comunità Rom.
E-Mail Candidato: dijana.pavlovic@fastwebnet.it
Web: freeweb.supereva.com/dijanapavlovic/
© www.partecipaMi.it, All Rights Reserved. Crediti e contatti
commento allo scritto di Pasquino sull'Unita
Romano non ha motivo alcuno di temere dalla sinistra (centocinquantadeputati) dal momento che questa ha ceduto tutto il cedibile con l'approvazione dei due decreti iperliberista il primo (welfare) nazifascista il secondo(sicurezza). Ha anche approvato senza battere ciglio le spese militari e le "missioni" dell'ascarismo italiano.
Qualunque verifica fatta con la sinistra da Romano non avrà che consensi...Bertinotti e gli altri hanno reciso le loro radici...Una sorta di karakiri che io trovo semplicemente stupefacente!!! Mai e poi mai avrei pensato che un parlamentare di sinistra potesse considerare possibile ed approvare la espulsione dall'Italia di un "sospettato" di terrorismo e dei suoi familiari. Che c'entrano i familiari? Neppure Hitler arrivò a tanto.
La rottura con la sinistra potrà avvenire soltanto sulla questione della legge elettorale. E' l'unica questione per la quale la sinistra non è disposta a dare il culo.
Per quanto riguarda Sartori vedo che tutti continuate a riverirlo come fosse un Padreeterno! Il suo schemino l'ha fabbricato in Usa paese in cui un terzo dell'elettorato non va a votare per il semplice fatto che non si riconosce nei due maggiori contendenti. Si vuole anche in Italia che tutto l'elettorato di sinistra non vada a votare?
Facciamo il mio esempio: io sono di sinistra. Se l'alternativa è CDL o PD non vado a votare! Oramai i due hanno gli stessi programmi come i repubblicani ed i democratici usa.
Questo Sartori ha inoculato nei politologi italiani l'idea che soltanto il maggioritario dei giganti può funzionare. Definisce "nanetti" dispregiativam ente i partiti piccoli.
A parte il fatto che i nanetti "patologici" sono stati generati
dai grandi (esperienza attuale), non è accettabile l'idea di premi di maggioranza enormi per cui chi vince si becca il sessanta o più per cento dei seggi.
La democrazia comunque esiste se rispetta i piccoli e non se dà premi ai grandi. Io sono per il proporzionale puro!!
La governabilità della democrazia si può difendere senza bisogno di un colpo di stato indolore quale sarebbe il varo di una legge elettorale simile a quella voluta da Veltroni e Berlusconi. Si possono stabilire norme di decadenza automatica del deputato che passa a partito diverso da quello che lo ha eletto e cosi via.
Auguri di buon anno!!
Pietro Ancona
Qualunque verifica fatta con la sinistra da Romano non avrà che consensi...Bertinotti e gli altri hanno reciso le loro radici...Una sorta di karakiri che io trovo semplicemente stupefacente!!! Mai e poi mai avrei pensato che un parlamentare di sinistra potesse considerare possibile ed approvare la espulsione dall'Italia di un "sospettato" di terrorismo e dei suoi familiari. Che c'entrano i familiari? Neppure Hitler arrivò a tanto.
La rottura con la sinistra potrà avvenire soltanto sulla questione della legge elettorale. E' l'unica questione per la quale la sinistra non è disposta a dare il culo.
Per quanto riguarda Sartori vedo che tutti continuate a riverirlo come fosse un Padreeterno! Il suo schemino l'ha fabbricato in Usa paese in cui un terzo dell'elettorato non va a votare per il semplice fatto che non si riconosce nei due maggiori contendenti. Si vuole anche in Italia che tutto l'elettorato di sinistra non vada a votare?
Facciamo il mio esempio: io sono di sinistra. Se l'alternativa è CDL o PD non vado a votare! Oramai i due hanno gli stessi programmi come i repubblicani ed i democratici usa.
Questo Sartori ha inoculato nei politologi italiani l'idea che soltanto il maggioritario dei giganti può funzionare. Definisce "nanetti" dispregiativam ente i partiti piccoli.
A parte il fatto che i nanetti "patologici" sono stati generati
dai grandi (esperienza attuale), non è accettabile l'idea di premi di maggioranza enormi per cui chi vince si becca il sessanta o più per cento dei seggi.
La democrazia comunque esiste se rispetta i piccoli e non se dà premi ai grandi. Io sono per il proporzionale puro!!
La governabilità della democrazia si può difendere senza bisogno di un colpo di stato indolore quale sarebbe il varo di una legge elettorale simile a quella voluta da Veltroni e Berlusconi. Si possono stabilire norme di decadenza automatica del deputato che passa a partito diverso da quello che lo ha eletto e cosi via.
Auguri di buon anno!!
Pietro Ancona
donna rom
Spesso canta il lupo nel mio sangue
Scritto da Redazione Tematica: Solidarietà sociale
Invia ad un amico Stampa
Dijana Pavlovic è una romnì serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976. Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è trasferita in Italia dove lavora come attrice e mediatrice culturale.
27/12/2007 - “Spesso canta il lupo nel mio sangue E allora l’anima mia si apre In una lingua straniera.” Sono le parole della poetessa Rom, Mariella Mehr, nata a Zurigo, vittima dell’operazione Kinder der Landstrasse (Bambini di strada – progetto di bonifica sociale pianificato dalla Svizzera negli anni ’20 per sradicare dal suolo elvetico il nomadismo). E’ stata tolta (come tanti altri bambini rom) dalla sua famiglia nella primissima infanzia, è stata affidata a diverse famiglie svizzere , poi agli orfanotrofi, poi agli istituti psichiatrici. Ha subito violenze , elettroshock e a 18 anni, come era accaduto a sua madre e a tantissime altre donne rom, infine è stata sterilizzata e le è stato tolto il figlio.
Nel nostro sangue cantano i lupi perché per secoli abbiamo subito orrori. Dal 1400 ci hanno braccato come animali, hanno fatto leggi e decreti per stabilire che la nostra vita non vale niente e che chiunque ci può uccidere senza nessuna conseguenza. Nei campi di concentramento nazisti i nostri figli erano le cavie preferite di Mengele e altri scienziati, in tutta la Europa ci hanno misurato crani e altre parti del corpo per provare che non siamo esseri umani come gli altri. Violenze, umiliazione, morte… Questo è la storia del mio popolo, e soprattutto delle donne. Anche adesso, in Italia democratica e civile, i nostri figli muoiono di freddo e nei roghi e nessuno si scandalizza. Ci rifiutano la assistenza sanitaria costringendoci a partorire per strada e nei campi. A Milano fa freddo, e più di cinquecento persone, uomini donne bambini e anziani dormono nel fango sotto le tende ( spesso rotte e tagliate perché le forze dell’ordine le distruggono durante gli sgomberi). Ci distruggono le case, le uniche che abbiamo, separano le nostre famiglie, perché quando fanno gli sgomberi, a volte hanno il buon senso di preoccuparsi e trovano sistemazioni provvisorie nei dormitori pubblici, ma solo per donne e bambini, come se i nostri figli non avessero il diritto sacrosanto di tutti i bambini del mondo di poter stare anche con i loro padri, e come se le donne Rom non avessero il diritto di tutte le donne del mondo, di stare insieme ai propri mariti.
Da un altro punto di vista bisogna anche dire che la nostra discriminazione è duplice, perché l’abbiamo subita e in parte la stiamo ancora subendo anche da parte della nostra comunità. Il ruolo della donna Rom nelle diverse comunità cambia. Ci sono tantissime etnie nel popolo rom, diversissime tra di loro per tradizione e religione. Una donna Rom musulmana ha una vita e un ruolo diverso nella propria comunità rispetto a una donna Rom slava ortodossa o a una cattolica italiana. Però, le accomunano tante cose. Il mondo Rom per tanti secoli è stato un mondo maschilista ( come del resto lo è stato anche il mondo occidentale), che nella vita semplice delle donne si traduceva nell’impossibilità di andare a scuola, di non poter lavorare, di essere costretti a sposarsi in giovanissima età con i matrimoni combinati, essere addirittura vendute in alcune comunità. Adesso queste discriminazioni stanno diminuendo, tanto che in alcune comunità non esistono più. Certo che è molto difficile superarle se come unico modello di convivenza che a noi è concesso è quello di essere segregati in campi. Perché la segregazione porta a un duplice isolamento, da una parte quello scontato della popolazione “ospitante”, dall’altra quello delle nostre comunità, che rimanendo chiuse in se stesse mantengono tradizioni ancestrali, e questo diventa l’unica forma di difesa dell’identità possibile.
Nonostante questo, l’immagine della donna Rom non è sofferente e disperata. E’ l’immagine di una donna forte, che riesce a sorridere anche nei momenti più difficili, che riesce a tenere la famiglia insieme e combattere fino all’ultimo respiro per i propri figli. E’ spesso mediatrice tra il proprio mondo e il mondo “esterno”. Fa meno fatica a comunicare, a inserirsi nella società e nel mondo lavorativo, ad affrontare persino le manifestazioni di razzismo con un atteggiamento positivo e con grande dignità. Per questo per secoli ha suscitato le fantasie sulla libertà e sulla dignità, è stata l’ispirazione di tanti grandi poeti, scrittori, pittori e musicisti. La sua anima si apre in lingue straniere, misteriose, che pochi sensibili in tanti secoli hanno capito e hanno voluto ascoltare.
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Scritto da Redazione Tematica: Solidarietà sociale
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Dijana Pavlovic è una romnì serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976. Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è trasferita in Italia dove lavora come attrice e mediatrice culturale.
27/12/2007 - “Spesso canta il lupo nel mio sangue E allora l’anima mia si apre In una lingua straniera.” Sono le parole della poetessa Rom, Mariella Mehr, nata a Zurigo, vittima dell’operazione Kinder der Landstrasse (Bambini di strada – progetto di bonifica sociale pianificato dalla Svizzera negli anni ’20 per sradicare dal suolo elvetico il nomadismo). E’ stata tolta (come tanti altri bambini rom) dalla sua famiglia nella primissima infanzia, è stata affidata a diverse famiglie svizzere , poi agli orfanotrofi, poi agli istituti psichiatrici. Ha subito violenze , elettroshock e a 18 anni, come era accaduto a sua madre e a tantissime altre donne rom, infine è stata sterilizzata e le è stato tolto il figlio.
Nel nostro sangue cantano i lupi perché per secoli abbiamo subito orrori. Dal 1400 ci hanno braccato come animali, hanno fatto leggi e decreti per stabilire che la nostra vita non vale niente e che chiunque ci può uccidere senza nessuna conseguenza. Nei campi di concentramento nazisti i nostri figli erano le cavie preferite di Mengele e altri scienziati, in tutta la Europa ci hanno misurato crani e altre parti del corpo per provare che non siamo esseri umani come gli altri. Violenze, umiliazione, morte… Questo è la storia del mio popolo, e soprattutto delle donne. Anche adesso, in Italia democratica e civile, i nostri figli muoiono di freddo e nei roghi e nessuno si scandalizza. Ci rifiutano la assistenza sanitaria costringendoci a partorire per strada e nei campi. A Milano fa freddo, e più di cinquecento persone, uomini donne bambini e anziani dormono nel fango sotto le tende ( spesso rotte e tagliate perché le forze dell’ordine le distruggono durante gli sgomberi). Ci distruggono le case, le uniche che abbiamo, separano le nostre famiglie, perché quando fanno gli sgomberi, a volte hanno il buon senso di preoccuparsi e trovano sistemazioni provvisorie nei dormitori pubblici, ma solo per donne e bambini, come se i nostri figli non avessero il diritto sacrosanto di tutti i bambini del mondo di poter stare anche con i loro padri, e come se le donne Rom non avessero il diritto di tutte le donne del mondo, di stare insieme ai propri mariti.
Da un altro punto di vista bisogna anche dire che la nostra discriminazione è duplice, perché l’abbiamo subita e in parte la stiamo ancora subendo anche da parte della nostra comunità. Il ruolo della donna Rom nelle diverse comunità cambia. Ci sono tantissime etnie nel popolo rom, diversissime tra di loro per tradizione e religione. Una donna Rom musulmana ha una vita e un ruolo diverso nella propria comunità rispetto a una donna Rom slava ortodossa o a una cattolica italiana. Però, le accomunano tante cose. Il mondo Rom per tanti secoli è stato un mondo maschilista ( come del resto lo è stato anche il mondo occidentale), che nella vita semplice delle donne si traduceva nell’impossibilità di andare a scuola, di non poter lavorare, di essere costretti a sposarsi in giovanissima età con i matrimoni combinati, essere addirittura vendute in alcune comunità. Adesso queste discriminazioni stanno diminuendo, tanto che in alcune comunità non esistono più. Certo che è molto difficile superarle se come unico modello di convivenza che a noi è concesso è quello di essere segregati in campi. Perché la segregazione porta a un duplice isolamento, da una parte quello scontato della popolazione “ospitante”, dall’altra quello delle nostre comunità, che rimanendo chiuse in se stesse mantengono tradizioni ancestrali, e questo diventa l’unica forma di difesa dell’identità possibile.
Nonostante questo, l’immagine della donna Rom non è sofferente e disperata. E’ l’immagine di una donna forte, che riesce a sorridere anche nei momenti più difficili, che riesce a tenere la famiglia insieme e combattere fino all’ultimo respiro per i propri figli. E’ spesso mediatrice tra il proprio mondo e il mondo “esterno”. Fa meno fatica a comunicare, a inserirsi nella società e nel mondo lavorativo, ad affrontare persino le manifestazioni di razzismo con un atteggiamento positivo e con grande dignità. Per questo per secoli ha suscitato le fantasie sulla libertà e sulla dignità, è stata l’ispirazione di tanti grandi poeti, scrittori, pittori e musicisti. La sua anima si apre in lingue straniere, misteriose, che pochi sensibili in tanti secoli hanno capito e hanno voluto ascoltare.
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